Le nostre responsabilità

Caschi blu

Non c’è grande distanza tra il vuoto e il niente. Non so se sia così in fisica, ma la disciplina che è amor di sapere ce lo dice a chiare lettere e mette in relazione i due concetti ipotizzando forse che il seconda scaturisca dal primo e, nelle sue ricostruzioni storiche, attribuendo una caratteristica geografica alla tendenza verso di essi, l’essere cioè il nihilismo maturato prevalentemente in ambito occidentale, tanto da poter identificare la caratteristica peculiare di questa parte del mondo in esso, da svelare che va verso la notte la terra dove tramonta il sole. Distruttivo e autodistruttivo, l’Occidente – e più esattamente la porzione di esso residente nel Vecchio continente, non i fiduciosi ed ottimisti cercatori d’oro del Far West, quelli sempre più verso Occidente – ha tuttavia dato una patina di nobiltà e coraggio al proprio volgere verso il nulla sentendo forte dentro il vuoto.

Ora invece sembra solo voler capitolare, abdicare, rinunciare alla propria presenza, all’esserci, incurante e basito dinanzi al mondo.

«C’è un fatto nuovo nel conflitto antico fra Israele e Hamas: l’indifferenza del resto del mondo e l’ammissione esplicita di impotenza», esordisce Vittorio Zucconi nel suo articolo di ieri su Repubblica intitolato Il vuoto occidentale.

Lo riporto integralmente, a costo di violare le norme del copyright, perché esprime alla perfezione la responsabilità autentica e principale di quei missili che tengono sotto scacco un paese, danno una parvenza di legittimità ad un ignobile sterminio di una comunità tenuta in una riserva come fu fatto con i pellerossa.

La guerra in Israele e nella striscia di Gaza è quella che stiamo combattendo noi italiani, francesi, tedeschi, austriaci, inglesi, canadesi, armati di tutto punto, e pronti ad accusare, a seconda dei momenti, questi o quelli, gli ebrei e gli arabi, vocali, erre e bi per entrambi, oggetti del nostro razzismo a seconda che sia mattino o sera.

Il vuoto occidentale

di Vittorio Zucconi

C’è un fatto nuovo nel conflitto antico fra Israele e Hamas: l’indifferenza del resto del mondo e l’ammissione esplicita di impotenza: «Hamas lancia razzi e non vuole tregua », sospira John Kerry da Washington, partendo per il Cairo. Netanyahu eviti l’escalation, dice obliquamente Obama, ma senza chiedergli di fermarsi, in altre tragedie immerso.

L’ONU, come sempre, non conta. Dunque, che il massacro continui, ammazzateli ma “con juicio”, come avrebbe scritto Manzoni, che il fuoco bruci fino a consumare se stesso anche questa volta, lasciando le braci per il prossimo incendio. Il reciproco mattatoio, quotidianamente tentato senza grandi effetti da Hamas per provocare la furia israeliana e condotto con ben maggiore efficacia da Tsahal, l’armata israeliana, che non si fa ripetere l’invito, è ricominciato esattamente dove lo avevamo lasciato nel 2009 al termine dell’Operazione Piombo Fuso. E più che grida di sdegno da Europa e Stati Uniti si levano alzate di spalle, blandi moniti e, dopo fascine di morti, inviti alla prudenza.

Viviamo un “overload”, un sovraccarico di tragedie e di fallimenti politico-diplomatici che inducono il senso di stanchezza, la “Crisis Fatigue”, la spossatezza che ormai accompagna le periodiche, puntuali, prevedibilissime recidive di questo male incurabile. Mentre le prime colonne corazzate dei tank israeliani Merkava attraversavano il cosidetto confine di Gaza, Bagdad, la capitale “liberata” e restituita alla democrazia dalle armate di Bush esplodeva in attentati degli Shia contro i Sunniti con centinaia di morti.

Mosul ripiombava nella barbarie fanatica del suo Erode mussulmano, il demente “califfo”. Nel cielo dell’Ucraina un jumbo jet con 289 persone a bordo era abbattuto come neppure più avviene con i piccioni nel tiro a segno. E Barack Obama era costretto a tornare al confronto con il più imprevedibile, spregiudicato e formidabile degli avversari, Vladimir Putin.

