Un amore europeo

L’intervista, pubblicata su la Repubblica di sabato 21 marzo, di Benedetta Craveri a Marc Fumaroli, accademico del College de France, sul suo ultimo libro dedicato a La Repubblica delle lettere, fa purtroppo da pendant alle cronache che da Parigi riferivano, qualche pagina prima, della vigilia del voto amministrativo in Francia e del malessere rimasto immutato, anzi, acuitosi con il clima pesante che, soprattutto dopo l’attentato a Charlie Hebdo, circonda i mussulmani nelle banlieue, i quartieri popolari dove nel 2005 la violenza esplose ribadendo che gli equilibri nel nostro mondo globalizzato sono un’illusione.

Solo accingendomi a scrivere qualcosa su quell’articolo con altri pensieri in mente mi sono reso conto, invece, della triste correlazione fra gli indiscutibili meriti di cui come europei – è quanto ci rammenta appunto Fumaroli – dobbiamo farci vanto ripensando alla capacità che abbiamo avuto di far dialogare le diversità e così facendo rendere fervido il pensiero, favorire lo scambio, in una parola costruire una civiltà, e, dall’altra, della miseria e della desolazione, mi verrebbe dire della pochezza, su cui abbiamo costruito il nostro modo di essere, lo spettacolo di noi stessi che ogni giorno mandiamo in scena, i pilastri della nostra economia e degli ordinamenti che regolano la nostra coesistenza.

Proprio qualche giorno fa pensavo con sconcerto all’orripilante merito con cui l’Occidente ha preservato al British Museum il Fregio del Partenone, la Stele di re Djet al Louvre o il Tempio di Dendur al Metropolitan di New York, e certamente altro anche nel museo egizio di Torino o in quello più piccolo qui a Fiesole, e con cui, andando oltre con i saccheggi, avrebbe potuto salvare i Buddha di Bamiyan in Afghanistan o la tomba del re assiro Mar Behnam in Iraq, ed immediatamente a quanto, invece, proprio quell’antica voglia di rapina, possesso ed accumulazione abbia protetto dei pazzi scriteriati che mettono la dinamite sotto le pietre scolpite solo perché rappresentano un dio diverso dal proprio, ovvero sia i figli di un dio minore.

La questione è quella del prezzo che, anziché pagare, si è fatto pagare per potersi vantare del bello e mirabolante e straordinario che pur c’è ben donde di cui vantarsi, ovvero sia di quanto sporco di sangue e maleodorante di inodore pecunia sia anche il più lindo marmo che esponiamo con orgoglio in bella mostra su chiese, palazzi ed altre vestigia e se quel tribalismo barbaro ed incivile con cui si son mossi i primi passi non sia rimasto sedimentato nelle ossa ed in ogni fibra di questa borghese, propensa a scandalizzarsi, moralista e balbettante tradizione occidentale o essenza europea.

Eppure è vero che in quel sentirsi uniti dei letterati e degli intellettuali fin dai tempi del medioevo, e poi nel rinascimento, durante l’illuminismo e in piena epoca di primato del sentimento sulla ragione, e forse anche prima nel bagaglio classico che ci si è portati dietro o si è detto di volersi portare dietro – sentirsi uniti di cui tratta giustappunto l’intervista a Fumaroli che a quella coesione o a quell’affratellamento attribuisce anche una certa grandeur, un certo splendore, se non quasi un’unicità – risiede il potenziale perno su cui far leva per dare un senso a un’appartenenza continentale che parta dagli Urali e giunga alle colonne d’Ercole in longitudine e, in latitudine, dai fiordi a Pantelleria, metro più metro meno.

