Thomas Hobbes

I vicini e lontani di Chiti

29 agosto 2016

Vannino Chiti

Ho tenuto sul comodino a lungo, per troppo tempo mi viene da dire, tra i non pochi libri che, per piacere o monito interiore, mi riprometto di leggere, Vicini e lontani (Donzelli, pp. 188, € 19), l’ultima fatica di Vannino Chiti, (www.vanninochiti.com), senatore della Repubblica italiana, a cui mi lega un antico rapporto fatto di “stima” e “affetto”, come lui stesso ha avuto occasione di dire nel corso della presentazione del mio Sempre più verso Occidente in una bella libreria di Pistoia, lo Spazio di via dell’Ospizio.

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Noi, forse “salvati”

28 agosto 2016

L'ingresso della "Fortezza da basso"

Nel ringraziare Enrico Zoi per l’intervista che mi ha fatto su “esserciweb” prendendo spunto dalla pubblicazione ora nel blog e poi in un e-book delle mie interviste raccolte in Appropriazione indebita, ho menzionato un certo numero di ex studenti del liceo classico Niccolò Machiavelli di Firenze che hanno poi intrapreso come me la strada del giornalismo, e nel ripescare i loro nomi nella memoria – in qualche maniera ripercorrendo i corridoi ed entrando nelle classi di quell’ex edificio militare, direi proprio una caserma con le sue camerate, nel quale ci si imbatte una volta varcato il grande portone di legno che su viale Filippo Strozzi, di fronte al Palazzo dei congressi, consente di accedere alla Fortezza da basso progettata da un pool di architetti al servizio dei Medici, tra i quali spicca Antonio da Sangallo il Giovane – ho visto decine e decine di volti proprio come in una sorta di Facebook privato, a molti dei quali associo un nome e un cognome, qualcuno di una persona a cui sono molto legato, a partire dalla mia ex moglie, ma anche altri amici ed amiche che vedo più o meno frequentemente ma sempre con il medesimo entusiasmo e sentimenti mutati sì ma non ininfluenti, e tanti altri compagni di scuola che invece restano anonimi o rarefatti o come sbiaditi, qualcuno anche svanito.

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Impedire di pensare

22 settembre 2015

Erri De Luca

C’era uno che ordinò: «Bisogna impedire a questo cervello di pensare!». Direi non avesse molta importanza cosa quel cervello pensasse, anche se – va detto – si trattava effettivamente di idee sconvolgenti e di un cervello particolarmente vispo e fecondo. “Incontrollabile” mi verrebbe da dire pensando sia tale un cervello che pensa, perché – come canta uno dei più bei lider di Mahler ripreso anche da Pete Seeger in una delle sue canzoni pericolose – Die gedanken sind frei, i pensieri sono liberi.

In quell’agghiacciante affermazione perentoria era racchiuso uno dei più raccapriccianti orrori mai partoriti dall’umanità, l’affermazione sciente della violenza come principio regolatore della convivenza, la pianificazione consapevole del terrore e della paura, il proposito deliberato di annientare intere fasce di popolazione, in particolare per la loro discendenza ereditaria ribattezzata razza mescolata a un’adesione religiosa più o meno moderata, ma anche per il loro credo politico, o i propri gusti sessuali o una qualche malformazione fisica o mentale.

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Figli anziani

14 agosto 2013

Nei giorni scorsi ho pubblicato qui un aforisma intitolato Mestieri, il quale recita: «Dicono che il mestiere più difficile sia quello del genitore, ma anche quello del figlio non scherza».

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Insicurezza

12 marzo 2011

Sappiamo tutti che i giapponesi sono maestri nella prevenzione sismica. Particolarmente esposti al problema e decisamente abili, se le sono inventate come meglio potevano e parte di quello che sappiamo lo dobbiamo a loro. E oggi, maledizione, scopriamo che anche loro sono vulnerabili, esposti, insicuri. Questo, forse, dovrebbe aiutarci a capire che i nostri estenuanti tentativi di rassicurarci e metterci in protezione sono sostanzialmente vani. Dinanzi alle avversità della natura, come, probabilmente, dinanzi a quelle di ogni altra natura. Intendo quelle prodotte dal nostro corpo, dalla nostra mente, a noi e agli altri.

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La politica ritrovata. XIX. Una proposta politica

5 dicembre 2010

Alberto Asor Rosa

XIX. Una proposta politica

Fin dalle prime righe di questo testo si è voluto evidenziare alcuni aspetti critici nei confronti del libro di Revelli, pur condividendo in pieno il fatto che sia stato scritto, le motivazioni di fondo che hanno indotto a scriverlo, gli obiettivi per cui evidentemente è stato scritto, ed anche la forza delle argomentazioni e dei materiali a cui si è attinto per scriverlo.

