Addio, compagna di banco

Mara in redazione a l'Unità negli anni Ottanta

Mara era la mia compagna di banco. Siamo stati molti anni seduti accanto. Lei nella sua scrivania, io nella mia, a fianco. Ogni tanto le strappavo il lavoro e disegnavo io la pagina del giornale. Ogni tanto lei mi faceva le pulci e trovava un errore in un testo o in un titolo che a me era sfuggito.

Ci eravamo conosciuti molti anni prima, sfilando dietro gli stessi striscioni, tenendo in mano le stesse bandiere, alzando il pugno alla stessa maniera, intonando le stesse canzoni e il suo volto era così sorridente che più di un fotoreporter deve averla inquadrata e fermata in quello scatto. Poi, al giornale, le foto le sceglievamo insieme. Arrivò come poligrafica, ma non fu solo la rivoluzione delle tecnologie a rendere sempre più determinante il suo ruolo. C’era la sua stoffa, e faceva la differenza. Solo la chiusura dell’Unità nel 1999 che ci ha spazzato via tutti, costringendoci ad arrangiarci e inventarci qualcosa, ha fatto sì che tirasse fuori anche l’altro lato e mettersi a scrivere.

Ha saltabeccato in un precariato ingiusto perché le fila da cui arrivavamo non hanno mai compreso del patrimonio che avevano a disposizione, ma in tutti questi anni, durante i quali ogni tanto ci sentivamo o capitava di incontrarsi, non l’ho mai sentita lamentarsi, e se lo ha fatto aveva subito pronto un sorriso con cui arginare lo sconforto.

Gabriele Capelli ebbe, tra gli altri, il grande merito di prenderla, di pungolarla e di pungolarmi a starle vicino, ed io spero di essere riuscito a farlo. Dalla dolcezza ma anche dalla sincerità con cui mi parlava, dagli scambi d’occhiate e d’intesa direi di sì, voglio pensare che sì. Stima e rispetto reciproci e quel tanto di più che era volersi bene, da grandi, ognuno a fare quel che deve o può fare.

Quando andai a Bologna si ricordava quanto amassi le esili figure di Alberto Giacometti e quanto avrei desiderato avere una sua scultura in casa mia: perciò mi regalò un’Ombra della sera, la più grande che ci fosse in commercio, perché era quanto di più vi assomigliasse e, però fosse abbordabile. Quel bronzo è ancora qui davanti ai miei occhi, mentre sto scrivendo di lei.

Questa mattina Mara Conti è morta. E mi sembra un’ingiustizia assoluta.

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One Response to “Addio, compagna di banco”

  1. Claudio scrive:

    Bellissimo ricordo, bruttissima notizia. Ciao Daniele, un abbraccio.

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