Addio professore, grazie

Paolo Rossi Monti

Ho saputo solo qualche ora fa che il 14 gennaio scorso è morto Paolo Rossi Monti, e sono inebetito. Aveva 89 anni e prima o poi doveva succedere. Ma, maledizione, perché è successo? Se ho imparato qualcosa in buona parte lo devo a lui. È stato il mio primo professore all’Università e mi affascinò con le sue lezioni pacate, difficili, ma piene di suggestioni, di spunti, di rimandi e richiami. Non ce l’ho fatta a laurearmi con lui come gli avevo promesso preferendo il mestieraccio del giornalista a quello dello studioso, però ho avuto la fortuna di averlo come controrelatore, mentre uno dei suoi allievi, Sandro Pagnini, mi ha guidato in quel lavoro. Al primo esame mi mise sotto torchio. Mi aveva fatto una domanda ed io forse avevo risposto in maniera un po’ imprecisa, lasciandogli il dubbio che volessi sostenere una tesi che a lui suonava strana e mi disse: «Vuol sostenere questo?» Difesi le mie idee cercando di puntualizzarle e lui manifestò il disappunto per la convinzione ma l’apprezzamento per il fatto che le sostenessi: mi stava insegnando la libertà. Anche di sbagliare. Al 30 aggiunse una lode.

Poi, l’ho inseguito di tanto in tanto nel suo lavoro di organizzatore culturale, in particolare nel ruolo che svolse dando vita al Centro fiorentino di storia e filosofia della scienza. Era un uomo curioso, lo rivelavano prima di tutto i suoi occhi capaci di scrutarti come i cannocchiali a cui ha dedicato buona parte delle sue ricerche. Grazie professore.

Per onorarlo ripubblico l’intervista che mi concesse per l’Unità quando uscì da Utet la sua Storia della scienza.

Il calvario della scienza

Cinque volumi, tremila pagine, quasi quattro secoli di teorie ed esperimenti scientifici passati al setaccio. Paolo Rossi Monti, docente di storia della filosofia all’Università di Firenze, da poco nominato membro dell’Accademia dei Lincei, nello studio di casa sua apre la scatola che gli è stata appena recapitata dalla Utet di Torino. Fresca fresca di stampa ecco la Storia della scienza che ha impegnato Paolo Rossi e sette suoi prestigiosi collaboratori per ben diciassette anni.

«La prima riunione – dice Rossi Monti – l’abbiamo fatta a Quercianella nel 1971». Ora il lavoro è finito e la più completa rassegna del lungo cammino da Bacone a Rubbia sarà presto in libreria. Ma, precisa Rossi, «non è una storia di tutta la scienza, è la storia della scienza moderna e contemporanea, quella che ha avuto inizio nelle metà del cinquecento con la “rivoluzione scientifica”».

Come mai questa scelta, questa delimitazione di campo?

Una ragione sta nel fatto che c’è una difficoltà reale nel trattare quel periodo, perché ci sono pochi studiosi di scienza antica e medievale. Ma la scelta non dipende solo da questo. Quando si parla della scienza antica e medievale, si parla di una scienza senza scienziati.

La vostra dunque è una storia degli scienziati?

Più che una storia degli scienziati è una storia della scienza fatta dagli scienziati; della scienza cioè come la intendiamo ancora oggi, con delle teorie, delle ipotesi, degli esperimenti di verifica, delle sedi di confronto sui risultati della ricerca. Lo scienziato è una figura sociale moderna che è comparsa in Europa alla metà del Cinquecento. Prima di quella data esisteva una scienza, quella di Galeno e di Tolomeo, per intendersi, che però non erano degli scienziati come li intendiamo noi oggi.

Il che mi fa pensare che si tratti di una storia della scienza in Occidente. È questa che, appunto, viene comunemente considerata «la scienza».

Certamente. Oh, c’è la fisica giapponese di questo secolo o Pavlov e i tanti scienziati sovietici, ma in quanto hanno inciso sulla scienza occidentale. Vorrei precisare un’altra cosa. Non è una storia degli scienziati in senso proprio, anche perché non si è scelto il criterio dei personaggi, delle monografie biografiche, della «galleria dei ritratti». Ci sono solo sei personaggi a cui è stato dedicato interamente un capitolo o comunque una trattazione specifica perché sono il simbolo di grandi rivoluzioni avvenute nella scienza.

Chi sono i magnifici sei?

Galileo, Newton, Faraday, Darwin, Maxwell ed Einstein.

E il criterio che avete adottato allora qual è?

Be’, c’è innanzitutto una partizione cronologica. Il primo volume va dalla rivoluzione scientifica all’età dei lumi. Il secondo, diviso in due tomi come il terzo, dall’età romantica alla società industriale. L’ultimo è dedicato al Novecento. Ma il criterio è quello della storia delle teorie, degli esperimenti e dei problemi. Le varie discipline allora si intrecciano e lo stesso autore torna in più capitoli. Per questo credo che siano molto importanti gli indici dei nomi e degli argomenti messi in appendice. Altrettanto importanti mi sembrano le bibliografie alla fine di ogni capitolo. Sono molto selettive, con riferimenti essenziali che consentono però, a chi voglia affrontare uno studio o una ricerca, di orientarsi in un panorama sterminato di libri e pubblicazioni.

Storia delle teorie e dei problemi, dunque. È l’unico criterio che avete adottato?

