Del sostenibile

Il titolo, diciamolo, era più che invitante: La felicità sostenibile. Anche per questo l’ho letto. E poi perché sapevo che rientrava in un filone di idee che mi incuriosisce non poco e che spero abbia uno sviluppo, perché se restiamo legati ai parametri a cui ci siamo abituati, da quelli delle convenzioni a quelli della logica, dell’economia, della politica e della filosofia, sento – e mi va di sottolineare il verbo sentire anziché pensare – che si andrà da poche parti. Pensieri trasversali, nuove frontiere, luoghi comuni e concetti scontati messi da parte, di questo avverto il bisogno e non ho ancora un orientamento preciso.

Per cui ho preso il libro di Maurizio Pallante e me lo sono letto. Quella parola, “felicità”, nel mio vocabolario personale è stata emarginata molti molti anni fa, forse anche troppo, intendo dire anche quando in realtà quel sentimento ho provato e avrei dovuto avere l’onestà di ammetterlo. Lasciandola tuttavia a una ricerca che ha in Epicuro il suo cuore e che merita di essere scandagliata. Ma qui, credo, più che il sostantivo era l’aggettivo che mi interessava: il sostenibile. Anche questa parola abusata e abluzionata, gargarismizzata e colluttoriata. E tuttavia densa di significato.

Il sostenibile o la sostenibilità (la prima parola non mi viene segnalata in rosso dal correttore automatico dei testi, mentre la seconda sì e più che del colore mi fido dell’appreso sul vocabolario), che potremmo anche ridefinire servendoci di possibilità duratura ancorché non infinita e più precisamente di possibilità più duratura ancorché non infinita, giacché anche l’insostenibile o l’insostenibilità sono possibili, ma ci si chiede con assillo per quanto ancora; il sostenibile o la sostenibilità, dicevo, sono concetti importanti con i quali faremmo bene a confrontarci in quanto dietro di essi c’è non un concetto, ma la nostra realtà, la nostra esistenza, forse la nostra sopravvivenza, al netto dei timori che hanno infarcito la storia dell’umanità di cicliche disattese apocalissi.

Quel libro, che invero non è un gran che perché rimesta un po’ semplicisticamente in quel medievalismo agricolo del facciamo tutto nell’orto di casa, tuttavia evidenzia molte demenzialità non solo del nostro modo di produrre, soddisfare i propri bisogni e stare insieme agli altri, ma dei parametri di cui ci serviamo per valutare il nostro grado di benessere o benestare. È molto bello, per esempio, il capitolo intitolato Consumare e utilizzare che scardina la parola con cui a difesa delle nostre tasche ci chiamiamo fessamente consumatori, ovvero dilapidatori o distruttori o annientatori. È molto interessante anche lo smascheramento della nostra idea di crescita, di sviluppo, secondo una destrutturazione analoga a quella che a cavallo fra Otto e Novecento fu fatta del concetto di progresso: ma dove sta scritto che si debba andare sempre in su, sempre più in su, quando molti indicatori biologici ci dicono che più di tanto non c’è n’è secondo l’antica legge del nulla si crea e nulla si distrugge.

Insomma il Prodotto interno lordo davvero avrebbe bisogno d’esser fatto in brani e sostituito con altro che alla fin fine organizzi la nostra vita, quella di noi tutti, in un modo che non lasci in banca a muffire quel che non sta sulla tavola di chi ha fame. Per cui spero che intorno a questa banalità le idee si moltiplichino, “crescano”, “si sviluppino” e “progrediscano”: ma, per favore, non con giochini da bambino.

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