La caccia all’untore

La caccia all’untore è scatenata. La sensibile crisi che travolge molti di noi – non tutti – ha dato fiato alle trombe della persecuzione degli spreconi (ma non altrettanto alla ricerca degli sprecati). Taglia di qui, taglia di là, si sente dire da un coro indistinto che quando sente avvicinarsi la mannaia impreca uno slittamento della lama appena un poco più in là, quel tanto che basta a risparmiarlo, a veder dissolversi lo spettro del tocca anche a me.

È colpa delle province, no dei cacciabombardieri, dei dipendenti della Regione Sicilia che sarebbero più di quelli del governo britannico, della ditta che ha preso in subappalto il subappalto dell’appalto, dei bancari confusi con i banchieri, degli infermieri ma guai a chi tocca gli ospedali, di un altro, di un altro, non di me e di chi a me provvede. Nessuno, prima fra tutti chi governa, sembra rendersi conto che se tagli metti sulla strada, e se metti sulla strada non si compra, non si spende, non ci si serve di quello che fa chi sulla strada ancora non c’è.

Per chi non l’avesse capito, la povertà impoverisce anche chi non la detiene, chi ne è esente e non vi partecipa. È un bacillo che si diffonde, contagioso come la peste e colpisce indiscriminatamente. Anche chi resta col portafogli pieno, la palizzata antirapina e i vetri antiproiettile è, in stato di povertà, più esposto al furto, all’aggressione, alla violazione del domicilio e della quiete domestica.

Ogni manovra antispreco è demenziale se non è accompagnata da un provvedimento di utilizzo produttivo e proficuo delle risorse risparmiate, da un rimescolamento delle carte a danno di qualcosa e a favore di qualcos’altro, da una redistribuzione della ricchezza che anche l’indigenza, lo sperpero, la miseria hanno contribuito a produrre, consentendo a qualcuno di stare alla catena di montaggio e a qualcun altro alla catena del nuovo schiavista che ti sbatte sul marciapiede bitumato dalla ditta del padrone-ladrone.

Possiamo dimezzare le assemblee elettive, le corti e i cortigiani, sapendo che quella manodopera tornerà sul mercato pronta a scalzare qualcun altro, magari solo più in basso, proprio là, magari, dove ci sei te. E allora attenzione a fare i moralisti per opportunismo, a indignarsi al caldo, ben imbatuffolati e presuntuosamente protetti.

Ci siamo dissanguati in una quindicina d’anni in cui la maggioranza di noi – sì di noi, quello che prendeva il caffè accanto a te al bar – s’è fidata di uno che, dicevano, se si è fatto da solo, se sa far soldi, saprà come farceli fare. Era una leggenda metropolitana, una menzogna, una balla bella e buona e tuttavia c’è chi vi ha creduto, e magari beneficiava fino allora dello stato sociale.

Qualcuno oggi se la prende con il rigore. Sbaglia! Bisogna essere rigorosi, i conti devono tornare. E se quello che stanno licenziando al posto tuo non trova lavoro vuol dire che presto non ne avrai più neanche tu. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, per cui non andare a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.

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