Narrare / giustificare

Simonetta Agnello Hornby

Poco tempo fa ho letto Camera oscura (Skira, 2010, pp. 128, € 15) di Simonetta Agnello Hornby. Me l’ha prestato, insistendo perché lo leggessi, un’amica speciale, convinta che esistano delle affinità tra il mio modo di scrivere e quello di questa signora che ha saputo sapientemente mescolare le sue origini siciliane e l’ormai lungo radicamento in Gran Bretagna: ha preso la cittadinanza inglese e si è dedicata con passione, da legale, ai diritti delle comunità immigrate, delle donne e dei bambini.

Benché il mio nome di battesimo mi condanni a un’incessante istruttoria, a dibattimenti e sentenze e a successivi appelli – Daniele in ebraico vuol dire “Dio è il mio giudice” – sono certamente la persona meno indicata a condannarmi o ad assolvermi o anche solo ad emetter verdetti e ho finito per accettare che il procedimento prosegua, si fissi una nuova udienza, si accolgano i testi e si portino le prove, restando rispettosamente sul banco degli imputati.

Non sono perciò in grado di dire se l’accostamento tra i due modi di scrivere sia pertinente ed abbia effettivamente riscontro o se invece manifesti un affettuoso incoraggiamento a proseguire i miei passatempi notturni con carta e penna, apprezzati dall’amica speciale che legge tanto, ne fa tesoro, e per Simonetta Agnello Hornby dichiara di avere una certa predilezione, magari con l’augurio che un giorno anche le mie pagine abbiano un successo come quello de La Mennulara, La zia marchesa, Vento scomposto, Un filo d’olio.

Camera oscura ricostruisce, a partire da un carteggio databile novembre 1878 – febbraio 1896, riportato in appendice al volume, la storia del rapporto tra il diacono del Christ Church Charles L. Dogson, docente di matematica al college di Oxford, e la famiglia Mayhew. È la storia di una amicizia interrotta narrata attraverso gli occhi di una bambina ormai cresciuta e della sua compagna che si chiama Alice.

L'Alice di Lewis Carroll

L’ecclesiastico è niente popo’ di meno che Lewis Carroll, lo straordinario autore di Alice nel paese delle meraviglie e Alice nello specchio che risultano essere i libri inglesi più letti insieme all’opera di Shakespeare.

Charles L. Dogson, o se si preferisce Lewis Carroll, oltre a predicare, conoscere la magia dei numeri e i segreti della logica, avere una fantasia da paese delle meraviglie, scrivere mirabilmente, era anche un pioniere della fotografia. I suoi soggetti preferiti erano giovani fanciulle, ritratte anche nude. Ma sempre, pare, con il consenso delle famiglie.

Leggendo la ricostruzione storica di Simonetta Agnello Hornby e lo scambio epistolare fra Carroll e i componenti di quel nucleo familiare, prima consenzienti al giocoso passatempo e anzi stuzzicabili a più esplicite raffigurazioni, e poi assaliti da una ritrosia che sembra trovar alimento più in certe gelosie e dinamiche familiari che non nel senso del pudore o in un disappunto morale, fino al punto di porre fine bruscamente alle sedute, è assai difficile farsi un convincimento riguardo l’ovviamente sospettabile pedofilia dello scrittore, il quale dichiara nelle sue missive di avere «un profondo senso di ammirazione per la forma, specialmente la forma umana, e convinto che sia la cosa più bella che Dio ha fatto su questa terra» (p. 110).

«A nessun costo – aggiunge – farei un ritratto che dopo potrei essere riluttante a mostrare a tutto il mondo, o almeno a tutto il mondo artistico».

Altrove scrive d’esser certo che ai suoi scatti «le bambine non soltanto non obietterebbero “energicamente”, ma che non obietterebbero affatto». Ed argomenta sagacemente riguardo la fiducia che chiede gli venga accordata riguardo il restar solo con le bimbe.

