Invito all’anonimo

Mi ha scritto all’indirizzo e mail del blog – dp@danielepugliese.it – l’ennesimo anonimo, ovvero sia il signor Nonsocomesichiama che preferisce firmarsi “horus eye”, occhio di Horus.

Come spero molti sappiano, e per quanti eventualmente non lo sapessero qui ci sono alcune informazioni, l’occhio di Horus, o Horo italianizzato, è un simbolo tratto dai geroglifici impiegati dagli antichi egiziani per la scrittura sacra – distinti da quelli, per così dire, plebei – con cui si indicava appunto l’organo della vista di questa divinità, volendo indicare, pare, prosperità, potere regale e buona salute.

Pare che in quel complesso di segni per metà alfabetici e per metà idiografici, udjat – ovvero sia la dea Wadjet o Wedjat o Uadjet o Wedjoyet o Edjo o Uto che con tal simbolo soleva dirsi – avesse il significato di “preservare” e “proteggere”, di qui fosse la protezione, e fosse conosciuta anche come occhio di Ra.

Horus, il falco, probabilmente “il lontano”, è il dio del cielo di Edfu e, secondo la tradizione più antica, sarebbe figlio di Osiride e Iside, concepito in un complicato connubio all’interno del quale la leggenda parla di un membro di legno, o forse di una candela. Dopo averlo partorito, la madre si dice lo avesse affidato a un’altra dea, Uto, per nasconderlo, ma Seth lo scoprì ed inviò uno scorpione che lo punse uccidendolo.

Iside, trovato il bimbo morto, invocò Ra fermando con un incantesimo la barca del Sole; ne discese Thot, che resuscitò il piccolo infondendogli l’energia vitale di Ra.

Horus, divenuto adulto, decise di vendicarsi di Seth, sfidandolo a duello. Questi, presentatosi con le sembianze di un porco, nel combattimento riuscì – ed è qui il cuore della leggenda che ci interessa – a strappare un occhio a Horus, ma il dio falco se lo riprese poco dopo, strappando a sua volta i testicoli al maiale, ed offrendo in dono il suo bulbo oculare, la sua cornea, il suo limbo, la sclera, l’iride, coroide, retina e cristallino, al padre Osiride, così rianimandolo e completando il ciclo delle stagioni e ogni fase dell’agricoltura.

Ci sono anche altre versioni del mito di Horus, una narrata niente popò di meno che da Plutarco, ma non vogliamo qui addentrarci in queste storie, per riavvicinarci al nostro anonimo corrispondente da cui prende spunto questo scritto.

Merita però dar conto di un particolare contenuto nella leggenda dell’occhio di Horus perso nel combattimento con Seth per vendicare (e render vana) l’uccisione di Osiride. Innanzitutto che l’occhio sarebbe quello sinistro, per cui la sacca lacrimale nelle immagini che noi vediamo deve trovarsi a destra, essendo noi di fronte ad esso. Di poi che il fendente inferto dal dio del caos, raffigurato come un uomo con testa di animale ed identificato con lo sciacallo, ma anche con l’asino o la capra – questo era Seth, figlio di Geb, la terra di sesso maschile, e Nut, il cielo di sesso femminile, come anche Osiride, Iside e Nefti, dei quali era fratello e, di quest’ultima, anche lo sposo – a suo nipote Horus, ne divise in 63 parti l’occhio, ma quando Thot, il dio della giustizia, le recuperò per restituirgliele, ne trovò una in più, o forse l’aggiunse di sua sponte, e in tal numero le porse al giovane che, come si è detto, ne fece poi dono al padre.