Il cuore del mondo non sanguina più, oltre le immagini per Tg e giornali tanto simili al passato da apparire di repertorio, per questa tragedia che fa orrore senza fare più paura a chi non deve temerne le ripercussioni globali come in passato. Anche Papa Francesco, forse l’unico in grado di invocare la pace come valore assoluto e senza secondi fini, deve oggi guardare alla sorte infame degli ultimi cristiani martirizzati in Iraq come neppure Saddam aveva mai osato fare e affidarsi alla preghiera silenziosa che ieri ha chiesto ai fedeli in Piazza San Pietro.

Nelle cancellerie, come nelle opinioni pubbilche d’Europa e d’America, cresce il sentimento che ogni intermediazione, ogni esortazione, ogni iniziativa siano tempo perso, oltre le ragioni e i torti, la commozione e lo sdegno per bambini abbattuti sulla spiaggia. Le immagini già viste si accavallano alle immagini, l’orrore all’orrore nell’“overload” del troppo che produce assuefazione. Quando il ministro degli Interni israeliano, Eli Yishai, spiegò nel 2008 che l’obiettivo dell’Operazione Piombo Fuso «è riportare Gaza al Medio Evo e così farci vivere tranquilli per almeno 40 anni», il mondo ebbe un sussulto di condanna.

Ma quando, due giorni or sono, il ministro dell’Economia Naftali Bennet ha annunciato il passaggio dalla “Cupola di Ferro”, la difesa antimissile, al “Pugno di Ferro”, la risposta da Washington è stata l’ipotesi di inviare il segretario di Stato John Kerry, subito sconsigliato da tutti. Hamas non lancia razzi per uccidere ebrei ma perchè “l’Ebreo” uccida palestinesi e tenga vive le braci dell’odio, da una generazione all’altra.

Per misurare lo sconforto, l’apatia forzosa verso la nuova fiammata, proprio John Kerry è il metro migliore. Nei 17 mesi trascorsi alla guida della diplomazia americana, dopo il fallimento di Hllary Clinton che si è saggiamente chiamata fuori in vista della corsa alla Casa Bianca, Kerry ha compiuto undici missioni in Medio Oriente e ha consumato ventisei giorni in colloqui e proposte che hanno prodotto precisamente nulla. Obama, accusato di apatia generalizzata e di indecisionismo cronico, ha ripetuto l’offerta americana di servire come “honest broker”, come mediatore onesto e neutrale fra le parti. Ma nessun “broker” può concludere un contratto fra clienti che esistono, come dice la Carta Costitutiva di Hamas 1988 per «uccidere ebrei fino al Giorno del Giudizio, nel nome di Allah il Misericordioso». E l’altro che considera Hamas, nelle parole del premier Netanyahu «come un animale in sembiante umano ». Che cosa può costituire “escalation” dopo quello che già è avvenuto? Determinare torti e ragioni, o fingere equidistanza in un viluppo che si stringe e si annoda da ormai quasi settant’anni non accresce la possibilità reale, per «mediatori», di intervenire con efficacia. L’opinione pubblica americana resta saldamente e culturalmente dalla parte di Israele, senza che si debbano agitare i soliti spettri della “lobby ebraica”, ma sentimentalmente appoggia la creazione di un entità statale palestinese che non è quasi più immaginabile nella guerra interna fra i fondamentalisti di Hamas e i laici di Fatah divisi fra Gaza e una West Bank, rosicchiata dagli insediamenti dei coloni.

L’Unione europea non ha alcuna autorità nel predicare soluzioni e pacificazioni, non essendo mai neppure riuscita a darsi una politica estera comune o, come si vede ora, un ministro. Obama fallirà per accidia, forse per incompetenza, laddove i suoi predecessori hanno fallito per generosità e impegno, da Nixon a Carter fino a Clinton, che aveva consumato gli ultimi mesi della propria presidenza inseguendo l’Accordo e fino ai deliri di Bush che aveva immaginato possibile una grande manovra di aggiramento, partendo da Bagdad. A chi gli rimprovera di non fare abbastanza, dopo le illusioni sollevate dal magnifico Discorso del Cairo dopo la vittoria, Obama potrebbe rispondere che, anche cambiando l’ordine dei Presidenti, il risultato non è mai cambiato. Soltanto, per favore, non esagerate, massacratevi con dolcezza.

© La Repubblica

Leave a Reply