Arabi, ebrei, europei

Tahar Ben Jelloun

Scrive Tahar Ben Jelloun in Giorno di silenzio a Tangeri: «Resta persuaso che la follia hitleriana avesse inscritto nel suo programma l’eliminazione degli Arabi dopo quella degli Ebrei». Non è difficile crederlo. E bisognerebbe riflettere sul fatto che, come ha scritto Primo Levi in Se questo è un uomo, gli anziani del Lager chiamassero i deboli, gli inetti, i votati all’annientamento, «Muselmann», mussulmani (cfr. Primo Levi. Conversazioni e interviste. 1963-1987, a c. di Marco Belpoliti, Torino, Einaudi, 1997, p. 222 n.).

Prendendo spunto da queste due opinioni e pensando alla voglia di democrazia che circola in Medioriente, alle rivolte in corso, e all’anomala presenza di un paese che in quell’area geografica già da tempo vive in una democrazia, mi domando cosa succederebbe se a quell’esperienza si guardasse negli altri paesi che si affacciano a Sud del Mediterraneo. Sì, per quanto folle ed impensabile possa apparire, a un patto, a una solidarietà, fra Israele, il Marocco, la Tunisia, il Libano, la Libia, secondo parametri che non sono quelli delle democrazie in Europa, o degli Usa, o di esperienze altrove.

So che è assurdo, che il gioco avviene altrove, le decisioni non si prendono lì e non in piazza. Ma sognare non costa nulla e non è neanche dannoso. Ma d’altra parte considero che l’orrore nazista è nato nel Vecchio continente e che l’intero Vecchio continente non ha fatto niente all’inizio per contrastarlo, anzi, lo ha quasi indotto e che appunto, come testimoniano ancora le intemperanze razziste di oggi, quei sentimenti di superiorità e disprezzo non si sono sopiti, tuttalpiù hanno solo maggior pudore.

Abbiamo guardato in silenzio i carri bestiame dirigersi verso Auschwitz e Treblinka e chiuderemmo ancora gli occhi sia che dentro vi fossero degli ebrei, sia che dentro vi fossero degli arabi. Al massimo domenica chiederemmo perdono.

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