No, ci sono altre due scelte che abbiamo fatto e che sono significative. La prima riguarda l’esclusione di certi ambiti, perché su alcuni campi della scienza ci sono già tanti libri. Sono rimaste fuori, per esempio, la medicina e tutte le scienze umane, compresa l’economia. Abbiamo rivolto la nostra attenzione solo alle cosiddette «scienze dure»: la matematica, la fisica, l’astronomia-cosmologia, la biologia, la chimica e quei problemi che hanno a che fare con le neuroscienze. C’è quindi della psicologia, ma non tutta. Per queste discipline, però, è stato fatto un lavoro molto analitico e dettagliato, il che ha comportato subito un grosso problema di linguaggio. Alla fine abbiamo deciso di non rinunciare alle formule matematiche e a una parte del linguaggio specialistico della scienza. Tuttavia scrivendo abbiamo voluto rivolgerci a un pubblico non solo di specialisti. La nostra convinzione è però che non è tutto traducibile in un linguaggio che non sia quello della scienza, come qualcuno invece sostiene. In questa scelta ci ha confortato anche il fatto che il pubblico non è più quello di una volta e che ora molta più gente sa di scienza. E gli stessi scienziati, i laureati in fisica o in informatica, dimostrano sempre più interessi storici.

E la seconda scelta qual è stata?

Quella di non fare una storia della filosofia e della scienza, ma una storia della scienza. Abbiamo illustrato le teorie e i problemi degli scienziati. Delle teorie filosofiche si parla solo quando queste hanno influenzato direttamente la scienza, cosa che era più forte nel 600 e che in seguito si è attenuata.

Un punto di vista diverso da quello che, ormai molti anni fa, ha adottato Ludovico Geymonat per mettere in piedi quell’opera con cui sicuramente questi cinque volumi dovranno fare i conti, la Storia del pensiero filosofico e scientifico edita da Garzanti.

Non c’è dubbio. Anche perché noi non abbiamo voluto fare una storia positivista, una marcia trionfale delle teorie che hanno vinto, ma un’analisi molto analitica e dettagliata dei problemi che la scienza ha incontrato lungo la sua strada, anche di quella scienza che poi «ha perso». Penso a Lamarck, per esempio. A differenza della storia di Geymonat, che è stata un’opera significativa e fortunata nel suo impianto «manualistico», noi non abbiamo voluto privilegiare una scienza guida. Per noi non esiste, come nel Geymonat, il primato della fisica e della matematica. Noi abbiamo voluto privilegiare solo la storia «interna» o solo quella «esterna» della scienza: avrebbe significato cadere o nella sociologia della scienza o nell’epistemologia. Altrettanta equidistanza abbiamo preso sul problema del continuismo e del discontinuismo della scienza. Abbiamo invece voluto dare spazio al problema dell’ostilità verso la scienza.

Ossia?

A quegli atteggiamenti, costanti nella storia della scienza, di rifiuto. O, per cosi dire, alla «non-scienza». Questo era obbligatorio: volendo fare la storia delle difficoltà superate, di questo ostacolo bisognava parlare. Cosi come si è dovuto parlare del tema della responsabilità della scienza, della morale dei fisici.

Questioni di oggi. Ma arriva davvero fino ai giorni nostri il quinto volume?

Be’, forse non a oggi ma a ieri sì. Voglio dire: si parla di Stephen Jay Gould e di Carlo Rubbia. Del resto questo è perfettamente coerente con l’impianto dell’opera. Quando si è scelto di escludere ciò che c’è stato prima della rivoluzione scientifica avevamo in mente questa crescita esponenziale della scienza, il fatto che uno scienziato di oggi nella sua vita può incontrare più scienziati di quanti ne sono esistiti dalla Grecia a Galileo.

Chi ha lavorato con lei, professor Rossi, in questi diciassette anni?

Un matematico bolognese, due studiosi usciti dalla prestigiosa scuola di Ludovico Geymonat e quattro dei miei migliori allievi. Il matematico è Umberto Bottazzini che ha curato tutta la storia della matematica, dalla rivoluzione scientifica fino a oggi. I «geymonattiani» sono Bernardino Fantini (biologia e chimica dell’800 e del 900) e Enrico Bellone a cui si devono tutti i capitoli dedicati alla fisica, da Newton a oggi e, come dire, l’attenzione alle teorie degli scienziati, a quello che hanno realmente detto, scoperto, studiato e prodotto. Poi c’è Ferdinando Abbri che ha ripercorso tutta la chimica fino a Lavoisier, Walter Bernardi per la biologia del 6-700, Antonello La Vergata per Darwin e l’evoluzionismo, Stefano Poggi per la psicologia e la fisiologia dalla metà del 700 ad oggi.

E poi c’è lei. Ha solo coordinato il lavoro degli altri?

No. Esclusa la matematica ho ripercorso tutta la scienza da Copernico a Newton, e ho scritto le introduzioni a tutti e cinque i volumi. Introduzioni che cercano di tracciare il quadro delle istituzioni e delle immagini della scienza, lo schizzo cioè del rapporto fra scienza e società: le accademie, le università, le riviste, le società scientifiche, l’ingresso dei «nazionalismi» nella scienza, la crescita esponenziale della ricerca, l’influenza delle teorie e delle scoperte negli altri ambiti della vita umana.

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