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La politica ritrovata. XVI. Leggi, diritti, giustizia

2 dicembre 2010

XVI. Leggi, diritti, giustizia

Si è qui parlato di “prezzo giusto”. E sul tema della giustizia merita forse spendere qualche parola. Ad essa dedica alcune pagine anche Revelli, mettendo a confronto la politica degli antichi e quella dei moderni, la giustizia appunto e la forza. Revelli cita il celebre ed attualissimo brano del De civitate dei di sant’ Agostino:

Socrate

Senza giustizia, che cosa sarebbero in realtà i regni, se non bande di ladroni? E che cosa le bande di ladroni, se non piccoli regni? Anche una banda di ladroni è, infatti, un’associazione di uomini, nella quale c’è un capo che comanda, nella quale è riconosciuto un patto sociale e la divisione del bottino è regolata secondo convenzioni primieramente accordate. Se questa associazione di malfattori cresce fino al punto da occupare un paese e stabilisce in esso la sua propria sede, essa sottomette popoli e città e si arroga apertamente il titolo di regno, titolo che le è assegnato non dalla rinuncia alla cupidigia, ma dalla conquista dell’impunità.

Sant'Agostino

Intelligente e verace fu, perciò, la risposta data ad Alessandro il Grande da un pirata che era caduto in suo potere. Avendogli chiesto il re per quale motivo infestasse il mare, con audace libertà, il pirata rispose: «Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io lo faccio con un piccolo naviglio sono chiamato pirata, perché tu lo fai con una grande flotta, sei chiamato imperatore»[1].

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La politica ritrovata. XV. Ritorno a Hobbes

1 dicembre 2010

XV. Ritorno a Hobbes

Fin qui il pensiero di Revelli e degli autori mediante i quali potremmo trovare, volendola cercare, la «politica del futuro».

Karl Marx

Condividendo l’obiettivo – ancorché, come detto, secondo una sfumatura leggermente differente, la quale parte dalla costatazione che, ragionando di politica, se ne può semmai trovare una per il presente, e solo quella, niente di più, che per comodità ora chiameremo la “politica cercata” – proviamo a portare altra acqua al mulino per vedere se, uniti gli sforzi, si giunge a una qualche mèta da cui non ne derivi «una sconfitta per tutti». Il punto di partenza allora è, a giudizio di chi scrive, il «paradigma politico dei moderni», o meglio, per essere più precisi, il «paradigma politico».

Si è fin qui sostenuto che quello indicato da Revelli, ovvero sia il paradigma hobbesiano, non sia in realtà quello su cui si è retta la politica negli ultimi quattro secoli. Purtroppo. Ma non è così. È stato forse il paradigma su cui si sono fondati gli Stati moderni, ma non quello che ha regolato i rapporti tra gli esseri umani. E la politica, appunto, non è altro che la cornice che regola i rapporti tra gli esseri umani.

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La politica ritrovata. XIII. Nei meandri della globalizzazione

29 novembre 2010

XIII. Nei meandri della globalizzazione

Norberto Bobbio

Secondo Revelli, dunque, l’argomento tecnologico sostenuto da Beck e quello antropologico espresso da Balducci, conducono a considerare obsoleto il «paradigma politico dei moderni» e a questi due argomenti se ne aggiunge un terzo: quello geopolitico, fondato sulla considerazione che la globalizzazione, intesa come fenomeno assai più profondo di quello economico-finanziario – la mondializzazione dei mercati, delle merci e dei capitali – «capace di coinvolgere e mutare le coordinate essenziali della mentalità collettiva e dell’essere sociale»[1], rappresenta una sconnessione, o se si preferisce, una «rivoluzione spaziale».

… un mutamento dello statuto stesso della spazialità, che introduce un tipo di cesura – una svolta, appunto, di natura epocale –, paragonabile a quelle che spezzano il tempo periodizzandolo. Distinguendolo in differenti “epoche”.

