Silvio Berlusconi

Mi chieda scusa

14 giugno 2011

Non mi unsco al coro di quanti, comprensibilmente e, nelle sedi opportune, giustamente, ora chiedono al Presidente del Consiglio di dimettersi. C’è ovviamente un senso in questo, dal momento che 4 importanti scelte politiche di questo governo sono messe in discussione dalla stragrande maggioranza degli italiani, ma resto dell’avviso che a decidere chi guida un paese siano le elezioni politiche e che queste debbano essere indette nelle sedi opportune, quelle istituzionali, e ancora che la caduta dei governi debba avvenire secondo modalità che si decidono nelle assemblee parlamentari, sul Colle o, ma allora occorre una sommossa o quanto meno uno sciopero generale di contenuto fortemente politico, direttamente da parte del popolo.

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Ora sì, via Berlusconi

27 aprile 2011

Silvio Berlusconi

Finalmente, dopo mesi e mesi di nauseabondo bunga bunga e chiacchiericci su cui comprensibilmente scandalizzarsi ma poco sostenibili come argomentazione politica, il vero motivo per cui Berlusconi dovrebbe tornarsene a casa, essere immediatamente dimesso. Le dichiarazioni fatte dopo l’incontro con Sarkozy sul nucleare sono esattamente quello che il governante di un paese dove vige il voto popolare non dovrebbe mai fare.

La volontà del popolo in materia di nucleare era già stata espressa. Il ripensamento fastidioso, ma possibile. Correttezza avrebbe voluto che uno dicesse: la penso diversamente, sottopongo la mia idea al vostro giudizio. Invece il raggiro. Pur di non ascoltare la voce del paese – che ipoteticamente avrebbe anche potuto dire ma sì, cambiamo idea, è un rischio che val la pena di correre – ha trovato il sotterfugio. Sotto sotto dice: non voglio fare quello che vogliono gli italiani, devo trovare il modo perché loro facciano quello che voglio io. E ha tirato fuori la storia della paura, della moratoria, dei sondaggi di cui tutti hanno letto.

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I leader degli italiani

26 novembre 2010

Elsa Morante

«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.

Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.

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Domande inevase?

28 settembre 2010

Mario Adinolfi

Non so se bleffi o veda. Fatto sta che un paio di giorni fa, Mario Adinolfi – per definizione di Wikipedia, «giornalista, politico, blogger e giocatore professionista di poker italiano», nonché, sempre per informazioni ivi tratte, nel 2007 candidato alla guida del Partito Democratico, che alle primarie ottiene 5.906 voti, poi membro della assemblea costituente del Pd e quindi della direzione nazionale dei Democratici, nonché primo dei non eletti nella circoscrizione Lazio 1 alle elezioni politiche del 2008 nelle liste del medesimo partito – rilascia una dichiarazione alla youtube-tv di Klaus Davi.

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Patto di ferro

21 agosto 2010

Enrico Berlinguer

Ieri o ieri l’altro, sui giornali c’era la notizia che Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia e papabile nome da spendere alle prossime politiche come leader dello schieramento antigovernativo, ha superato in termini di amicizie su Facebook il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non nego che la notizia esista: è un fatto e perciò meritevole di essere segnalato. Resto perplesso sull’importanza di tale avvenimento.

Molti politici, ormai, affidano a Facebook quelle che poi dai giornali vengono riprese come le più eclatanti delle loro proposte, le dichiarazioni più ardimentose. Finita l’epoca di una rivista come Rinascita su cui Berlinguer, dopo aver silenziosamente studiato e riflettuto, nel settembre del 1973, all’indomani del golpe di Pinochet in Cile, spiegava motivatamente perché si poteva ipotizzare in Italia un compromesso storico fra forze desiderose di arginare le derive autoritarie. E direi sulla strada del tramonto anche l’elaborazione a cura dei giornalisti di un ufficio stampa delle più opportune parole di un uomo al vertice di un’istituzione: dal Blackberry sulla spiaggia si può cambiare il mondo.

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Due conti

21 giugno 2010

Un simbolo della Masoneria

Alle ultime elezioni politiche Pdl e Lega hanno assommato circa il 46% dei consensi, Pd e Idv il 38. Il resto sparpagliato in qua e in là. Gli iscritti alla massoneria – scrivono i giornali in un rinato e non gratuito ritorno d’interesse per l’argomento, di cui ho dato conto nel post intitolato Un problema solo del Pd? – sarebbero 21 mila in Italia, 4 mila dei quali si annidano nel Partito democratico, com’è facile desumere anche dal datato libretto sulle Logge in Toscana che l’Unità pubblicò nel lontano 1993 ed io ho riproposto in questo blog il 27 marzo di quest’anno. Ventunmila sta a 100 come 4 mila sta a X: il 19% dei massoni militerebbero dunque nella formazione politica che dovrebbe smantellare quel nefando piano partorito da Licio Gelli ai tempi della P2 e attuato in ogni minimo dettaglio dal premier Silvio Berlusconi, affiliato n. 104, sul quale mi sono soffermato nel post intitolato Sogni d’oro.

