Il piccolo grande Gramsci

Il piccolo Antonio Gramsci visto da Luca Paulesu

Trovo molto grave, e biasimevole, che uno per tanti anni impegnato nel quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ed in particolare a Firenze, non sapesse, e solo oltrepassata da un pezzo la cinquantina ne sia venuto a conoscenza, che il nipote della sorella di quello straordinario personaggio della storia italiana, sia nato, abbia studiato e ora viva proprio all’ombra del Cupolone del Brunelleschi. Perciò, prima di dire un paio di cose su un libro recentemente uscito da Feltrinelli che si intitola Nino mi chiamo, bisogna far ammenda, percuotersi un po’, stringere i lacci del cilicio e cospargersi il capo di cenere. Gravissimo.

Perché le cose stanno così: Luca Paulesu, autore di questo libro di cui adesso dirò qualcosa, è nato a Firenze nell’anno rovente, il 1968, ha fatto ritorno piccolissimo nella terra d’origine della sua famiglia, a Ghilarza in Sardegna, e poi nel capoluogo toscano c’è tornato per studiar da azzeccagarbugli e qui è rimasto e sta a tre o quattro portoni da dove vivevo io quand’ero felice.

Ma in redazione e anche dov’era la sede del partito mai che ne abbia sentito parlare, e questo un po’ mi scagiona. Oltre tutto, va detto, a Firenze non ci sta Gramsci, ma un suo lontano parente e i meriti dei padri non sono gli stessi dei figli per alchemiche proprietà transitive.

Luca Paulesu un merito però ce l’ha, ed è tutto suo. Avvalendosi dei ricordi di sua nonna, ha tirato fuori queste 286 pagine in cui dell’avo ci ha messo molto, saccheggiando in qua e in là i Quaderni dal carcere, le Lettere, gli scritti su l’Ordine Nuovo e altri fogli di propaganda e agitazione, l’agitprop, si diceva un tempo, l’Unità compresa, della quale ci ricorda come a Nino, così lo chiamavano in famiglia, venne in mente la testata: «Mosca, 12 settembre 1923. Cari compagni, [...] io propongo come titolo “l’Unità” puro e semplice, che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale, perché credo che dopo la decisione dell’esecutivo allargato sul governo operaio e contadino, noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale». (A. Gramsci, Lettere 1908-1926, Torino, Einaudi, 1992, p. 130).

Sopra a questo breve testo una vignetta raffigura il giovane Nino che va a una fonte a giocare con una barchetta di carta fatta con il quotidiano comunista e nella prima scena dice: «Io ti ho fondato…», e nella seconda «… io ti affondo», merito che altri, svogliati o distratti, – I care o non I care – dovrebbero prendersi.

Ma torniamo ai meriti di Paulesu. Come si sarà compreso il suo libro alterna vignette disegnate appunto dal suo autore, a brani estrapolati dalle opere di quello che, soprattutto rileggendolo, dopo tanto tempo che non lo facevo, mi pare un pensatore straordinario, di una levatura inimmaginabile oggi. Ci sono degli altri testi, una sorta di introduzioni ai capitoli, invero un po’ frammentari e altalenanti, che tuttavia forniscono il minimo indispensabile da sapere per collocare le questioni (le quistioni, avrebbe scritto Gramsci, e mi piacerebbe tanto continuare a chiamarle così) che vengono trattate appunto con disegni e citazioni.

Per cui il sapore del libro è quello di un facile, anche giocoso avvicinamento, una sorta di “presa di confidenza” con un autore che, quantunque sia fra gli italiani più conosciuti e tradotti all’estero, è, purtroppo, drammaticamente purtroppo, in disuso, impolverato, sollevato in libreria negli scaffali più alti e meno raggiungibili.

No, non credo che Gramsci sia stato dimenticato e non si sappia chi era. E forse è anche rispettato, probabilmente più di quanto lo fosse quando lo studiavo io, ai tempi del liceo. Ma temo che non lo si legga e penso che si perda a non leggerlo. Penso che, per quanto si debba far la tara in virtù del tempo trascorso, a quello che ha scritto, il suo pensiero – di più: il suo modo di pensare – sia attualissimo, e sarebbe proficuo per orientarsi in situazioni mutate che però erano state analizzate già allora.

Penso che a quanti ancor oggi vogliono – comprensibilmente – un “principe” (che si “sia fatto da solo, con le proprie mani”, o credibile perché sbarbato e giovialone o vicino perché sboccato, diretto e impertinente) farebbe bene rileggere le riflessioni sul “moderno principe”, senza scandalizzarsi per il suo “prendere partito” e non essere “indifferente” (“La Città Futura”, 1-1-1912 riportato a p. 72), per il suo carattere di somma di saperi e conoscenze che talvolta toglie spazio alla visibilità individuale, al prestigio del singolo, alle penne del pavone.

Abbiamo buttato via molti bambini con l’acqua sporca, anzi abbiamo finito per fare una rupe tarpea dalla quale gettare ogni infante indipendentemente dal suo pensiero, solo in quanto pensiero, come quelli che dissero proprio di Gramsci «bisogna impedire a questo cervello di funzionare».

Fosse per me il libro di Paulesu entrerebbe nelle scuole e dopo di quello molti altri, iniziando dai Quaderni dal carcere. E lo farei leggere a chi oggi fa politica, pensando che a noi ci incontrerà solo il giorno delle elezioni.

Grazie Luca di avermi regalato il tuo libro.

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