Il giorno della memoria

Yad Va Shem

Oggi è la giornata della Memoria. Ogni ricorrenza attinge alla memoria e, servendosi di essa, in quel giorno si celebra qualcuno o qualcosa: il 25 dicembre la nascita di Gesù Cristo il 15 agosto il riposo dell’imperatore Augusto – le feriae Augusti – e, per i cattolici, l’Assunzione di Maria, ovvero il trasferimento dell’anima e del corpo della vergine mamma del Signore in cielo dove si troverebbe il paradiso.

Il 14 dicembre è la giornata mondiale del diabete e anche in questo caso, come in tutte le ricorrenze dedicate a una patologia o a un problema sociale – la giornata della spesa solidale, quella delle cardiopatie congenite, quella contro la violenza alle donne, ovviamente quella del lavoro più propriamente detta, come l’isola non trovata, del lavoro che non c’è, e così via – ci si serve della memoria ricordando qualcosa che ha suggerito di indire quella festività e ci si serve di quella festività per tener desta e consegnare ai posteri, in un’ipotetica staffetta, giustappunto la memoria, il ricordo di quel tema, di quell’argomento, di quel problema, di quella speranza, di quell’individuo, di quell’avvenimento. Ricordiamo la pace, la libertà, la liberazione, l’indipendenza, la caduta del regime, la forma di governo adottata, la vittoria sul nemico ma anche il giorno in cui ne abbiamo buscate ed abbiamo dovuto registrare la sconfitta, talvolta lo sterminio.

Ed ecco, con il giorno della Memoria, il 27 di gennaio – perché in quella stessa data, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa sovietica, entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz liberando i pochi superstiti sopravvissuti allo sterminio deliberatamente organizzato dal regime nazista in prevalenza degli ebrei – si ricorda l’Olocausto, ma io preferirei dire il genocidio, lo sterminio appunto, l’eliminazione totale degli appartenenti ad una presunta razza e, in alcuni casi, ai credenti in una religione o ai seguaci di alcune antichissime tradizioni. O, come dicono gli ebrei, la Shoah, che è catastrofe e distruzione, non sacrificio come la parola olocausto sottintende.

Si dice però appunto giorno della Memoria, non giorno della liberazione dei lager, nemmeno giorno dell’Olocausto o della Shoah, perché si intende invitare a tener desta questa facoltà, a non dimenticare l’orrore che fu prodotto, l’aberrazione di cui l’umanità è stata capace. A rammentare che se è successo, può succedere ancora, che se è stato possibile, potrebbe ripetersi.

Ed io credo che nel profondo di questa ricorrenza ci sia l’invito a non rimuovere che si è consentito succedesse, non c’è stato un sistema immunitario sufficientemente forte da impedirlo, se non tardivamente, a sterminio effettuato. Ci sia l’invito a non girare, come invece fu fatto, la testa dall’altra parte, facendo finta di non vedere i carri bestiame stipati di gente piagnucolante o che gridava disperatamente o dignitosamente silenziosa e taciturna inequivocabilmente diretti ai forni.

Ci sia l’invito a considerare se questo è un uomo, e se quest’uomo un giorno pensa che intanto tocca solo agli ebrei, e il giorno dopo tocca solo agli zingari, e quello successivo ai mussulmani – anch’essi, solo in misura minore, furono deportati, ed anzi, Muslim in campo era un appellativo per indicare l’ultimo, il più abietto, lo schiavo – mai a me, fintanto che, come cantava John Donne, «non chiederti per chi suona la campana, essa suona per te».

Dunque un invito a ricordare, a non rimuovere, a non far finta di non sapere, a chiedere, far domande, leggere, studiare, appunto per sapere, essere cosciente e consapevole, ed impedire che possa ripetersi, in quella o in altra forma, contro gli ebrei o contro gli zingari, contro i mussulmani o contro di te che hai assistito fino all’ultimo momento allo sterminio degli altri.

Un invito a stare vicini ai sommersi non meno che ai salvati.

One Response to “Il giorno della memoria”

  1. Matteo scrive:

    Le commemorazioni spesso sono una sorta di seduta di catarsi collettiva, dove si cerca di allontanare le paure, molto più spesso diventano un’operazione di vuota retorica istituzionale con la quale si tenta di nascondere i propri olocausti moderni. Quando alcuni hanno cercato di celebrare la giornata della memoria con lo spirito dell’articolo, ovvero con “un invito a ricordare, a non rimuovere, a non far finta di non sapere, a chiedere, far domande, leggere, studiare, appunto per sapere, essere cosciente e consapevole, ed impedire che possa ripetersi, in quella o in altra forma, contro gli ebrei o contro gli zingari, contro i mussulmani o contro di te…” mettendo in evidenza la tragedia del popolo palestinese, la comunità ebraica è insorta, quasi che possa trattarsi di un modo di “inquinare” la “loro” memoria. Ma allora, c’è da chiedersi, per quale ragione questa reticenza? Si teme forse di svelare ciò che non deve essere svelato, di tenere le tante “shoa” del mondo nel silenzio fingendo di commuoversi per il passato, un passato reso opportunamente sterile e pertanto privo di qualsiasi possibile insegnamento? Se così fosse (come purtroppo io credo) questa giornata di lutto sarebbe solo una manifestazione dell’ipocrisia della nostra civiltà.

Leave a Reply