Del vero e del falso

A detta di sacre scritture, alle quali poco credo pur avendone rispetto e desiderio di conoscenza, la maledizione più atroce che ci sia stata inflitta dal gran burbero incanutito è quella di dover lavorare col sudore della propria fronte, condanna contigua o complementare all’altra di provar vergogna del proprio corpo ignudo fino a doverlo rivestire di almeno una foglia di fico, e, per quella strada, di viver assai meno genuinamente i bollori della nostra epidermide e il desiderio di incontrarsi.

Si prova infatti una certa gioia a procacciarsi del cibo quando lo stomaco reclama, ad ingegnarsi su come un telo possa ripararci dalla pioggia, a tirar fuori dal cilindro la perizia di rapidi gesti con cui, per quanto a fatica, realizzare uno strumento che ci sarà utile ed anzi necessario, perché è di questo, in definitiva, che dovrebbe trattarsi il lavoro, il mezzo per il cui tramite risolvere un problema, soddisfare un bisogno, riuscire a star meglio, altro che una merce di scambio, una pena alternativa, un miraggio come ci han dato ad intendere. Tant’è che mi giungono chiare e forti le parole di Primo Levi che, attingendo a Bertrand Russell, dice «la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra»  è l’amare il proprio lavoro.

Il vero anatema è un altro. Altra la catena che ci è stata messa ai piedi o il giogo al collo. La difficoltà di distinguere il vero dal falso. Questa sì è l’atroce maledizione, il labile confine tra la realtà e l’apparenza, la cortina di ambiguità che le ricopre, la possibilità che una diventi l’altra, in un senso o nell’altro. Perché fosse tutto ben separato e diviso, distinto e ordinato, il problema non sussisterebbe, il certo starebbe da una parte e l’incerto dall’altra, anzi sarebbero due certi, una verità certa e un’altrettanto certa falsità, e sarebbe impossibile mescolarle, confonderle, spacciar l’una per l’altra. No, no, tutte le verità in rosso e tutte le menzogne in blu, inequivocabili, a meno che non si sia daltonici.

Sull’argomento e le sue numerose derivazioni ci si sono arrovellati per secoli scienziati e filosofi, finché Popper e Wittgenstein non ci han dato delle certezze che però ci rendono più incerti di prima, si fa presto a dire non fidatevi di nulla. Com’era la storia? Sì, quella del cretese Epimenide che diceva che i cretesi son tutti bugiardi. Tutti o lui escluso? E se invece vi fosse compreso e la frase fosse vera, non vi sarebbe in quel che dice una falsità, avendo egli detto una cosa vera?

Troppo complessa la questione per sviscerarla in uno scritto su un blog, come andare alle Crociate a cavallo di una scopa o servirsi del bazooka per scacciare la zanzara. Sulla griglia dove però può esser messa la carne a cuocere, senza temer di metterne troppa sul fuoco, si può aggiungere la questione della menzogna non smentita, o della verità non affermata, sulle quali vorrei richiamare l’attenzione del lettore interessato a questo genere di riflessioni.

Si supponga allora una persona che prenda posizione su un argomento, nella fattispecie un individuo che esprima un giudizio riguardo il suo interlocutore, per esempio che lo insulti, lo apostrofi malamente, gli attribuisca aggettivi insolenti, e questa persona offesa non reclami, non protesti, non s’indigni. Si supponga che in quest’ultimo non vi siano reazioni significative all’aggressione, e lasci correre, non s’opponga, non faccia rimostranze. Ci si può immaginare, per esempio, che il primo accusi il secondo d’essere un profittatore, avvezzo ad avvalersi dell’altrui operato, a sfruttarlo e trarne vantaggio con noncuranza, e il secondo non obietti, non faccia una piega, non lasci trasparir alcuna emozione, né un fastidio, né un’irritazione, né un trattenuto desiderio di passare alle mani e di render la partita. In una qualche maniera egli sta avallando l’opinione del primo, non fa nulla per difendersi e scacciar da sé tale infamia, sottende una qualche adesione all’opinione appena espressa.

Il nostro primo soggetto, quello che si era abbandonato all’insulto e all’improperio, è perciò in una qualche maniera legittimato nel ritenere che quelle accuse avessero fondamento, non siano confutabili, non obblighino a ripensamenti e ritrattazioni e pertanto l’uomo che ha dinanzi sia a tutti gli effetti un profittatore, avvezzo ad avvalersi dell’altrui operato, a sfruttarlo e trarne vantaggio con noncuranza.

S’immagini però che a questo punto il nostro secondo soggetto, quello messo sul banco degli imputati ed esposto al pubblico ludibrio, l’infamato s cui pesa il sospetto dell’egoismo più sfrenato, agisca in maniera assai generosa, incurante del proprio tornaconto, al limite del sacrificio, nell’interesse solo del suo interlocutore, e lo avvolga nelle proprie premurose attenzioni, mostrando altruismo e abnegazione. In tal caso sarebbe reo di una menzogna, di un tradimento, di un occultamento della verità, non avendo preavvertito il primo soggetto dell’erroneità delle proprie supposizioni, della fallacia del proprio ragionamento.

Ci si dovrebbe ovviamente chiedere se la falsità sia stata introdotta dal primo soggetto, facendosi un’idea tutta sua del secondo protagonista, priva di fondamento e non supportata da alcunché, o se invece sia da attribuire al secondo che nulla ha fatto per ostacolare un non genuino corso degli accadimenti.

Ma la maledizione più atroce è che adesso noi, io che scrivo e voi che leggete, non sappiamo più non solo chi dei due avesse torto e chi ragione, chi mentisse e chi giurasse in onestà dinanzi alla propria coscienza, ma neanche se noi siamo dinanzi al vero o al falso. Perché questa storia, sarà poi successa per davvero?

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