Storie di cococo

Incontro storie raccontando storie. Io ne butto lì una e me ne tornano indietro a dozzine. Uso Facebook non per dire che oggi piove o che la torta al ristorante era buona. E così, spesso, il ritorno che ne ho è analogo.

Un call center

Giovanna Bellacci mi ha incrociato nel magico mondo del 2.0 e gli è tornato alla mente che quand’eravamo ragazzini andavamo a qualche festa insieme da amici comuni. Si è incuriosita al mio libro e ha mandato suo fratello a comprarglielo. Ha letto delle mie magagne lavorative e mi ha detto che anche lei ha le sue. Un collega che lavorava all’Ansa, Michele Giuntini, le ha raccontate su Panorama. Riporto l’articolo.

Pistoia. Precaria e contenta a 50 anni in un call center, Giovanna Bellacci, fiorentina, colleziona contratti a progetto alla Answers di Pistoia. Vive nel mondo dei lavoratori atipici senza farsi prostrare dal miraggio del posto fisso. Anzi: «I contratti a progetto non sottintendono per forza rapporti di lavoro sbagliati, come a volte emerge dai luoghi comuni. Un call center non è per forza un luogo alienante, non è solo rispondere al telefono, ma anche impadronirsi delle tecnologie, imparare a risolvere velocemente i problemi».

Giovanna, prima di approdare al call center è stata imprenditrice, commessa part-time e assicuratrice: «Divorziata, con un figlio da crescere e due genitori anziani da accudire, per me lavorare su progetto ha significato poter gestire la famiglia grazie a una certa flessibilità negli orari che puoi contrattare, cosa che non è scontata per un lavoratore dipendente».

L’azienda dove lavora, la Answers, che fornisce servizi per clienti di vario tipo tra cui Tim, Telecom, Enel, banche come Mps, Bcc, Bpi, Cr Firenze, società come Henkel e Palmera, fu la prima impresa italiana (era il 2000) a firmare un accordo coi sindacati che prevedeva diritti e sistemi di tutela per i lavoratori atipici. Bellacci era tra loro e oggi si sente una propugnatrice dei contratti a progetto pur riconoscendo che il lavoro dipendente dà una serie di garanzie. Come tutti, nel call center anche Giovanna Bellacci sta davanti ai telefoni, ma nel tempo ha esteso i suoi compiti. «Potrà sembrare strano, ma qui ho imparato un sacco di cose. Mi sono occupata di formazione, ho coordinato gruppi di lavoro per programmi differenti, ho gestito situazioni di “problem solving” difficili».

Ogni volta lo ha fatto con un nuovo contratto da cocopro. Giovanna, diploma in ragioneria e studi in filosofia alle spalle, spiega: «Pensiamo al computer. Una persona della mia generazione rischia di venirtagliata fuori da questa competenza. Io no».

Michele Giuntini

Dal sito: http://www.precaria.org/panorama-sul-mondo-del-precariato.html

2 Responses to “Storie di cococo”

  1. andrea guermandi scrive:

    beh daniele, dopo anni di articolo 1 all’unità anche a me è capitato per dieci anni di fare il cocopro alla provincia di rimini (una b arca di contributi versati all’inpgi 2, impossibile versare anche quelli alla contribuzione principale: bastava fare un contratto a tempo determinato e farsi versare dalla provincia i contributi principali, ma non è stato possibile) ed ora sono nuovamente cocopro in una società privata, che va benissimo. ma tra questo e dire che è juna vera bazza , beh, ce ne passa un po’. poi capisco che è un posto di lavoro e dunque bisogna starsene zitti zitti con i tempi che corrono … ciao

  2. Daniele Pugliese scrive:

    Ma l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

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