Alla fine del libro i sospetti sono tutt’altro che fugati, anzi il tarlo del dubbio si fa chiaramente sentire, ma si ha l’impressione di restare sempre su una soglia indefinita, in una nebbia confusa, in quello che, in gergo giudiziario, si chiama «il fatto non sussiste».

Ora, ciò che a me interessa qui trattare e mi ha spinto a scrivere questa nota, non è l’imputazione o meno del reato di pedofilia nei confronti del diacono. Charles L. Dogson, né la discussione accademica se tal reato si consumi anche solo “scattando”, ritraendo, senza andar oltre, cosa che si suppone ma non è acclarata nel libro (l’autrice lo afferma però esplicitamente in una intervista rilasciata il 5 giugno 2010 a Aridea Fezzi Price de Il Giornale dal titolo La camera oscura di Lewis Carroll che consiglio di leggere).

È invece l’operazione letteraria di Simonetta Agnello Hornby che mi interessa, la quale, come si è detto, si è distinta nella sua attività professionale per l’attenzione scrupolosa e impegnata a favore dell’infanzia e dell’adolescenza, tanto che suo studio legale sarebbe stato il primo in Inghilterra a dedicare un dipartimento ai casi di violenza all’interno della famiglia e lei è stata docente di diritto dei minori all’Università di Leicester.

Questo perché all’uscita dei miei racconti Sempre più verso Occidente, una persona molto cara e che ammiro per quello che ha fatto nella vita – comprese le sue battaglie vere per arginare quell’ignobile perversione, l’unica soglia della sessualità, oltre alla violenza e al mancato consenso, a mio giudizio invalicabile –, mi ha espresso biasimo e chiesto di dar conto di quanto ho scritto in Specchio retrovisore, un racconto dove il protagonista, combattuto tra le spinte a cercar di cambiare il mondo e quelle che dinanzi ad esso portano a soccombere, tra i nobili ideali e le misere pulsioni, prova pietà in un vicolo popolato di giovanissime prostitute e fa appello a tutte le proprie forze e ai dettami della propria integrità morale per scacciare e tener sotto controllo l’impulso e l’eccitazione.

Il ripudio di quell’esitazione, di quello sbandamento, è tale che il protagonista, dinanzi all’accidentale drammatica morte di una bambina che appena assomiglia ad una di quelle schiave infantili, finisce per attribuirsi la responsabilità di un fatto che non ha commesso: l’uscita fuori strada dell’autobus su cui perdono la vita quelle creature.

Non credendo in Dio ed avendolo ciò nonostante addirittura nel nome come giudice, ho insomma tentato di cercare una colpa anche quando non c’è, coma ha notato Paolo Vannini nella recensione del mio libro su Il Ponte.

Perciò mi hanno tanto turbato i sospetti, le perplessità, i dubbi manifestati da quella persona di cui ho stima e verso la quale provo affetto, benché le diversità di vedute, dopo una lunga lontananza, abbia portato a una nuova distanza.

Mi inquieta che si possa pensare che in quella descrizione, in quel lavorare di fantasia che è la scrittura narrativa, vi possano essere cedimenti agli alibi o alle motivazioni di chi ha abusato di un minore. Mi inquieta che lo pensi quella persona che speravo mi conoscesse e conoscesse il mio percorso.

Ancor più oggi, dopo l’uscita di Io la salverò, signorina Else, in cui delle schermaglie di tipo sessuale ci sono tra un uomo maturo e una ragazzina che solo di poco ha raggiunto, secondo i nostri canoni, la maggiore età.

Descrivere, scandagliare, tentar di comprendere, ed anzi mettere in guardia e lanciare un campanello d’allarme, mi sembra che siano tutt’altra cosa dal giustificare e dall’essere assenziente, o anche solo dal girar la testa dall’altra parte dinanzi al passaggio del carro bestiame stipato di carne umana destinata al macello.

E a me sembra che qualcosa di analogo abbia fatto con il suo libro anche Simonetta Agnello Hornby. Se poi la nostra scrittura sia simile, questo non lo so. E, tutto sommato, non ha molta importanza.

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