Laboratorio sociale

La società di trasporto pubblico di Firenze, se non ricordo male già quando ancora era sindaco l’attuale presidente del consiglio, ha cominciato ad acquistare degli autobus che, a differenza di quelli in uso precedentemente, hanno la caratteristica di avere solo due porte, una di ingresso davanti proprio dove c’è l’autista, e lì si trova la macchinetta per timbrare il biglietto o come si suol dire vidimarlo, ovvero sia renderlo valido apponendogli un “visto” (viene infatti dal latino vidĭmus «abbiamo visto», vistarlo), e l’altra a metà del mezzo, dalla quale, come spiega un vistoso cartello di divieto di accesso, si può solo scendere, fatta eccezione per i passeggini dei bambini o le carozzine degli handicappati, per i quali c’è uno spazio apposito proprio dinanzi a quell’apertura.

I posti a sedere nella prima metà del mezzo sono prevalentemente destinati ad anziani, donne incinta, persone con difficoltà di deambulazione, quelle dalla metà in poi somigliano di più ai sedili di una corriera e c’è uno scalino abbastanza alto da superare per sederci sopra. È chiaro che entrando da una sola porta si deve fare un po’ di coda, attendere che le persone timbrino, scorrano, trovino il proprio posto e che se si è trasgredito entrando dall’altro accesso, si deve andar contro corrente per essere in regola con i pagamenti.

I finestrini di questi autobus sono ermeticamente chiusi per far sì che la climatizzazione sia unica su tutto il mezzo, l’aria condizionata non circoli invano perché contemporaneamente entra il caldo e, suppongo, si limitino i problemi di condensa che spesso occorrono nei luoghi affollati.

Mi era già capitato di viaggiare nel nord d’Italia su autobus come questi, a onor del vero con un numero di passeggeri esiguo o, almeno, non tale, come recitava una antica canzone fiorentina, da star come in un vaso d’olive, cioè pressati come sardine, e questa rarefazione consentiva di tener sulle spalle il proprio pesante zaino senza urtare tutti coloro che si trovavano d’intorno.

Portati qui quei mezzi scatenano il peggio del peggio di ognuno, a cominciare appunto dai tantissimi che, per far prima e sperando di conquistarsi un posto a sedere, salgono dalla porta centrale interdetta all’ingresso, gratificando così quella parte di sé che gode a sentirsi più furba degli altri, capace di raggirarli e di godere dell’altrui sofferenza, perché non so come altrimenti giudicare l’indifferenza con cui un giovane può restar seduto quando ha dinanzi a sé un anziano che visibilmente mostra di essere in difficoltà a reggersi in piedi tenendosi al corrimano.

E mi colpisce, nelle esplosioni di rabbia che spesso si scatenano, la capacità di scagliarsi contro un altro, non importa chi, purché ci sia un capro espiatorio, senza minimante curarsi di ciò che si sta facendo noi stessi. Una signora, un giorno, dopo aver inveito contro l’azienda dei trasporti, tutti i suoi autisti, i politici locali e quelli nazionali, se l’è presa con i ragazzi che vanno a scuola e tutti i loro insegnanti, perché quando le scuole terminano, le corse vengono diradate e insomma chi studia è un privilegiato da tutti i punti di vista, comunque lo si consideri.
Sugli autobus si fa di tutta l’erba un fascio, è lì che più facilmente, in base all’etnia, si è promossi ladri, gente che puzza e chi più ne ha più ne metta. È lì, come nel traffico, che l’aggressività trova spesso la sua valvola di sfogo, indirizzandosi dove forse non ne varrebbe la pena. Si parla al telefono come se si fosse chiusi nel cesso di casa propria, qualcuno fa toilette e spulciature varie, la mano davanti alla bocca è cosa priva di senso.

Quegli autobus sono Mercedes, non Volkswagen.

One Response to “Laboratorio sociale”

  1. Serena scrive:

    Io se non prendo l’auto, bici o motorino anche sotto la neve! Ci sarà un motivo? :-)

Leave a Reply