Divide et impera

G.B. Tiepolo, Il giudizio di Salomone

Un saggio amico molti anni fa mi ha suggerito l’escamotage del quale dice di essersi spesso servito nel corso della vita per affrontare le difficoltà dinanzi alle quali si è trovato, piccole o grandi che fossero, di natura personale o professionale, pubblica o privata, insomma un metodo con cui relazionarsi a quanto gli avviene intorno.

Per questa strada il saggio amico ha maturato, o almeno mi pare abbia maturato, la capacità, all’occorrenza, dinanzi all’ineluttabile, di lasciare che le cose vadano come vanno, senza mettersi di traverso, ostacolarle ad ogni costo, porsi in conflitto con esse e patire, anche laddove, in virtù della determinazione con cui ci si è posti in quel rapporto, non insorga la sconfitta, quantomeno i fastidi della contesa, le snervanti scaramucce del duello, le inevitabili ferite della tenzone, collezionando così un solo smacco anziché due o anche di più.

L’escamotage suggerito dal saggio amico – del quale non faccio il nome per proteggerlo da eventuali fastidiose e petulanti richieste di dispensare saggezza gratuitamente, come se non esistessero a pieno titolo persone professionalmente dedicate a questo e perciò legittimate ad avere un compenso per tal loro encomiabile attività, per intendersi il consigliori depositario raro dei segreti de o’ pernacchio, magistralmente interpretato nell’Oro di Napoli da Edoardo De Filippo – consiste semplicemente in una variante del gesto che, secondo alcune trascrizioni, contribuì a rendere santo Giovanni di Pietro Bernardone, a tutti noto come Francesco d’Assisi, della cui figura dovrò tornare presto ad occuparmi, o del giudizio che prende il nome dal terzo re d’Israele, Šlomo o Solimano in arabo e Salomone per noi, figlio di Davide e Bath-Sheba, ovvero Betsabea, il quale sedette sul trono come ultimo reggente del regno unificato di Giuda e Israele dal 970 al 930 a.C.

Del primo si narra che – ancora giovane e benestante, prima d’aver fatto il grande passo della sua vita, quand’ancora gozzovigliava in giro per taverne e portava la sciabola al fianco, montando un possente destriero ed esibendo le sue origini borghesi, battezzato sì ma di non molta fede, desideroso, come spesso avviene a quell’età, di mostrare il proprio coraggio e la propria arroganza, battendosi, da ghibellino d’Assisi contro i guelfi di Perugia e, fosse stato possibile arruolarsi diventando cavaliere, da crociato contro gl’infedeli – mosso a compassione dai tremori di un indigente assalito dai morsi dell’inverno, prese il mantello, con la spada ne fece due drappi e con uno di essi salvò dal gelo il povero, accendendo così nel proprio cuore la fiammella di un amore verso i deboli, i reietti, gli ammalati e gli emarginati che lo avrebbe accompagnato tutta la vita associandosi a un’altrettanto forte passione verso la natura, l’ambiente e il mondo intorno a noi, al punto tale da spogliarsi di ogni bene, da imparare lui per primo a resistere scalzo e con un solo saio ai rigori della stagione, da dar altro peso alle cose, ai bisogni, da far del lavoro un agire divino, e da vincere la paura con l’essere mansueti.

Giotto, Francesco dona il mantello

In uno dei 28 affreschi attribuiti a Giotto nella Basilica superiore di Assisi che illustrano la vita del santo da cui l’attuale Papa ha preso il nome, non c’è il taglio del mantello ma la cessione disinteressata dell’intero capo d’abbigliamento al disgraziato, e tuttavia, anzi forse di più, anche quella mescola di altruismo ed egoismo senza abnegazione che io devo aver appreso a catechismo, mi sembra potenzialmente edificante di ripensamenti assai proficui al giorno d’oggi con la temperatura degli appartamenti a livelli di vero e proprio agio.

