L’efebo azzittito

Socrate

«Già immagino chi si balocca col più cretino degli argomenti: i Greci. Tutte le vittime della pedofilia nel mondo occidentale hanno dovuto subire l’onta supplementare di questa balordaggine: ed ecco i Socrati e gli Alcibiadi e soprattutto la supposta “naturalità” dei nostri più illustri antenati in fatto di rapporti con i bambini e gli adolescenti. Davvero non se ne può più di questa turpitudine ammantata di luoghi comuni da liceali.

Lo chiedo agli esperti, ai filologi: a fronte di tutto quello che avevano da dichiarare gli adulti, esiste nella letteratura greca la testimonianza di un efebo felice di essere stuprato? Quanto all’altro mezzuccio dialettico, quello della “naturalità”, non c’è bisogno d’aver letto Leopardi per sapere che dalla natura provengono cose come la peste, i terremoti, le eruzioni dei vulcani. Possiamo amare quanto vogliamo la natura, ma lei non è fatta per ricambiarci necessariamente. Tra i suoi scopi manca del tutto la garanzia della felicità dei singoli esseri viventi. Ovviamente, non ero lì, ma ci metterei la mano sul fuoco: nessuno era troppo contento di soddisfare i desideri di Socrate e Alcibiade. Più logico pensare che, diventati adulti, infliggessero agli altri ciò che avevano subito, in una catena di ingiustizie che si è perpetrata nei secoli, ed è arrivata fino a noi servendosi di ogni forma possibile di mala educaciòn, come l’ha definita il grande Pedro Almòdovar».

Emanuele Trevi, L’abominio libertario della pedofilia,

La Lettura, Corriere della Sera, 9 marzo 2014, p. 5

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