Cellule altruiste

La caduta delle foglie dai rami e dei petali dai fiori in greco veniva indicata con il termine “apoptosi” che, nel 1972, è stato riesumato da alcuni biologi – John F. Kerr, Andrew H. Wyllie e A. R. Currie – per indicare una forma di morte cellulare programmata, vale a dire un processo ben distinto rispetto alla necrosi cellulare. Un processo che, in condizioni normali, si ritiene contribuisca al mantenimento del numero di cellule di un sistema.

La necrosi è una forma di morte cellulare provocata da un trauma della cellula stessa o da uno stress acuto a cui essa viene sottoposta. Al contrario di essa, l’apoptosi procede in modo ordinato, regolato, comporta consumo di energia (ATP). Essa generalmente durante il ciclo vitale dell’organismo porta a un vantaggio e perciò viene chiamata anche “morte altruista” o “morte pulita”.

Per spiegare questa forma di biologica generosità gli esperti portano ad esempio le cellule che, nell’embrione umano, costituiscono le membrane interdigitali. Affinché si formino le dita, e mani e piedi non prendano la forma “palmata” che potenzialmente potrebbero avere, le cellule delle membrane interdigitali devono morire, essere uccise o, più esattamente, suicidarsi.

Possiamo perciò immaginarci un estremo gesto di immenso amore, un sacrificio cieco ed impareggiabile, ma anche l’esatto contrario, il baratto a cui l’esistenza è sottoposta, la constatazione che non c’è vita se non c’è morte e che solo la seconda può accomunare tutti gli individui, non la prima, esistendo potenzialmente dei morti che non sono nati, ma non esistendo un nato che non sia anche, a un certo punto, morto.

È questo anche il postulato dell’unica democrazia piena finora mai sperimentata, la sola che testimoni dell’eguaglianza che ci accomuna e non dia fiato alle diversità che ci contraddistinguono.

Ma senza procedere in questa divagazione sociologica, dell’apoptosi possiamo ancora dire che essa è la dimostrazione irrefutabile della naturalezza del suicidio, dell’appartenenza del togliersi la vita al catalogo delle disponibilità iscritte nel Dna e nell’ordine delle cose così com’esse son messe a disposizione del misero transeunte sul pianeta, questo povero viandante capace di splendore e miseria, irripetibile e perciò grandioso, microscopico e perciò insignificante, comunque sia caduco ed effimero.

E se dunque il desiderio di mollare l’ancora e prendere congedo sta impresso a caratteri comprensibile nell’abbecedario del fisiologico, ovvero sia nel manuale d’uso dell’essere vivente, non è in mano d’altri l’aver nelle proprie mani il proprio destino e potervi perciò porre fine proprio con le proprie mani.
Non c’è interferenza divina o d’altra autorità che possa reclamare di manovrare i fili di questi burattini usciti in scena al primo sole. Ci si può occultare, abbiamo libero accesso al tramonto e all’avanzar delle tenebre anche prima che sia giunta la nostra ora e un colpo apoplettico o l’esplosione d’una aorta decreti la sorte.

Ci sono cellule che si comportano in un certo modo ed altre in un altro, talune che lo fanno per esaurimento delle pile, talaltre per consunzione, chi deliberando e chi obnubilandosi, chi sveglio e chi svogliato, con un calcolo delle probabilità non molto dissimile da quello con cui ognuno sceglie il proprio amore e per chi perdere la testa o se indossare impeccabili vestiti blu o magliette cenciose e il primo capo che capita sotto mano.

La bizzarria della natura si spinge oltre e chi ha studiato l’apoptosi ha messo in luce che tanto un’eccessiva, quanto una scarsa attività apoptotica – già di per sé e quasi per definizione condizione patologica, quantunque ordinaria – può causare disordini. Da un’abbondante perdita di cellule ne derivano, ad esempio, malattie neurodegenerative come il Parkinson, mentre un’apoptosi carente «può implicare una crescita cellulare incontrollata, meccanismo alla base delle neoplasie», si legge su Wikipedia.

Sempre dall’enciclopedia libera si riporta un brano relativo alle funzioni dell’apoptosi nel danno cellulare e nell’infezione: «L’apoptosi – si legge – può avvenire quando una cellula è danneggiata oltre le proprie capacità di riparazione, oppure infettata da un virus. Il segnale apoptotico può venire dalla cellula stessa, dal tessuto circostante o da cellule del sistema immunitario. Se la capacità apoptotica di una cellula è danneggiata (ad esempio a causa di una mutazione), oppure se è stata infettata da un virus in grado di bloccare efficacemente l’inizio della cascata apoptotica, la cellula danneggiata continuerà a dividersi senza limiti, trasformandosi in un cellula cancerosa».

Al riguardo cita quel che avviene con il famigerato papillomavirus, l’HPV.

Quanto alle funzioni dell’apoptosi nella risposta allo stress o ai danni al DNA si legge: «Condizioni di stress, quali la mancanza di nutrienti, oppure il danneggiamento del DNA dovuto a molecole tossiche (es: idrocarburi policiclici) o all’esposizione a UV o radiazioni ionizzanti (raggi gamma e raggi X) ma anche condizioni di ipossia, possono indurre una cellula a cominciare l’apoptosi».