Lo “spazio sociale” della globalizzazione – in ciò sta il suo carattere rivoluzionario, che lo rende diverso da tutto quanto è stato finora – è uno spazio globale (come dice la parola stessa). Dunque uno spazio “totale”, che coincide, senza apparenti residui, con l’intera estensione del pianeta (con il tutto spaziale che possiamo esperire); che esaurisce, per la prima volta nella storia, tutto lo spazio praticabile, trascendendo (e surdeterminando) ogni altro spazio “parziale”. Il fenomeno è percepito (e tematizzato), in prima approssimazione, come “sfondamento”, abbattimento di confini, cancellazione delle antiche linee di demarcazione e di segmentazione che frammentavano, fino a ieri, lo spazio planetario in spazi territoriali: «La globalizzazione – osserva opportunamente Carlo Galli – è essenzialmente sconfinamento, sfondamento di confini, deformazione di geografie politiche». Con essa – aggiunge – «si realizza per la prima volta nella storia dell’umanità l’unificazione del mondo. Di un mondo senza centro ma con molte periferie, unificato ma non unitario, tecnicizzato ed economicizzato ma non neutralizzato»[2].

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La politica ritrovata. X. La crisi della politica

26 novembre 2010

X. La crisi della politica

Gustave Doré, La distruzione del Leviatano

Non è del resto l’attribuzione alla seconda guerra del Golfo di un qualche primato, di un punto di svolta, a modificare il corso delle cose e la sostanza del problema. Al di là della sua data di origine, il fenomeno resta. Ma è tale da giustificare l’affermazione che «il “paradigma politico dei moderni” non funziona più»? È tale da mettere «sotto critica una politica (sia pure la politica dell’unica superpotenza mondiale)», come suggerisce poco oltre Revelli e, di più, da colpire al cuore «l’idea stessa di politica così come la conosciamo oggi», destituendo «di senso il paradigma “securitario”»[1]?

La mia opinione, l’ho già sostenuto, è che il paradigma politico dei moderni non abbia mai funzionato. O meglio non abbia funzionato nel senso che proprio quel paradigma ci indicava. E che perciò sia un altro il paradigma politico dei moderni che ha funzionato: non quello pattizio, non quello securitario.

La mia opinione è che il Leviatano non cessi ora «di essere quel “dio mortale” che la teologia civile hobbesiana aveva inventato», e non solo ora torni «nella propria palude, mostro tra gli altri mostri»[2].

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La politica ritrovata. VIII. Corsi e ricorsi

24 novembre 2010

Primo Levi

VIII. Corsi e ricorsi

«Forse dovremmo aver più coraggio – scrive Revelli – nell’affermare, con maggior nettezza, che il “paradigma politico dei moderni” non funziona più»[1].

Ma forse non è un problema di coraggio, né questione di affermare con maggior nettezza. Semplicemente «il “paradigma politico dei moderni” non funziona più». O meglio non ha mai funzionato. E questo al di là della buona fede e dell’acume di Hobbes.

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La politica ritrovata. VII. Fini e mezzi

23 novembre 2010

Aristotele

VII. Fini e mezzi

Revelli sostiene che con Hobbes – con il suo riconoscimento che il male risiede negli istinti e nelle passioni dell’uomo fino a spingerlo ad essere «homini lupus» e soldato nel «bellum omnium contra omnes»; con il riconoscimento che l’uomo è di natura negativo, distruttivo e autodistruttivo; con il riconoscimento dell’artificiosità e dell’innaturalezza del “pactum” preservativo e salvifico – si consuma la rottura «con l’intera tradizione del pensiero politico classico, da Aristotele a san Tommaso (lasciamo per ora da parte Agostino) per cui l’uomo era invece l’animal politicum et sociale per definizione: l’essere per sua natura portato alla convivenza e all’armonia con i propri simili perché più di ogni altro bisognoso e dipendente dagli altri»[1].

Si è già avuto modo di contestare quest’affermazione, dal momento che la negatività dell’uomo e addirittura la sua tendenza autodistruttiva non escludono la propensione alla socialità, all’armonia e, cosa qui dimenticata, alla creatività.

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La politica ritrovata. V. I cani e i lupi

21 novembre 2010

v. I cani e i lupi

Abbiamo già notato che non è data politica, se non è dato male, in quanto quest’ultimo è «condizione prima ed essenziale del “politico”; [...] suo presupposto costitutivo. [...] tratto specifico della condizione naturale dell’uomo»[1].

Niccolò Machiavelli

Il paradigma politico della modernità prende le mosse da lì, dal male. Anzi, sarebbe più esatto dire che qualsiasi paradigma politico – antico, moderno, attuale o futuro – non può che prendere le mosse dal male. Se, infatti, non ci fosse qualcosa che non va, qualcosa di male, o almeno qualcosa che potrebbe andare meglio, che ragione ci sarebbe di darsi da fare, di occuparsi delle cose?[2]

Ma questo dovrebbe ricondurci a considerare la politica come lo strumento che gli uomini hanno per tentare di occuparsi del bene e provvedere ad esso. O, se si preferisce, a considerare la politica come l’habitat nel quale essi possono operare e addirittura debbono operare, nel quale cioè sono costretti ad operare, per procurarsi il massimo di bene e il minimo di male.

