Antipatici simpatici e antipatici

Arthur Schopenhauer

Una serie di banali constatazioni mi inducono a ritenere, col beneplacito di chi ne è vittima, che spesso io sia assai antipatico, e mi sono così assuefatto e assecondato a quest’incomoda condizione, che trovo decisamente antipatico l’articolo che Luca Mastrantonio, collega del Corrierone probabilmente un po’ antipatico, ha scritto per l’edizione di domenica 9 marzo del giornale per il quale lavora, un giornale costituzionalmente antipatico perché assai blasonato e per lungo tempo autorevolissimo, pregi o difetti a seconda dei punti di vista che in entrambi i casi comunque non suscitano certo simpatia.

L’articolo si intitola La prevalenza dell’antipatico ed esprime alcuni concetti discutibili fin dall’occhiello, nel quale si afferma che sarebbe «al tramonto l’era buonista», ed io trovo improprio contrapporre l’antipatia al buonismo, essendo il suo opposto la simpatia, perché non è necessariamente l’esser buoni o cattivi a rendere simpatici o antipatici, mentre è abbastanza evidente che esser buonisti è antipatico, per cui l’era buonista, anche quand’era nel suo fulgore, era antipatica.

Se ora è al tramonto, o più esattamente dovesse essere al tramonto, non credo sia per una «prevalenza d’antipatia», ma perché l’idiozia non può reggere a lungo, ed è idiota pensare che si possa far le mammole quando tutt’intorno tuonano i cannoni o che sia una mammola lo stesso che fa tuonare il cannone pur col sorriso sulle labbra come si conviene al cosiddetto piacione.

Rileva nelle prime righe Mastrantonio che l’antipatia sarebbe «più di un semplice e narcisistico effetto collaterale del successo». Si riferisce a un’antipatia a suo dire suscitata da «molti personaggi pubblici», dei quali so pressoché niente: gli allenatori Antonio Conte e José Mourinho, il medico-chef Federico Ferrero (nel titolo ribattezzato col solo nome), e poi giù un’altra sequela di nomi: Carlo Cracco, Asor Rosa, Eco, Renzi e Sorrentino, in contrapposizioni che fatico a comprendere come opposte le une alle altre.

A me vien da dire che l’antipatia, quella schietta e genuina e non artefatta ad uso e consumo, che è altra cosa dallo scimmiottar un’indisponenza e qualche beffarda mossa, ha poco a che vedere col successo e con il narcisismo. Nel caso del successo, è vero, ne vien prodotta in abbondanza, ma il più delle volte è figlia dell’invidia, ed è un male di chi la prova, non di chi la suscita. I premi Nobel stanno antipatici, i vincitori degli Oscar stanno antipatici, chi accantona una fortuna, conquista lo scudetto o la più bella del reame sta antipatico. E rimangono tali fintanto che non sono io a soffiargli la ragazza, a meritarmi la coppa, la statuetta, il gruzzolo, l’onorificenza.

Nemmeno col narcisismo io ci vedo un gran nesso, senza tuttavia ignorare che un narcisista, in ispecie uno sfegatato narcisista, non brilla certo in simpatia, ed anzi è assai probabile stia un po’ sulle balle a chi lo incoccia. Ma qui non vorrei dilungarmi e chiedo al lettore di prendere per buono il mio dissenso, almeno fino all’uscita del mio romanzo che ancora, peggio per lui, non ha un editore.

Ne conveniamo, in qualche maniera, Mastrantonio ed io a proposito della contingenza successo-antipatia e in effetti egli scrive: «Il successo rende antipatici, è quasi fisiologico». Rileva lui, però, che in alcuni dei suddetti personaggi l’antipatia sarebbe una strategia, e per di più vincente: «Autocertifica – scrive – il valore del concorrente-candidato, chiarisce le intenzioni, senza ipocrisia. Essere antipatici, ambiziosi, è una virtù per chi ha patito gli anni della melassa buonista, con annesso culto della falsa modestia, e la dittatura dell’empatia: passata con i reality, e presente, con i social network».

Ecco è qui che io provo una certa antipatia in questa lettura o, forse, stando effettivamente così le cose e limitandosi Mastrantonio a notarle, in questo atteggiarsi, in questa reiterata appariscenza. Trovo detestabile la falsa modestia e la falsa immodestia, e le dittature d’ogni tipo, empatiche, simpatiche, antipatiche e addirittura apatiche, per non dir delle epatiche e delle ieratiche.

Cerco sostanza, gente che vale, che non ha bisogno di autocertificarsi perché dei sedicenti ne abbiam piene le palle ed anche dei certificati cercati dai ricercati, work prima dei net-work, ed anche worker in carne ed ossa, realtà, neorealismo, altro che reality. E tutto questo che sto dicendo è tremendamente antipatico, ed è bene sia così. Se qualcuno ha voglia di capirlo, si legga almeno qualcosa di Arthur Schopenhauer. E che altrimenti si fotta.

P.S. (13 marzo 2014) – Altre considerazioni sull’argomento nel post Elogio dell’antipatia in data non sospetta.

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