L’affettare in due trasformando un singolo in un doppio (e per questa via un’identità in una relazione), alimenta anche la leggenda di quel patriarca ebreo particolarmente caro anche alla tradizione musulmana, essendo egli citato ben 5 volte nel Corano (2:102; 21:81-82; 27:15-45; 34:11-13 38:30-34 ) come profeta saggio, ricco di antiche ed eclettiche conoscenze – certamente giurisprudenza, magia, esorcismo, ingegneria, architettura, idraulica, ed è perciò difficile ipotizzare ignorasse matematica, astronomia, filosofia e fisica – nonché uomo capace di grandi amori come quello che lo legò a Bilqis, la regina di Sheba o come diciamo noi Saba, forse baciato da un dono divino che gli avrebbe permesso di viaggiare alla velocità del vento sorvolando le città come un’aquila, le quali, notoriamente, non volano a stormi.

Dunque Salomone, re giusto ma anche duro e spigoloso, giusto perché inflessibile e perché pietoso, capace di portar su di se il dolore, ma anche la gioia, di chi ha di fronte, sguainò anch’egli la spada come abbiamo visto fare al “poverello d’Assisi” e si accinse ad assestare il fendente su un neonato portato al suo cospetto dai giudici supremi ai quali si erano rivolte due madri, ognuna delle quali affermava strillando fosse suo figlio quella creatura, e l’altra donna un’impostora che avendo appena perso il suo pargolo, strappato via dalla morte mentre erano entrambi in culla, cercava di sottrarle il piccolo erede. Non mise tempo in mezzo il re per dirimere un quesito che anche ai magistrati sembrava insolubile: sollevata la lama in cielo dopo aver ascoltato pazientemente la testimonianza delle due donne, disse che avrebbe dato metà di quel corpicino a ciascuna di esse, non volendo far torto a nessuno e comprendendo la potenza di quell’amore e il dolore che poteva scaturir nei loro petti dinanzi ad una rinuncia. Scoppiò allora in lacrime disperata una delle due donne, e supplicò quasi salmodiando il re di consegnare il bimbo all’altra donna, pur di non affettarlo – mio grande Salomone! – come una salame e allora il monarca, risalendo la corrente come un salmone, ripose nella faretra l’arma e porse il pargolo ad essa, riconoscendo che solo un amore immenso può tollerare il proprio danno per l’altrui bene.

Come abbiamo scritto citando la regina di Saba, espressione antonomastica per occultare il nome proprio di una straordinaria donna di cui nei libri sacri non si può pronunciare il nome, e solo altrove vien altrimenti battezzata, Salomone non era affatto indifferente al fascino femminile e si narra fu per questo correr dietro a molte gonne che incorse in un altro salomonico taglio: quello del suo regno, ottenuto dividendo le tribù di Giuda e Beniamino da tutte le altre accomunate sotto il nome di Israele, affidando le prime a Roboamo e le seconde a Geroboamo, innescando una idiota cesura di cui ancora oggi patiamo gli effetti, benché la pace sia con te possa dirsi tanto shalom aleichem quanto salam alaykum, dove la radice di Šlomo/Solimano sembra tuttavia permanere.

Tralasciando l’influenza attribuita a Salomone nel rastafarianesimo che Bob Marley, il reggae e l’amor di marijuana hanno reso tanto celebre, è interessante notare che, pur con orientamenti discordi della critica, al giusto e tagliente re d’Israele venga attribuito, tra i vari testi che potrebbero essere di suo pugno – l’Ecclesiaste o Qoelet, i Proverbi, i Salmi 72 e 127 – anche il shìr hasshirìm, cantico sublime contenuto nella Tanakh ebraica, quella parte di antica Bibbia ricompresa nel testo sacro cristiano col nome di Cantico dei Cantici, da non confondere con il Cantico delle Creature (Canticus o Laudes Creaturarum), noto anche come Cantico di Frate Sole, considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana, scritto nel 1224, a due anni dalla morte di Francesco d’Assisi che ne è l’autore.

Chiusa la lunga parentesi del santo poverello e del re giusto ai quali possiamo guardare ancor oggi con la convinzione che si ha tanto da imparare, posso finalmente spiegare in cosa consista l’escamotage suggerito dal saggio amico. Per il quale quando si ha un problema o si deve affrontare una difficoltà conviene giustappunto darci un taglio netto e affettare la questione in due parti distinte, riducendo della metà l’entità della faccenda, separandone un aspetto da un altro, distinguendo la magagna A dalla magagna B, non confondendo i vari poli della diatriba, non sovrapponendo le singole facce della controversia, e di fatto duplicando il quesito in due sottodubbi o domande.