Per quanto l’orecchio fine colga le differenze fra Ludwig van Beethoven e Vivaldi, fra Bizet e Stravinskij, non tanto per le diverse epoche delle loro composizioni, quanto per l’impronta dello spirito della loro terra, l’imprinting di una nazione o più esattamente di un popolo, ed in virtù di tal notazione si possa essere propensi a non rinvenire un humus comune, la coabitazione sotto a un medesimo tetto, non è peregrino, di converso, soffermarsi con stupore ed ammirazione dinanzi alle similitudini, alle reciproche influenze, ai debiti incrociati che quelle elevatissime punte della musica classica si sono scambiati in una sorta di staffetta scevra da frontiere, confini e limitazioni, che messa tutta insieme fa uno splendore mozzafiato, mi vien da dire la sommità dell’eccelso. Ma questo non basta se si ascolta invece un violino suonato in Castiglia come lungo il Danubio e le melodie sparse in tutto il Maghreb accorgendosi inevitabilmente delle assonanze, delle similitudini, dei riverberi.

Ricerche analoghe con analoghe conclusioni so che si potrebbero fare leggendo le letterature nazionali o anche, volendo, di aree geografiche più vaste, come potrebbe esser la mitteleuropa o la regione araba, rinvenendo appunto convergenze e antipodi, in definitiva secondo quel filo logico totalmente illogico con cui siamo soliti riconoscere che abbiamo sì quasi tutti due occhi e un naso ed anche due gambe ed un ombellico, ma quella ha le mammelle e l’altro no, uno la pelle bianca e l’altro nera, c’è chi si bacia strofinandosi il naso, chi castamente su una guancia ma magari pronto con questo a firmare una condanna a morte e chi, infine, perlustrando impudente con la propria lingua l’intera cavità orale dell’altro.

George Grosz, The eclipse of the sun

Ed è proprio qui che stavano portandomi le considerazioni iniziali venute alla mente leggendo l’intervista della Craveri, a quel saggio letto molti anni or sono, poco prima che fosse suggellata un’Unione che speravamo politica, culturale e civile – molto civile! – scoprendo presto che assomiglia invece troppo a un’untuosa rappresentazione magistralmente messa sulla tela da George Grosz.

George Grosz, Metropolis

Quel saggio si intitolava Arti d’amare, lo ha scritto Michel Feher, ed è contenuto in un prezioso libro curato da Luisa Passerini, redatto da mio padre e edito da La Nuova Italia: Identità culturale europea. Idee, sentimenti, relazioni.

S’ipotizzava lì che avesse l’Europa – ed io ad essa attribuisco il vessillo dell’intero Occidente – un qualche primato ed anzi una supremazia, in virtù dell’elaborazione e del raffinamento condotti nel corso dei secoli, dell’amor cortese, del modo di rapportarsi alla donna, e, per così dire, dell’Educazione sentimentale, dell’Arte d’amare, del Frammento amoroso. C’è del vero in quelle supposizioni, purché non si abbia la presunzione di credere che in un minareto o all’ombra di una sinagoga o nel più sperduto villaggio fatto di capanne e queste di giunchi o d’argilla, i cuori palpitino meno, l’adrenalina cresca ma con minor discrezione, la frenesia dell’amplesso sia meno controllata e più animalesca, gli occhi sorridenti di un uomo o di una donna siano guardati dall’amato con meno tenerezza.

Ma prendendo per buona la galanteria, dando atto al cavalleresco, ricordandosi cos’è infine stato il romanticismo, e di pari passo non disconoscendo che nell’antica Grecia si dialogava peripatendo, o passeggiando, nel giardino di una Schola, e poi negli Atenei, nelle Accademie, nei salotti letterari, nella Repubblica appunto delle lettere, e reputando tutto ciò come forse le cose migliori che abbiamo fatto, dobbiamo porgerle delicatamente, mostrarle con orgoglio e insieme modestia, garbatamente persuadere che abbiano la loro straordinarietà e possano rendere felice non solo noi che ne abbiamo beneficiato, altrimenti, se tenteremo di imporle con la forza, come qualche volta ci capitò di stuprare e berciare i nostri dogmi, sarà stato tutto vano e, forse, subiremo lo stupro e il grido di guerra del vincitore.

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