La lezione di PPP

Pier Paolo Pasolini

Bisogna stare attenti a non impossessarsi del pensiero altrui facendolo diventare il proprio, o, peggio, storpiandolo nel proprio, piegandolo a proprio uso e consumo. In particolare accostandosi al pensiero di quanti, in troppi, anche con intenti diametralmente opposti, vorrebbero suggellare come il proprio capostipite, la fonte a cui si sono abbeverati e, per questa strada, accreditarsi quali genuini eredi, legittimi discendenti. Per ciò è opportuno che torni sui temi trattati nel post intitolato Omologazione culturale, scritto qualche giorno fa.

Sto leggendo e ri-leggendo Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini ed è indispensabile che dichiari di non essere mai stato un “pasoliniano”. Conosco poco, pochissimo, della sua opera letteraria (critica, poetica, narrativa). Non ho mai amato particolarmente i suoi film che, senza nulla voler togliere loro, mi sono sembrati “esagerati”, volutamente e fastidiosamente provocatori per essere provocatori. Complice l’ideologia che proprio in quegli anni cercavo di assimilare, ho diffidato di lui e di quello che leggevo da giovane sui giornali quand’era ancora in vita e considerava me e quelli come me aderenti alla gioventù comunista, appartenenti alla striminzita scialuppa ancora in grado di restare a galla nel Maelstrom incipiente. Diffidavo, ma sentivo che bisognava ascoltarlo, capirlo, che poteva essere provocatorio ma era intelligente, acuto, attento.

Ora sappiamo che ha veduto lucidamente e con largo anticipo quello che, drammaticamente, è sotto ai nostri occhi e ovviamente vien da chiedersi perché non lo si sia ascoltato di più, perché, pur nella diversità di vedute, nella lecita critica, nella non incondizionata adesione, non ci si sia serviti maggiormente degli strumenti di interpretazione che metteva a disposizione per leggere, capire, osservare.

L’ho citato nel post suddetto per mettere in luce il livello infimo di omologazione culturale a cui mi sembra che siamo arrivati, tanto da chiamarla “omologazione a-culturale”, ovvero sia appiattimento privo di pensiero, di valori, di concetti, di logica, e, perciò, mancanza di cultura, assenza di riflessione, quasi encefalogramma piatto che contraddistinguono tanto la “classe politica” quanto la “società civile”, e avrei dovuto aggiungere gli “intellettuali”.

E andando avanti nella lettura di quel libro vengo colpito dal carattere non-verbale, fisico-mimico, comportamentale della mutazione antropologica temuta da Pasolini. Vengo colpito e penso a quello che si vede, ahimè, ahinoi!

Ma appunto non voglio impossessarmi del pensiero altrui facendolo diventare mio, storpiandolo, piegandolo a mio uso e consumo. Tanto meno dinanzi a un cervello che invita proprio a non impossessarsi dell’altrui pensiero e ad aver idee solo per storpiarle, piegarle, renderle funzionali al proprio gioco.

In questo tentativo lo cito ancora:

«Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la “cultura” con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la parola “cultura” nel senso scientifico, 2) che esprimiamo con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura. [...] Il pre-morale e il pre-ideologico esistono solo in quanto si ipotizzi l’esistenza di una sola morale e di una sola ideologia storica giusta: che sarebbe poi la nostra borghese [...]. Non esiste, invece, pre-morale o pre-ideologico. Esiste semplicemente un’altra cultura (la cultura popolare) o una cultura precedente. È su queste culture che si innesta una nuova scelta morale e ideologica [...]».

Dunque bisogna stare attenti, e prendere in considerazione che l’ultimo stadio dell’”omologazione culturale” – il suo livello più infimo, l’“omologazione a-culturale”, l’appiattimento privo di pensiero, di valori, di concetti, di logica, la mancanza di cultura, l’assenza di riflessione, l’encefalogramma piatto – siano in realtà una cultura, messa a punto da degli “intellettuali”, vissuta ed espressa da una “società civile” e perseguita e imposta da una “classe politica”.

E allora è d’obbligo studiarla, capirla, decifrarla e, se del caso, contrapporle qualcos’altro. Non possiamo solo demonizzarla per la sua idiozia, provarne ribrezzo per la sua inconsistenza: così ne saremmo noi stessi responsabili.

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2 Responses to “La lezione di PPP”

  1. benedicta scrive:

    Buona Giornata.
    DP
    vorrei dire che il tuo scritto ha un valore critico rispetto al concetto di Omologare…ma il Conformismo rimane una tara sociale che appartieni a tutti.
    La cinematografia pasoliniana ha un valore secondo l intendere del Regista e la manifesta in ..Nel Vangelo secondo Matteo……a favore dei poveri di tutto il mondo.
    http://m.youtube.com/#

  2. benedicta scrive:

    DP,

    In particolare due figure del panorama letterario italiano furono estremamente importanti per Dario Bellezza: Pasolini e la Morante. Con quest’ultima i rapporti si incrinarono dopo la pubblicazione del romanzo Angelo, dove lo scrittore racconta la storia di un ragazzo drogato e omosessuale, dalla vita difficile, che incontra una famosa scrittrice, di cui diverrà succube. Il riferimento ad Elsa Morante è talmente evidente che lei non lo perdonerà mai per questo. Con Pasolini invece il legame era rinsaldato dalla lotta comune contro le convenzioni sociali e dalla provocazione continua, condotta attraverso i due canali della vita reale e della creazione letteraria.Dario10
    Nel 1981, Dario Bellezza scriverà il saggio Morte di Pasolini, dopo essere rimasto turbato dalla pubblicazione delle foto del poeta morto, nudo e con il corpo straziato, date in pasto al pubblico, senza alcun intervento di rispetto o decoro verso l’artista.

    Abbandonate la rabbia e la aggressività dell’inizio, le poesie della raccolta Morte segreta subiscono gli influssi di una riflessione più pacata, dove si fanno largo anche le inquietudini legate allo scorrere del tempo, alla perdita della gioventù, alla paura della morte.

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