È importante anche riportare quanto vien scritto riguardo l’omeostasi cellulare perché spiega quanto vita e morte, o bianco e nero, o yin e yang, o comunque opposti, siano utili uno all’altro e non sia giusto considerar solo negativo quant’è negativo, perché anch’esso svolge un ruolo positivo, e ovviamente viceversa.

Dunque: «In un organismo adulto, il numero delle cellule contenute in un organo deve rimanere costante entro un certo margine. Le cellule del sangue e degli epiteli di rivestimento, ad esempio, sono costantemente rinnovate a partire dai loro progenitori staminali; ma la proliferazione è compensata da una costante morte cellulare».

Spiega che fra i 50 e i 70 miliardi di cellule ogni giorno muoiono in un organismo umano adulto «a causa dei processi apoptotici. In un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso». Come dire che quando si entra al liceo non si è più per intero quel che si era l’anno prima alle medie. O nel talamo a distanza di 12 mesi dallo ius primae noctis.

«L’omeostasi è mantenuta – si legge ancora su Wikipedia – quando la consistenza delle mitosi (proliferazione cellulare) in un tessuto è bilanciata dalla morte di un numero equivalente di cellule. Se questo equilibrio è disturbato si hanno due scenari: a) se le cellule si dividono più velocemente di quanto muoiano, si sviluppa un tumore; b) se le cellule muoiono più velocemente di quanto si dividano, si hanno disordini da perdita di cellule».

Tralasciando il ruolo dell’apoptosi selettiva nello sviluppo delle cellule tanto delle piante quanto dei metazoi, si deve rilevare che è proprio la via apoptotica quella che consente al sistema immunitario di eliminare i linfociti inefficaci o auto-tossici che devono svilupparsi solo in situazioni eccezionali per proteggere però da un numero sterminato di molecole aggressive, impedendo il proliferare di processi auto-immuni nei quali vengono attaccate cellule sane dell’organismo da parte dell’organismo stesso.

È così che il 97% circa dei neoprodotti nel timo, i linfociti T, durante la loro maturazione, falliscono il test a cui sono sottoposti che consiste nella loro capacità di reagire ad antigeni estranei, manifestando così un segnale di sopravvivenza, e perciò sono destinati a morire garantendo però la vita all’organismo che li produce. Gli stessi sopravvissuti sono sottoposti a un ulteriore test di auto-tossicità, e «quelli che risultano altamente affini a molecole proprie dell’organismo vengono ugualmente avviati all’apoptosi».

Molto interessante è anche la descrizione dei segni morfologici lanciati dalle cellule in apoptosi e delle loro caratteristiche morfologiche. Ma è così specialistica che si preferisce qui tralasciarla, evidenziando però l’attinenza di un ambito contraddistinto da “segnali” con le discipline che se ne occupano: semantica, semiologia e, in definitiva, comunicazione.

Ed è importante rilevare che si parli di «segnali di sopravvivenza» o di «segnali di morte» – a me verrebbe da dire, citando illustremente, «salvati o sommersi» –, ad ogni modo di qualcosa che va interpretato, compreso e spesso tradotto.

E ancora che, come si legge su Wikipedia, «l’intero processo richiede dunque energia».

La scoperta dell’apoptosi secondo alcuni interpreti confermerebbe sia da un punto di vista biologico che chimico l’intuizione “psicologica” di Sigmund Freud che nel 1920 pubblicò Al di là del principio del piacere sostenendo che all’interno del citoplasma cellulare agisse una pulsione il cui scopo era di ricondurre la materia vivente al suo stato primordiale di materia inorganica, ovvero sia l’esistenza di un “principio di morte” con il quale si sarebbe potuto spiegare gli insuccessi incontrati dalla terapia psicoanalitica in diversi casi clinici, in particolare laddove la sintomatologia presentata dalle nevrosi traumatiche mal si accordava col “principio del piacere” o libido e nei casi di masochismo.

«In queste tre situazioni – si legge su Wikipedia – la sofferenza non poteva essere convincentemente spiegata con il principio del piacere inibito dalla censura del Super Io, o con il soddisfacimento di un altro desiderio inconscio: sembrava che l’opposizione al raggiungimento del piacere fosse, in queste tre situazioni, primario. Freud fu così indotto a elaborare la nuova teoria dell’esistenza di un principio filogeneticamente più antico della libido, che agiva contro di essa e che era insito nelle cellule stesse».

Un “istinto o pulsione di morte” al quale Freud si rifiutò di dare il nome di Thanatos.

La risposta non ce l’ha nessuno. Certo è, però, che in natura esiste la caduta delle foglie dai rami e dei petali dai fiori, in greco detta “apoptosi”, termine con cui dal 1972 si indica una forma di morte cellulare programmata, o se si preferisce un suicidio biologico che, portando un vantaggio all’organismo, merita il nome di “morte altruista” o “morte pulita”.

Tags:

Leave a Reply