Sprechi

Sprechi

31 luglio 2010

Un piatto di spaghetti

Ho guardato mia madre ripulire la zuppiera dov’era stata scolata la pasta. Vuotarla. C’era un imperativo morale che si agitava dentro di lei, un ricordo antico, di quando il cibo non c’era e addirittura per procurarselo si poteva giungere a rubare e allora automaticamente nella testa di mio nonno prendeva corpo un aforisma che conserva intatto tutto il suo significato: o per torto o per ragione, non farti mai mettere in prigione, detto in piemontese, dove la rasun fa rima con prisun.

Non si può lasciare niente nel piatto, non si deve farlo, è meglio soffrire a stomaco pieno che a stomaco vuoto. Ma più che altro la sofferenza maggiore è lo spreco. Gettar via gli alimenti e la fatica che è stata necessaria per trovarli, per prepararli, per portarli in tavola e portare in tavolo coloro che vi siedono. Erano idee confuse e affatto coerenti. Si risparmiava sul niente e si sprecava sul generale, ma non si può fargliene una colpa, mancavano proprio gli strumenti per comprenderlo.

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