Ne discende l’arcano dei numeri racchiusi nell’immagine di quell’occhio – così come lo si può comprendere dal disegno pubblicato qui accanto e tratto da Wikipedia – probabilmente usata per raffigurare le unità di misura dei cereali; dei rapporti che vi sono fra di essi – 1/2, 1/4, 1/8, 1/16, 1/32, 1/64 –; del fatto che sommando le sue parti – 1 + 2 + 4 + 8 + 16 + 32 – si ottiene 63 e non 64, ovvero il numero dei frammenti prodotti dalla sciabolata a cui manca quello aggiunto da Thot; del legame fra queste proporzioni e quelle con cui si costruiscono i libri o comunque si dividono i fogli su cui stamparli; delle lacrime, infine, che si nasconderebbero in quelle spirali e in quegli attorcigliamenti che gli antichi greci impiegarono a mo’ di amuleto, imprimendolo sui bendaggi che avvolgevano il corpo dei defunti o sul fianco dei sarcofagi come – e lo si è già evidenziato – simbolo di rigenerazione o segno apotropaico capace di far vedere nell’aldilà, difendere dalle profanazioni e dai saccheggi, indicare luce eterna, conoscenza e preveggenza.

È ipotizzabile che vi siano dei legami, o quanto meno delle analoghe intuizioni, nell’impiego di immagini simili in altri contesti geografici, storici, culturali, religiosi.

L’immagine dell’occhio che tutto vede pare sia presente anche nel buddhismo e lo stesso Buddha venga chiamato anche Occhio del Mondo.

Il cristianesimo, con l’occhio della Provvidenza, avrebbe mirato ad enfatizzare il triangolo che raffigura la Trinità, e così sarebbe giunto nell’araldica sotto forma di occhio circondato da raggi di luce ed inscritto in un triangolo.

In questa forma sembra essersene impossessato anche la massoneria nella cui iconografia – probabilmente dal 1797 quando Thomas Smith Webb dette alle stampe il “Freemasons Monitor” – compare appunto l’occhio della Provvidenza, con il quale i liberi muratori si dice vogliano intendere che il Grande Architetto dell’Universo vede ogni pensiero e ogni azione di un fratello.

Si dice, ma è solo un’ipotesi, che da questa iconografia delle logge, ad indicare il ruolo nevralgico nella fondazione degli Stati Uniti d’America della massoneria e di Benjamin Franklin che ne era un autorevole rappresentante, l’occhio della Provvidenza sia stato trasferito nello stemma degli Usa che appare nel rovescio delle banconote da un dollaro.

Orbene, tornando a horus eye o a Mr. Nonsocomesichiama, con gran gentilezza ed incensando la mia “molto interessante carriera”, mi scrive chiedendo di contattarlo per mettermi al servizio di una causa finalizzata unicamente ad “aiutare, e fare giustizia su alcune situazioni molto molto gravi”, ovvero sia di fornirgli “qualche indicazione, che son certo, Lei è in grado di potermi fornire” riguardo “avvocati, medici legali”, dei quali, “a quanto leggo, lei ne sa molto”, e dei quali lo stesso horus eye o Mr. Nonsocomesichiama ha “per passione, per una ventina di anni”, “letto qualcosina su tali caste, o mestieri”.

Non so come altrimenti rendermi disponibile a questa richiesta di aiuto dell’anonimo, del quale, chiamandolo col nickname di cui si serve – lo pseudonimo diremmo noi italiani non incondizionatamente bisognosi di ricorrere all’inglese –, non rivelo l’identità ottemperando all’obbligo a cui la mia categoria per legge è tenuto, quello del segreto professionale e della riservatezza riguardo le proprie fonti.

Non so come altrimenti rendermi disponibile, senza entrare io in un intrigo di segretezze, sotterfugi e complotti che non mi appartiene e tenendomi lontano dal quale ho dignitosamente condotto l’ormai maggior parte della mia esistenza.

Perciò all’anonimo corrispondente dico, ringraziandolo per la fiducia accordata, le gentili parole e quel pizzico di cerimoniosa lusinga, che se davvero pensa possa essergli utile e la causa sia nobile e l’intento onesto, di scrivermi nuovamente all’indirizzo dove mi ha trovato mettendo nero su bianco cosa ha da chiedermi e chi è che me lo chiede, così come nero su bianco è lì il mio nome, la mia storia, il mio pensiero, non avendo niente, io, da nascondere.

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