silenzio

Discorsi a mezzo

13 agosto 2010

Spesso ci si salva interrompendo una discussione. Il silenzio puà essere l’unico modo per evitare una degenerazione. È una pena che s’infligge, può essere la più sofisticata delle vendette, la più oculata delle scelte, la più amorosa delle premure. L’assenza di parole, come ci hanno spiegato i figli di Bateson da Palo Alto (Vedi Parole/silenzio del 24 luglio scorso), è una modalità straordinaria di comunicazione, loquace e significativa più di qualsiasi altra frase o costrutto grammaticale o emissione di suono.

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Deficionados

1 agosto 2010

Qualche giorno fa, in un post intitolato Aficionados, ho pubblicamente ringraziato coloro che assiduamente seguono il mio blog e, a mio giudizio esageratamente, vi trovano cose interessanti da leggere e sembrano apprezzarle, condividerle, suggestive di altri pensieri e emozioni.

Ma so anche che esistono persone a cui dà fastidio ciò che io scrivo, anzi il fatto stesso che lo faccia, e preferirebbero il mio silenzio, la morte delle mie parole. Alcune si sentono chiamate in causa anche quando non lo sono, oppure quando lo sono perché in causa si son messe da sole, o, se non proprio sole, per la propria parte. C’è chi in causa mi ci vuol portare, civile o penale che sia, incivile o edulcorata, giudiziale o consensuale, pubblica o privata.

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Ciao amica

30 luglio 2010

Tempo fa ho mandato un messaggio a un’amica chiedendole come stava, non sentendola da un po’ di tempo. Avevo esitato a cercarla prima sapendo che si era presa una vacanza dopo mesi difficili di chemioterapia ai quali reagiva con un coraggio da leone.

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L’indicibile

21 giugno 2010

Ludwig Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein – intorno al quale, anche, si è sviluppata la mia tesi di laurea che a qualcuno fa dire qua qua – ci ha insegnato che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». È un saggio insegnamento che a molti sfugge. La frase, naturalmente, può essere girata e letta in mille modi e ognuno, ammesso abbia imparato a girare e a leggere, può attingere al proprio. Qui vorrei soffermarmi sulla variabile di colui il quale vorrebbe parlare di e a qualcuno, ma ciò gli è in qualche modo impedito, o vi è un ostacolo che non consente di “andare oltre”, o vi è un “oltre” talmente indefinito e vago e spostabile in ogni dove che si stenta a dargli un senso e una direzione. O, ancora, un arrugginimento sedimentatosi nel tempo per accumulo di silenzi motivatissimi ed anche benemeriti, più che rispettosi e civili, finanche amorosi. Dinanzi a tali aggrovigliamenti, a siffatti ingrippamenti, come bielle e pistoni saltati per aria o d’improvviso sottoposti ad un atrito insopportabile, all’ennesima catastrofe manifestatasi – apò-calypsein – d’un botto, il monito del filosofo, o il suggerimento se si preferisce, giunge dissetante, salvifico, a ricordarci che lo scambio di parole è solo una concatenazione, un lapillo di lava, il gemito d’una fontana o, come altrove ho scritto, un sacchetto di patatine o un cestino di ciliegie, dinanzi ai quali non si può che riconoscere che una tira l’altra, ed una volta ingerita la prima si è succubi della seconda e poi della terza e così via. Ci è stata inflitta la condanna del linguaggio – qualora non si volesse riconoscere che invece questo è il dono più grande che mai ci sia stato fatto –, più esattamente la condanna al linguaggio, al servirsene e ad esserne schiavi, e per fuggir da tale inferno o da una così misera prigione, non ci resta che appellarci all’autore del Tractatus, e con lui riconoscere che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». A nanna, bambini, senza fiatare.

Faber fortunae suae

21 marzo 2010

La fortuna è un dono. O ce l’hai  o non ce l’hai. Sì, certo, faber fortunae suae. Ognuno lo è e risponde di quel che fa. Nel bene e nel male ed anche al di là di entrambi, se se la sente. Ma un pizzico di culo non guasta: pardon, madame! Io di fortuna ne ho avuta a pacchi, a bizzeffe, a chili. Ho avuto anche le mie sfortune e pure qualche sfiga (pardon, madame!), ma se tiro una riga non vedo cifre in rosso, se non quelle che mi attendono per volere d’un giudice e per rabbia d’una donna. Va be’. Per esempio ho avuto la fortuna di lavorare in tre redazioni dove la maggior parte dei presenti non erano dei cretini e neanche delle iene e neppure delle vipere. Anche ora è così. Ne vado fiero.

Raccontare – Maurizio Maggiani ne Le parole e il silenzio di Paolo Ciampi e Massimo Orlandi [Continua a leggere >>]