Due cose sulla felicità

Sulla sua bacheca di Facebook, l’amica Maria Valeria Della Mea, che un maledetto centinaio di chilometri m’impedisce di vedere con maggior frequenza per poterci scambiare quattro chiacchiere che son certo sarebbero interessanti e piacevoli, ha riferito della presentazione di un libro (Alessandra Dragone, Odore di ferro e di cacao, La Tartaruga) a cui ha assistito, durante la quale una relatrice ha riproposto l’antica contrapposizione tra chi è persuaso di poter perseguire individualmente la propria felicità e chi, invece, ritiene essa sia possibile solo se è condivisa, generalizzata, di tutti, nessuno escluso.

Testualmente scrive Maria Valeria: «ho ascoltato Maria Antonella Galanti marcare un solco – che è solco politico chiaro – fra chi pensa che possa bastare la sola felicità propria, e opera in tal senso, e chi pensa che non ci si possa sentire felici da soli, di per sé, se si sa che altri sono infelici. L’ha mutuato da Errico Malatesta (che infatti ha citato): non è un concetto arcaico, né retorico, se ci si pensa bene, e mi è piaciuto parecchio, perché pone al centro la persona, ma non la scinde dagli altri, tutt’altro, ed è l’antitesi al pensiero liberista così invasivo e dilagante».

Con affetto ho commentato che l’argomento avrebbe meritato di aprire il dibattito e a qualche ora di distanza ho potuto notare che le opinioni non sono mancate, seppur nella quasi “aforistica” forma che consente quella piattaforma telematica da un intervenuto paragonata a una vaschetta da pesci rossi, dove l’attenzione e l’argomentare sono pressoché preclusi.

Per lo più han preso la parola (digitato, sarebbe più corretto) donne, rimarcando esse stesse questa specificità. Scrive significativamente una signora: «Penso che questo sia un concetto decisamente materno e femminile. Non ho mai fatto politica attiva, né la vorrei fare ora, e nella mia casalinga semplicità (ovvia, scontata, “facile”) credo che basterebbe un sano buon senso e un ascoltarci dentro per mediare e rimediare. Riflettendoci credo di applicare giornalmente, nella vita pratica, questo concetto; ma forse non si tratta di “applicare un concetto”, si tratta semplicemente di “essere così o non essere così”».

Le fa eco credo una ragazza: «È un modo di pensare/essere che ho visto un po’ più spesso nelle donne – lo considero anche un po’ mio, per questo trovo la vita a volte tremendamente complicata – e allora mi dico anche che non sono la guardiana di mio fratello e di nessuno, per controbilanciare…».

Un’altra signora invita a tener desto e presente il concetto «da svegli, quando si agisce» e un’altra ancora a non confondere la felicità con il denaro o con «una “cosa”, un prodotto, divisibile e finito e dunque da contendersi», bensì a considerarla «come un boomerang», un «moltiplicatore di se stesso». E aggiunge: «In fondo la politica dovrebbe essere riportata alla sua natura originaria e occuparsi anche di questo. Poi ci sono tutte le mediazioni, le tecniche, le tappe, gli strumenti: ma sono mezzi che non ci dovrebbero fare perdere di vista l’orizzonte più vasto legato a un ideale. Non importa, in fondo, quanto e se si può realizzare, l’importante è che sia una sorta di faro che rende visibile il senso delle nostre azioni e decisioni, anche le più banali e quotidiane».

Infine un’altra nota che «da quando mi si sono forzatamente ridotti gli spazi di partecipazione collettivi e la speranza collettiva, una parte della mia felicità (che sul fronte squisitamente privato è ottima) è comunque scemata o scomparsa. La cosa non mi ha sorpreso, ovviamente, e si cerca di lavorare per riacchiappare un filo, quale che sia, di amore e dignità civili e pubblici… senza di questi comunque la vita ha un sapore più cattivo».

Ora tento di dir la mia, avendo in un qualche modo riconosciuto che Maria Valeria stava invitando le lepri a correre. Contesto la considerazione dell’ultima signora che trasforma la politica stessa, o meglio l’esercizio stesso della politica, in piacere e felicità, privandola del suo carattere strumentale che potrebbe essere quello di operare per il raggiungimento del piacere o della felicità o del benessere. Certo penso anch’io che lo si debba fare per piacere, col sorriso sulle labbra, non per dovere o costrizione, neanche afflitti da sensi di colpa, ma avendo cura di non confondere la luna con il dito che la indica. Certo indicare la luna è già un festoso agire, mostra il desiderio di condividere quella emozione di essere quaggiù spettatori di quella straordinaria visione, e la compartecipazione all’evento è ragionevolmente foriera di piacevoli sensazioni messe in comune. Ma il barelliere che accorre al capezzale del ferito o il santo che si taglia il mantello per coprire l’infreddolito – azioni che provocano un’indubbia gratificazione, la quale ai volontari e ai votati si insegna a tener a bada per non peccare di immodestia o di superbia – non vanno mai confusi con la sutura o la guarigione o la disponibilità di cibo, coperte e fuoco acceso coi quali sfamarsi e proteggersi dal rigore invernale.

Io credo che la felicità sia possibile esclusivamente, come dice l’ultima signora, «sul fronte squisitamente privato» e solo chi la provi lì sia in grado di sparpagliarla, diffonderla, contaminarla. Non sia prodotta da niente che stia al di fuori di noi, neanche dal generoso gesto di una madre accudente o dalla partecipe premura di un compagno che ti carezza. Non che questo non procuri piacere e benessere, ma se non si sa godere del prenderne, è come aver ricevuto uno schiaffo o un insulto.

Perciò non penso che spetti alla politica garantire la felicità in terra e portarvi lì il paradiso. Ma penso che spetti agli esseri umani, ai loro singoli gesti, alle loro assemblee e ai loro rappresentanti, limitare al massimo possibile la produzione di dolore, il sopruso, le condizioni svantaggiate o l’esclusione che possono ferire e far star male, lasciando così che ognuno possa provvedere nel proprio intimo alla crescita e allo sviluppo della propria felicità che è poi la buona disposizione nei confronti del prossimo senza la quale la politica produce dolori, soprusi, esclusioni, sofferenze e sventure.

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