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… anche un po’ di vocazione

8 maggio 2010

Luigi Albertini

Come promesso in Il mestiere più antico del mondo, su invito di Sara Fioretto, ho partecipato ieri nella bella libreria dei Servi, dinanzi a un pubblico di una ventina di persone, nessuna delle quali interessata a fare da grande il giornalista, alla presentazione del libro di Cristiano Tassinari, Volevo solo fare il giornalista, pubblicato dalla casa editrice Lìmina di Arezzo, al quale ho fin dalle prime battute precisato che, avendo comprato il libro con il 20% di sconto a € 16 pochi minuti prima dell’evento, avrei parlato non nel merito del volume ma del tema che invece conosco piuttosto bene.

Agli astanti ho spiegato che la scheda editoriale del libro, la quale invece avevo accuratamente letto, sostiene che Tassinari punta un dito contro un sistema fatto di lottizzazioni, raccomandazioni, favori, scambi e quant’altro, e denuncia il calvario a cui spesso, quasi sempre, sono sottoposti gli aspiranti giornalisti, a cui vengono proposti stage senza fine, contratti da cococo, pagamenti a rigaggio (spiccioli per ogni riga) e a borderò, interminabili precariati.

Ci siamo passati tutti, ma credo che oggi sia diventato un vizio, una regola, una consuetudine. Ritengo anche che, purtroppo, tale abominio sia diffuso ovunque: vogliamo parlare delle case editrici o dei call center o dell’antica mitica fabbrica? E ricordarci, come ci ha insegnato, se non ricordo male, il mitico Luigi Albertini, che «fare il giornalista è sempre meglio che lavorare».

Tassinari, che è un giornalista televisivo – senza offenderlo!, semmai lo devo ringraziare avendomi dato l’opportunità di ricordare che in libreria c’è anche un libro mio –, è un istrione. Ha tenuto banco buona parte del tempo, presentando e presentandosi, più che farsi presentare. Del resto, giustamente, non avendo io letto il libro, cosa che invece aveva fatto la gentile Sara. Ma uso la parola istrione perché poi mi servirà a sviluppare un ragionamento che devo al grande amico e maestro Piero Nacci.

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Canali e canaglie

3 maggio 2010

Molti anni fa, in una “Bustina di Minerva” su l’Espresso, Umberto Eco scrisse un pezzo che avevo ritagliato ma non so più dov’è, forse nella casa che ho comprato con la fatica d’una vita eppur più non m’appartiene avendo provato io un sentimento ambiguo ed avendo ceduto alla malattia (tranquilli, non è leucemia!). L’articolo parlava della crescita dei “canali” mediali. Sostanzialmente diceva che quando c’era solo Rai 1 in bianco e nero, trattandosi di un solo canale, in mezzo a qualche porcata, poteva finirci dentro, o passarci attraverso, anche ottima roba. Dovevi riempire un palinsesto di 12 ore, perché a mezzanotte compariva una splendida sigla con non ricordo più quale musica e un’antenna che svettava nel globo di una globalizzazione appena in fieri, e fino al mattino seguente, niente zapping. Ho accennato a quell’epoca televisiva in un altro blog intitolato Fare tv.

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Ogni parola è un debito

26 aprile 2010

Il presidente del circolo Anpi di San Niccolò mi consegna la tessera n. 038540 dell'Associazione partigiana

Quella di Silvio Berlusconi era la n. 104. La mia la 038540. La sua alla P2. La mia all’Anpi. La sua segreta, la mia pubblica. Di tessere stiamo parlando. Ve lo ricordate quando Berlusconi da Vespa diceva “Fatto!”. Ecco: “Fatto!”. L’avevo promesso e l’ho fatto. Me l’ha consegnata oggi il segretario della sezione di San Niccolò, come si vede dalla foto. Se qualcuno non ci fosse riuscito come da mio suggerimento e avesse difficoltà a farlo, ci penso io.

Prima ho aggirato Firenze per portare un poco socialista e molto portoghese garofano rosso a chi la Resistenza l’ha fatta davvero, per esempio ai fratelli Rosselli a Trespiano, o nella mia testa e nel mio cuore l’ha fatta o l’avrebbe fatta. L’importante è crederci. Un po’ come agli angeli: c’è chi lo fa, e chi no.

Mi sono poi occupato di demenza senile, assistenza ospedaliera, tesine liceali sui diritti civili in Italia, problemi alcol-correlati e infine sono andato a sentire con un giovane scrittore Ludovico Einaudi, figlio dell’ex datore di lavoro di mio padre, prima di mangiar con lui – il giovin scrittore – qualcosa di orrendamente messicano.

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La lettera di Elvira

3 aprile 2010

Il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi

Mara – per anni mia compagnuccia di banco, e anche di qualche innocente merenda e forse anche di un paio di Martini – me l’ha spedita per email, a me come credo a molti altri, invitandoci tutti a farla girare. Non volevo intasare troppo le caselle di posta elettronica e alimentare un eccesso di spamming (si dice così, vero, scudiero?), per cui la metto sul blog. Un po’ di gente la vedrà.

Oggetto: Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones

NATA FEMMINA
Dalla scrittrice albanese Elvira Dones riceviamo questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle “belle ragazze albanesi”. In visita a Tirana, durante l’incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all’Albania. Poi ha aggiunto: “Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze”.

Elvira Dones

“Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: “le belle ragazze albanesi”. Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che ”per chi porta  belle ragazze possiamo fare un’eccezione.”
Io quelle “belle ragazze” le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A “Stella” i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. [Continua a leggere >>]