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La politica ritrovata. IV. Politica, politiche

20 novembre 2010

György Lukács

IV. Politica, politiche

Malgrado la politica che passa per il male abbia già mostrato di fallire, di non condurci cioè alla salvezza, insisteremo ad occuparci del male per comprendere se si può ritrovare una politica che ci salvi, ci liberi dal male e per di più non fallisca.

Dobbiamo però chiederci se esiste davvero un’esigenza di ritrovare la politica perduta. Se non sarebbe più esatto, e producente, ritrovare una determinata politica perduta, vale a dire qualcosa che assomigli a un “ideale politico”, magari avendo lo scrupolo di non restare nuovamente impigliati nei trabocchetti degli “ideali” e nelle prigioni dell’“ideologia”. O, ancora, se non sarebbe meglio preoccuparsi di individuare il modo migliore per far sì che il maggior numero possibile di persone semplicemente si occupino di politica, cosicché, quand’è il momento di votare, si possa influenzare davvero coloro che prenderanno una decisione per nostro conto. In altre parole estendere le basi della democrazia.

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La politica ritrovata. II. La molla della politica

18 novembre 2010

Giobbe

II. La molla della politica

È vero che la molla che muove l’uomo verso la politica è, come sostiene Revelli, la sofferenza di Giobbe, il torto subito, l’ingiustizia patita da una vittima per mano di chi non avrebbe proprio dovuto esserci nemico e di chi detiene un potere così enorme su di noi?

È vero, ma solo parzialmente. Innanzitutto dobbiamo sbarazzarci di un equivoco. Giobbe se la vede con Dio; gli uomini, dinanzi alla politica, con altri uomini. Di poi è vero, e nemmeno interamente, per le classi subalterne, per le vittime dell’ingiustizia. Anche fra gli umili c’è chi non reagisce, chi non sente l’impulso della molla. Anche fra i sudditi vessati dal potere c’è chi sbotta non per sé, ma per i propri simili. Anche nel proletariato c’è chi comincia a darsi da fare non per eliminare le classi, ma per risalire la scala sociale.

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La politica ritrovata. I. Ripensare la politica

17 novembre 2010

Marco Revelli

i. Ripensare la politica

In sole 137 pagine, Marco Revelli fa uno sforzo veramente notevole: quello di ricostruire i punti cardine del pensare e dell’agire politico nel corso della storia, da Platone ai giorni nostri, e di suggerirci, quindi, in questa epoca di grande sconcerto e desolazione, una via d’uscita per il futuro.

La politica perduta[1] non è un libro di storia delle dottrine politiche; né un pamphlet agitatorio per una nuova formazione politica alla ricerca di autorevoli referenze teoriche; né, infine, un saggio gelido e accademico per sfoggiare un po’ di erudizione. C’è qualcosa di tutto questo: lo sguardo d’insieme e la capacità sintetica; il pathos di chi si sente nella mischia e si rende conto che i tempi che corrono, quelli di breve e di lungo periodo, promettono poco di buono e urge fare qualcosa; una considerevole conoscenza delle idee a nostra disposizione e dell’evoluzione che esse hanno avuto, accompagnata dalla consapevolezza dei limiti di quei vecchi strumenti e degli argomenti a favore o contro di essi; le coordinate concettuali di riferimento, in particolare quelle figure mitiche che, espresse nel pensiero religioso, costituiscono i cardini o il substrato su cui si fondano le costruzioni politiche.

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Conservare la vita

17 settembre 2010

Le leggi di natura sono immutabili ed eterne, perché mai si potranno rendere legittime l’ingiustizia, l’ingratitudine, l’arroganza, l’orgoglio, la parzialità e simili. Infatti non potrà mai essere che la guerra conservi la vita e la pace la distrugga.

Thomas Hobbes

Socrate in corsia

25 agosto 2010

Il nuovo ingresso di Careggi

Ho letto oggi sul giornale che l’ospedale fiorentino di Careggi – dove ho una stanza all’Hotel Bellavista, non tutta per me, ma pronta per ogni evenienza, qualora, come questa mattina, le palpebre o le caviglie mi si gonfino fuor di misura – si è dotato di un “consulente filosofico”. La notizia mi fa piacere non solo perché fa balenare prospettive di lavoro alternative alla mia professione ufficiale, il giornalista, essendo io in quella cosa con la quale o senza la quale è la stessa cosa laureato, a dispetto di qualche denigratore, ma anche perché credo che effettivamente dall’amore per la sapienza se ne possa trar beneficio e perciò anche il corpo ne sia gratificato.

