La lezione dell’oloturia

Cetrioli di mare

Nelle stesse ore in cui stavo pubblicando qui nel mio blog alcune considerazioni intitolate Cellule altruiste, riguardo quel fenomeno naturalissimo di suicidio proficuo per chi lo compie e chi gli sta d’intorno definito apoptosi, la stessa parola con cui gli antichi greci definivano la caduta delle foglie dai rami e dei petali dai fiori, e nei paraggi dell’istante in cui da qualche parte mi sono sbucati dei versi, Daniela Mugelli, senza la quale non esisterebbe questo contenitore di parole e pensieri, e che per la poesia ha un debole, nella sua bacheca di Facebook riportava il seguente testo di Wislawa Szymborska:

Wislawa Szymborska

«In caso di pericolo, l’oloturia (o cetriolo di mare) si divide in due: dà un sé in pasto al mondo, e con l’altro fugge. Si scinde in un colpo in rovina e salvezza, in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà. Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso con due sponde subito estranee. Su una la morte, sull’altra la vita. Qui la disperazione, là la fiducia. Se esiste una bilancia, ha piatti immobili. Se c’è giustizia, eccola. Morire quanto necessario, senza eccedere. Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato».

Non so niente di zoologia ma se il premio Nobel della letteratura, di cui ho avuto il piacere di leggere qualche splendido verso, dice la verità, siamo dinanzi a un altro caso di suicidio, per quanto parziale o dimezzato, e difficilmente catalogabile tanto con l’aggettivo egoista quanto con quello altruista.

L’oloturia o cetriolo di mare, spiega Wikipedia, è il nome comune degli echinodermi della classe Holothuroidea. E cita fra di essi l’Holothuria forskali, l’Holothuria poli, la tubulosa, l’impatiens e la sanctori, alle quali andrebbero aggiunte l’Holothuria helleri e l’Holothuria mammata.

A seconda del tipo, assomigliano comunque tutte alla cucurbitacea con cui si fa il tzatziki o nei paesi germanici i Gewürzgurken e variano tra i 20 e i 30 centimetri circa, modificando tuttavia il colore e l’aspetto esterno.

Il corpo è generalmente cilindrico, talvolta la bocca presenta tentacoli con funzioni meccaniche e sensorie. Si alimentano ingerendo enormi quantità di sabbia e fango dalle quali traggono nutrimento. Alcune specie quando si sentono minacciate, emettono dall’ano parte dei visceri e dopo li ricreano. Sono lunghi filamenti appiccicosi di colore bianco o roseo detti Tubi di Cuvier. La rigenerazione dell’intestino espulso richiede alcuni mesi ma a volte sopraggiunge prima la morte.

Gli echinodermi si riproducono fecondando l’uovo e, «alla schiusa, viene liberata una larva planctonica, detta brachiolaria e dotata di una notocorda, che a seguito della metamorfosi finale in individuo adulto verrà persa».

Alcuni tipi sono soggetti al fenoneno dell’inquilinismo da parte di alcuni piccoli pesci del genere Carapus, chiamati comunemente Galiotti, che si rifugiano all’interno dell’oloturia utilizzando il foro anale come porta d’accesso.

A me naturalmente interessava solo sottolineare la casualità della concomitanza, ammesso che davvero possa essere considerata così la sincronica pubblicazione dei due testi. E la similarità del processo eroico, questi sacrifici individuali che avvengono in natura e che anche nel genere umano faremmo bene a considerare con minor disprezzo e timore, come invece purtroppo avviene quando un personaggio celebre dà il proprio addio all’umano consesso.

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