Giovani in politica

Sono quasi certo che non molti abbiano letto – ed ancora meno abbiano prestato attenzione ai significati più generali in esso racchiusi – l’articolo comparso il 7 gennaio scorso sulla prima pagina de “La Repubblica” a firma di un uomo che solo la qualifica riportata in fondo al testo a pagina 29 del giornale, rivelava essere stato leader del partito liberale canadese dal 2009 al 2011: tal Michael Ignatieff. A me quel titolo in prima pagina, chiunque ne fosse l’autore, mi incuriosiva invece assai: Lettera a un ragazzo che vuole fare politica.

Prescindo da quello che Ignatieff sostiene, dalla veridicità o meno delle sue affermazioni, dal fatto che abbia torto o ragione, ma colpito da quell’ammissione del fallimento personale – anzi, com’egli stesso scrive citando Francis Scott Fitzgerald “l’autorità del fallimento” – che lo ha condotto a quelle riflessioni.
E più in generale al fatto che qualcuno in questo inoltrato terzo millennio senta il bisogno di rivolgersi a un ragazzo, ipotizzando che abbia, di questi tempi, voglia di far politica, ravvisando che in realtà con quest’espressione, voler far politica, non si intenda appunto schierarsi da qualche parte per far prevalere qualcosa piuttosto che qualcos’altro, non dirò per cambiare il mondo o mantenerlo com’è se non addirittura farlo retrocedere e tornare a quand’erano tempi migliori che all’epoca erano tragici, ma almeno far funzionare gli autobus e i treni, gli ospedali e l’esercito, i tribunali e le industrie principali di un paese; non tutto ciò, dunque, con quest’espressione, voler far politica, pare si intenda, ma spiccare io dinanzi agli altri, esser sotto i riflettori, indossare abiti scuri e cravatta, esser scortato e con guardie che scattano sull’attenti al mio passaggio ed altre pailettes di tal fatta.

Rispettabili intenti, forse, come quelli dell’idraulico a cui piace sentir scorrere il flusso dei liquidi in tubi e sifoni, o quelli del falegname che al tatto percepisce ogni venatura propria d’un determinato tipo di legno, anche se io mi ero fatto l’idea di qualcosa di molto più nobile e al tempo stesso molto più plebeo, ovvero sia l’idea che la plebe sia nobile e plebea la nobiltà, e giuro questo non è affatto un gioco di parole.

Insomma mi preme che chi c’è passato in mezzo – indipendentemente da come l’abbia fatto e se abbia fallito o meno, se sia conservatore o progressista, reazionario o rivoluzionario – inviti ancora le giovani generazioni a sporcarsi le mani, a star in mezzo al gioco, a farsi carico dei problemi. Noi, intanto, siamo pronti a farci da parte. Anzi, ci hanno già spazzato via.

One Response to “Giovani in politica”

  1. Matteo scrive:

    Se tutti gli ideali, i “valori”, le teorie, i sogni, sono stati aboliti, perché mai i giovani dovrebbero essere attratti dalla politica? I programmi dei vari partiti si differenziano per qualche virgola insignificante o per il marketing elettorale che hanno scelto di adottare e ovunque prevale l’onnipresente diktat del mercato. A ciò si aggiunga che questi partiti non selezionano neanche più i loro dirigenti, ma si accontentano dei volti più telegenici. In queste condizioni, chi si “sporca le mani” non è chi possiede la “vocazione per la politica” come viene detto nella lettera, ma soltanto chi vuole ottenere un seggio, comparire in televisione, percepire un lauto stipendio. Insomma coloro a cui non frega niente dei problemi sociali, che non hanno nessuna vocazione e nessuna attitudine.
    Basta guardare la schiera di giovani parlamentari dell’ultima legislatura. Piacenti, ignoranti, politicamente insulsi e dialetticamente miseri, quando li sento parlare in qualche talk show non posso esimermi dal cambiare canale dopo due secondi.
    Del resto, quando qualcuno prova a elevare il dibattito, di portare la politica a un livello culturale leggermente più consono, viene subito accusato di essere “ideologico” quasi questa fosse una una parolaccia o un’offesa impronunciabile. E allora, quei giovani che ce l’avrebbero pure quella vocazione vengono allontanati, o si allontanano da soli, a causa dell’aridità, della pochezza, della grettezza della materia trattata. Quegli altri, che la vocazione non l’hanno e non la desiderano e sono attratti principalmente dai quattrini, fanno presto a saltare in sella e fanno fulminee carriere. Come quella del nostro presidente del consiglio.

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