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Stare insieme, federarsi

26 giugno 2010

Thomas Hobbes

Ho seguito il convegno su “partito e federalismo” organizzato questa mattina a Livorno dall’associazione Politica e società, messa in piedi da Vannino Chiti e altri sinceri appassionati delle sorti di questo paese e della forza politica che potrebbe tentar di dargli una chance, ammesso che non sia troppo tardi. Il vicepresidente del Senato e gli altri promotori dell’associazione mi hanno affidato l’incarico di mettere in piedi il sito www.politicaesocieta.it che tenterà di essere uno spazio di riflessione dove raccogliere le idee “per la” e “della” sinistra.

Ho ascoltato alcuni degli interventi e vorrei dire qualcosa di mio sul tema. Se scelgo di farlo nel mio blog e non nel sito dell’associazione è perché, essendo da molti anni fuori dalla politica e non volendovi rientrare proprio ora se non con un contributo professionale a una causa che mi par meriti d’essere sostenuta, non so dove finiscano le mie opinioni personali e dove esse possano cominciare a diventare, una volta pubblicate su un sito riferibile a un’associazione dal direttore responsabile, una linea, una strategia, un’indicazione di lavoro. Invece, lo ripeto, sono riflessioni personali e vorrei restassero tali finché non siano condivise espressamente.

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Canali e canaglie

3 maggio 2010

Molti anni fa, in una “Bustina di Minerva” su l’Espresso, Umberto Eco scrisse un pezzo che avevo ritagliato ma non so più dov’è, forse nella casa che ho comprato con la fatica d’una vita eppur più non m’appartiene avendo provato io un sentimento ambiguo ed avendo ceduto alla malattia (tranquilli, non è leucemia!). L’articolo parlava della crescita dei “canali” mediali. Sostanzialmente diceva che quando c’era solo Rai 1 in bianco e nero, trattandosi di un solo canale, in mezzo a qualche porcata, poteva finirci dentro, o passarci attraverso, anche ottima roba. Dovevi riempire un palinsesto di 12 ore, perché a mezzanotte compariva una splendida sigla con non ricordo più quale musica e un’antenna che svettava nel globo di una globalizzazione appena in fieri, e fino al mattino seguente, niente zapping. Ho accennato a quell’epoca televisiva in un altro blog intitolato Fare tv.

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La bacchetta di Claudio

17 aprile 2010
Claudio Martini, Enrico Rossi e la bacchetta da maestro d'orchestra

Claudio Martini, Enrico Rossi e la bacchetta da maestro d'orchestra

Claudio Martini ha lasciato regalando una bacchetta da direttore d’orchestra a Enrico Rossi che gli succede come presidente della Regione Toscana e che, invece, gli ha regalato Il Principe di Machiavelli, esiliato a Sant’Andrea in Percussina, e Lo Zen e l’arte di riparare la politica. Bei regali, degni delle due persone, anche se al Principe di Machiavelli avrei preferito Il leviatano di Thomas Hobbes, ma sui gusti non si sputa o non si disputa. A Claudio, mentre usciva di scena, ho detto di essere onorato di aver lavorato dieci anni per lui, stando molto dietro le quinte e anche dietro qualcuno che starebbe meglio dietro un albero, a zappare: coraggio, è giunto il momento! Con i colleghi, iniziando il passaggio di consegne a Susanna Cressati e brindando come suggeriva Joseph Roth nel suo La marcia di Radetszky, ho condiviso la gioia di aver tenuto insieme un’orchestra che ora suona da dio, ha anche due solisti capaci di imitare Lilly Gruber e David Sassoli, gran bravi professionisti poi prestati alla politica. Eh, sì, ho usato la bacchetta, dandola qualche volta sulle dita, ma più che altro alzandola verso il cielo, là dove stanno le speranze e le convinzioni, per me non dio. Ed ho ribadito la mia voglia di imparare, prima o poi, la musica, bevendo alla fonte di Piero Farulli o inchinandomi dinanzi a Tiziano Mealli. Lo farò, prima o poi lo farò, trasformando un paio di brani rock in due meravigliose sinfonie per orchestra. Auguri a Claudio, auguri a Enrico. Anzi: auguri Presidente.

da Intoscana.it – Rossi, una bacchetta d’orchestra per dirigere la Toscana

da La Repubblica – 17 aprile 2010

da Il Corriere Fiorentino – 17 aprile 2010