Cos’è una montagna

Clemente Rebora

Nikolaj Gogol

In tal modo, come una palpebra discreta sopra una pupilla senza malizia, si chiude la breve giornata di Akàkij Akàkievic, che non ha nulla di malinconico, e neppure di triste: se mai è mesta. Egli infatti si riduce così solitario anche perché lo vuole; e non per misantropia, o incapacità di godere, ma piuttosto per un’indipendente amicizia con il poco di cui sa contentarsi; e non soffre quindi distacco, in quanto segue ma non si attacca alla vita. Per questo fugge l’ozio, e il perder tempo, perché egli sente di valere finché produce, come la sua penna; trovarsi inutile, ingiustificato, gli sarebbe insostenibile, si dovrebbe guastare; forse intuisce che servire è insignorirsi.

Non è quindi querulo, né inacidito; potrà sgomentarsi, ma non protesta contro la fragilità e la prigionia della propria esistenza: e non perché sia uno stupido o un imbelle. E si direbbe anzi che da esse egli attinga la fede in una compensazione invisibile, se nella sua gracile piccolezza riesce a trovare tanta possibilità di resistenza, e un così grande conforto, pur non usando alcun mezzo men che lecito. Sotto quell’aspetto remissivo egli vive dunque con energia, poiché accetta i limiti della propria natura e in essi svolge la sua intera umanità: l’invidia, la bramosia, la presunzione, non lo spingono a strafare, dato ch’egli scopre come ci sia tanto da fare nel punto dove si trova: e in questo si rende superiore. Copia infatti, e sarebbe inetto a qualunque altro lavoro; ma egli, lungi dal rivalersene sugli altri con la meschina boria dell’acredine, e pur senza abbattersi, accoglie la sua limitazione così come il cerchio aderisce alla circonferenza che lo realizza; la ama anzi, poiché in essa egli è signore, può stabilire il proprio centro, il quale è un principio essenziale qualunque ne sia la sfera di azione. E in questo egli è in armonia con gli spiriti luminosi di tutti i tempi, i quali hanno sostituito al valore esterno del merito la consistenza della virtù, l’apprezzamento intrinseco di ciò che uno è, il tendere insospettabile a una vita raggiante che elevi. E, del resto, anche una montagna è essenzialmente montagna in quanto sale, all’infuori dell’altezza raggiunta.

Clemente Rebora, Annotazioni,

in Nikolaj Vasil’evic Gogol’, Il cappotto, Milano, Feltrinelli, 2010, pp. 70-71

Leave a Reply