Diagramma della progressione geometrica

L’escamotage – che il saggio amico credo abbia desunto oltre che dall’esperienza personale, da una buone dose di sensibilità e attenzione alle umane miserie e agli umani splendori di questo mondo, anche da perlustrazioni in campo psicologico e letture sulle arti della conduzione aziendale, del management, della guida degli eserciti, del ruolo del leader e dal manuale del buon pilota d’aereo o dai racconti dei capitani di vascello – ovviamente può essere ripetuto, addirittura all’infinito, dividendo in due la metà del problema dinanzi al quale, trovandosi in difficoltà, si è proceduto alla cesura, ed affrontando così solo un quarto della magagna prima di occuparsi delle altre tre, in una progressione che è geometrica, non aritmetica. Può essere ripetuto, addirittura all’infinito, avendo solo cura, ad ogni incisione con la lama, di voler risolvere quel problema, non di aggiungersi un nuovo assillo, a meno che il gioco del frazionamento non diventi un interessante, proficuo e gradevole passatempo che ci allontana dalla perdita di tempo dietro affanni e rodimenti che ci avevano costretto alla suddivisione, ovvero sia, a meno che non si metta a fuoco, come talvolta sembra aver fatto il saggio amico, che può valer la pena, all’occorrenza, dinanzi all’ineluttabile, aver la capacità di «lasciare che le cose vadano come vanno, senza mettersi di traverso, ostacolarle ad ogni costo, porsi in conflitto con esse e patire, anche laddove non insorga la sconfitta in virtù della determinazione con cui ci si è posti in quel rapporto, quantomeno i fastidi della contesa, le snervanti scaramucce del duello, le inevitabili ferite della tenzone, collezionando così un solo smacco anziché due o anche di più».

L’alta considerazione che ho del saggio amico, al quale debbo anche la constatazione che sotto la cintura si celano solo magagne, e un’indomabile vocazione a spaccar il pelo in quattro, che è mestiere assai simile al precedente, mi ha portato a considerare che non solo i problemi, le difficoltà e perciò i dispiaceri possono e forse debbono essere frazionati, affettati come un’anguria e sottoposti alla massima del divide et impera, ma, appresa l’arte e messa da parte, anche i piaceri possano e forse debbano essere frazionati.

Minuziosi insegnamenti in questo senso ce li ha forniti dall’isola di Samo dove nacque 2453 anni fa uno dei più inascoltati e travisati pensatori partoriti dall’umanità da quando abbiam traccia scritta delle sue gesta, quell’Epicuro che nella sua lingua originale, il greco, significa il soccorritore, per il quale l’edonè, da noi tradotto in piacere occultandone o lasciando in ombra l’accezione di sommo bene, sarebbe quanto meno distinguibile in cinetico e catastematico, rispettivamente dinamico e statico, transeunte il primo e durevole solo pochi istanti per poi lasciare più insoddisfazione di prima, prevalentemente legato al corpo ed alla soddisfazione dei sensi, resistente e stabile il secondo, derivante dalla propria capacità di accontentarsi di quel che si è e di quanto si ha, e percepibile nel godimento rinvenuto ogni momento come se fosse l’ultimo, senza preoccupazioni per l’avvenire e, aggiungo io, rimpianti per il passato.

Ma la moltiplicazione dei piaceri, chissà forse simile a quella dei pani e dei pesci e parimenti miracolosa, potrebbe forse essere estesa a una più vasta gamma di percezioni capaci di procurare benessere, serenità, appagamento, pienezza, sorseggiando per esempio ogni singola frazione di un piacere più ampio e gaudente, centellinando ogni precipua emozione passata o presente o anche solo auspicata.

È un bell’universo quello che si dischiude dinanzi a un tal abbandono, a una siffatta apertura e donazione. Forse merita incamminarsi.

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