Le 3 scimmiette

Le 3 scimmie del tempio di Toshogu

La curiosità mi ha spinto a Nikko in Giappone, dove c’è un tempio scintoista che si chiama Toshogu. È lì che a guardia del mausoleo dello Shogun Tokugawa Ieyasu si troverebbe la scultura in legno che rappresenta le tre scimmie sagge: Mizaru, Kikazaru e Iwazaru, ovvero, rispettivamente, quella che non vede, quella che non sente, e quella che non parla. In realtà, leggo, tappandosi con le mani rispettivamente gli occhi, le orecchie e la bocca, Mizaru, Kikazaru e Iwazaru danno corpo al principio proverbiale del “non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male”.

Perciò sarebbero, appunto, le tre scimmie sagge, in quanto questa dote umana, la saggezza, che sola può condurre al benessere, passa proprio, quasi tautologicamente, per la presa di distanza con qualunque mezzo dal male, un allontanarsi che a qualcuno può addirittura apparire come un dimettersi, accomiatarsi.

Leggo anche che a volte le tre scimmie sagge vengono rappresentate affiancate da una quarta, Shizaru, raffigurata con le mani incrociate a simboleggiare il principio del “non compiere il male”. Che è chiaramente uno star immobili ed astenersi.

A braccia conserte, postura che, secondo molti, è segno di debolezza e insicurezza, mostrando il bisogno di proteggersi con una corazza dinanzi al petto, che peraltro gli impedisce di respirare a pieni polmoni e riempirsi di tutta l’aria che ci circonda.

Ma insomma non guardare, non udire e non dire, sarebbe, a detta di questo antico impianto scintoista, la strada da percorrere per avere buoni pensieri, buone parole e buone azioni.

Si dice che il significato assunto col tempo dalle tre scimmiette, soprattutto in atre culture, sia quello di indicare l’ignavia, il qualunquismo, l’indifferenza. E si dice anche che questa sia un’interpretazione erronea.

Io non lo credo. O, comunque, mi par lecito che di un simbolo ognuno possa far l’uso che meglio crede. Ma, di più, ho la ragionevole convinzione che proprio tanta ritrosia dal male conduca proprio al male.

Con il suo scritto sullo scipito e dozzinale Eichmann – quel suo essere uno come tutti, potenzialmente come ognuno di noi, anche di chi ne è agli antipodi – Hannah Arendt ci ha disvelato come proprio il girar la testa dall’altra parte, o insomma non guardare, non udire, non riferire ed anche turarsi il naso, sia il basamento del male nella sua dimensione di banalità.

Senza giungere a quell’auspicabilmente unicum della storia, dietro i candori, le svogliatezze, le distrazioni, le superficialità, si nascondono tanti piccoli misfatti tutt’altro che piccoli per chi ne è vittima: basta tacere su un autobus dinanzi ai palpeggiamenti di un balordo su un minorenne o non rintuzzare la signora che, pur di non star sola in ascensore con uno che ha il solo difetto di avere la pelle nera, all’ultimo momento scende e si fa gli ultimi piani a piedi.

Per vincerlo il male bisogna conoscerlo, e per conoscerlo bisogna guardarlo negli occhi, e se è del caso ci si deve anche ragionare con esso, tentar di arginarlo, metterci del proprio per tamponarlo: non si possono chiudere gli occhi, tappare le orecchie, coprire la bocca e, come farebbe Shizaru, la quarta scimmietta, stringer le braccia al petto.

Senza percezione, senza sensi, senza esperienza, senza facoltà, senza arbitrio, non c’è male ma non c’è nemmen bene, non c’è optare per uno a discapito dell’altro, non c’è gara con se stessi per restar sulla retta via.

Chi non risica non rosica, dice un detto, tanto più veritiero se si prendesse in considerazione che oltre al pane guadagnato, o peggio, come si ritiene in prevalenza oggi, all’I-phone di ultima generazione sbandierato alla sagra dell’inconsistenza, esiste anche una coscienza, o se si preferisce un dentro, che è poi quanto, indipendentemente dalla maglietta portata indosso, ti fa anche fuori, là dove sei quello che sei.

Io ci vedo gli omertosi, i mafiosi in nuce, il fascistello che alberga sepolto dentro molti di noi in quelle tre odiose scimmiette – Mizaru, Kikazaru e Iwazaru – e, soprattutto, ahimé, tanta gente che incontro ogni mattina sull’autobus, al bar dove prendo il caffè e probabilmente domani sul marciapiedi della stazione dal quale partirà l’ennesimo vagone bestiame piombato a dovere.

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Per chi fosse interessato all’argomento ho anche scoperto che in rete c’è un testo sul valore delle tre scimmiette per la massoneria che si può leggere qui.

In rete c’è anche una curiosa pagina – la si può leggere qui – che, attribuendo alle scimmiette anziché alle civette l’aver fatto l’amore sul comò con la figlia del dottore, mette in evidenza il carattere hard core della celeberrima filastrocca scandita dalla misteriosa strofa Ambarabà ciccì coccò che, secondo il linguista Vermondo Brugnatelli, potrebbe derivare dalla frase latina “hanc para ab hac quidquid quodquod” detta facendo la conta, ovvero “ripara questa (mano) da quest’altra (che fa la conta)…”.

Non c’entra niente, se non che siamo in tema di filastrocche, ma io consiglio di ascoltare qui Harry Bellafonte (e se non ricordo male anche Pete Seeger) che canta There’s a Hole in My Bucket .

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