Lirica bestemmia

Sto per bestemmiare, pertanto sensibili, indignados e suscettibili farebbero bene a non proseguire nella lettura, come suol dirsi in via cautelativa, insomma evitandoci un alterco che non si sa mai dove possa andare a finire.

Richard Wagner

Per quanto apprezzi da immane tempo la musica di Wagner fregandomene di quegli sdegnati acuti che le imputano d’essere stata la colonna sonora del nazionalsocialismo – senza tuttavia non comprendere quali suggestioni dell’una possano aver influenzato anche l’altro o quanto appunto la prima possa esser stata enfaticamente e con orgoglio eseguita dal secondo –, anzi non solo l’apprezzi, ma ne sia incantato, propenso all’estasi, al punto che, udendola o rimembrandola in silenzio nella mia mente, il collo spesso inizia ad ondeggiare e mi vien spontaneo il volteggio delle mani seguendo le note di alcuni brani che conosco a menadito, dichiaro consapevole della portata blasfema dell’affermazione, che anche il Tristano e Isotta, come già I maestri cantori di Norimberga, è di una noia sterminata, o come qualcuno avrebbe detto, una boiata pazzesca.

Sono stato gentilissimamente invitato da un amico a veder con lui l’opera wagneriana messa in scena al Maggio musicale fiorentino e il racconto di quest’amore tormentato mi è apparso sconclusionato, anche stucchevole, molto oltre la mescola delirante del connubio passione – eroismo – sacrificio – eros e thanatos presente in tanta letteratura romantica.

Forse in tedesco i versi hanno una qualche musicalità ed armonia, ma nella traduzione italiana del libretto ci sono frasi lise, consunte e qualcuna anche priva di senso, il che, lo ripeto, nulla toglie alla grandezza del componimento musicale, che in particolare nel Preludio del primo atto e nel Liebestodt con cui si conclude l’opera, è davvero ai massimi livelli di quanto è stato prodotto da chi dispone dell’arte di combinar le note fra loro.

Il disagio che provo dinanzi a questo scollamento tra… forma e contenuto? Parola e accordo? – non saprei dire dove stia il contrasto, ma, come spero di aver spiegato, c’è, e in 4 ore e 50 di rappresentazione, risulta più che evidente – il disagio, dunque, mi induce a chiedermi come quel compositore possa aver intimamente “scosso” più di una generazione e addirittura gli apici di esse: Nietzsche, ovviamente, e così di botto mi vengono in mente Musil e Thomas Mann, ma ne sto certo dimenticando di fondamentali.

In attesa di trovare una risposta continuerò comunque ad ascoltare quei capolavori. Questo si è perso chi ha preferito non udir la bestemmia.

La recensione di Valeria Ronzani che si può leggere qui probabilmente fornisce alcuni più pertinenti elementi di valutazione dello spettacolo e dei suoi limiti.

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