Del martirio

Giambattista Tiepolo, Il martirio di San Bartolomeo

Il tema è interessante ed ha più di un versante lungo il quale si snoda: da un lato l’entità delle persecuzioni religiose e le possibili sottovalutazioni di tali fenomeni; e, dall’altro, il grado di responsabilità di chi è perseguitato. Ed altro ancora.

Il tema lo solleva Adriano Prosperi – illustre studioso e irriducibile amante delle posizioni marcatamente contrapposte: su Delio Cantimori, sul peso dell’Inquisizione nella storia italiana, sul destino della Biblioteca Universitaria di Pisa – in un articolo comparso su Repubblica di lunedì 23 marzo dal titolo Il martirio silenzioso della cristianità.

A me interessa partire dal grado di responsabilità di chi è perseguitato innanzitutto, perché è da un significato a ciò connesso che deriva la parola intorno alla quale si sta ragionando: il martirio.

Il martirio, infatti, avrebbe a che fare con il concetto di “testimonianza” e, spiega Prosperi, prende corpo dalla «“testimonianza” di chi si rifiutava di adorare la statua dell’imperatore romano e affrontava le belve al Colosseo».

Il martirio, precisa il Vocabolario on line della Treccani, «dal lat. tardo martyrium, gr. μαρτύριον, propr. “testimonianza”» è in senso stretto «la morte violenta o le sofferenze subìte e accettate da un cristiano pur di non rinnegare la propria fede (e ci si riferisce in questo caso soprattutto al cristianesimo dei primi secoli o a quello missionario) o di non violarne i principî e i doveri morali: soffrire, patire, affrontare il m.; il m. di san Lorenzo, di Maria Goretti (anche come soggetto e titolo di una rappresentazione artistica: il M. di san Sebastiano del Mantegna); la corona del m., la gloria acquistata con il sacrificio della vita; m. spirituale, il perfetto e quotidiano esercizio delle virtù cristiane. Anche con riferimento a credenti di altre religioni: i musulmani cercano la morte in battaglia come un martirio. Più genericam., la morte, o la pena, o i tormenti affrontati per non venir meno alle proprie convinzioni etiche o politiche, o comunque in nome di nobili ideali civili: il m. di Cesare Battisti».

Per estensione è la «sofferenza, patimento grave, e spec. i tormenti a cui sono condannate le anime dell’inferno o del purgatorio: Francesca, i tuoi martìri A lagrimar mi fanno tristo e pio (Dante); o con riferimento alle pene d’amore: quel giorno Che fu principio a sì lunghi martìri (Petrarca). Nell’uso com. ha spesso valore iperb. o scherz.: vado a sentire la conferenza: sarà un’ora di martirio ma non posso mancare; queste lezioni pomeridiane sono un m., un vero m.; anche di dolore fisico: che martirio, queste scarpe strette!»

C’è un terzo significato per così dire architettonico sul quale credo si possa soprassedere.

Soffermandoci al significato originario, va ovviamente notato che il martirio è una forma di coraggio, di più, è nei dipressi di quanto solitamente chiamiamo eroismo: pur di non rinnegare la propria fede, pur di non violarne principî e doveri morali.

Ho recentemente riferito in L’odio e le sue parole dell’inattendibile – a giudizio di Alfio Squillaci – monito comunemente attribuito a Voltaire, quel detto di laicità assoluta secondo il quale «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», ebbene in tal caso, se si sfidasse il patibolo purché il nostro interlocutore e magari avversario intellettuale potesse liberamente esprimersi e confutare punto per punto ogni nostra affermazione, si affronterebbe il martirio, ci si immolerebbe per quella causa.

È dunque indispensabile una buona dose di “volontà”, o quanto meno un’incosciente impeto, per non piegar il capo dinanzi al simulacro dei Giulio Claudi, dei Flavi, dei Severi, fino a Costantino il Grande dal 306 in poi, ovvero sia per non dirsi servi dinanzi a un padrone, siano essi Rossi o Neri o d’altro colore.

Il che sta a significare che per volontà si può anche soccombere e non è necessariamente da pavidi o sprovveduti o remissivi. Il che sta a significare anche che non necessariamente si mira a colpevolizzare gli ebrei servendosi del termine Olocausto – il “bruciare interi” letteralmente, ovvero sia la più retta forma di “sacrificio” prevista dal giudaismo, e con esso implicitamente una sorta di martirio, di consegna inerme all’aguzzino – anziché il più appropriato Shoah – in ebraico la “catastrofe”, la “distruzione – con cui si intende il genocidio di quasi 6 milioni di giudei ed il tentativo di sterminare con essi Rom, Sinti ed altri gruppi etnici, testimoni di Geova, pentecostali ed altri aggruppamenti religiosi, malati di mente e portatori di handicap ed omosessuali, comunisti, anarchici ed altri oppositori, fino all’annientamento.

In altre parole un martire è sempre un martirizzato e, al tempo stesso, uno che si è martoriato, che si è votato al martirio, che si è immolato sull’altare di qualcosa che valga qualcosa di più di quanto è richiesto per aver garantita l’incolumità. Ed il suo martirizzatore non di meno resta un sadico torturatore per ciò condannabile senza possibilità d’appello.

E vengo alla seconda questione sollevata dall’articolo di Prosperi. Lui sofferma la propria attenzione alle persecuzioni religiose in atto delle quali sarebbero prevalentemente vittime i cristiani.

Il rapporto del Pew Research Center sulla discriminazione religiosa nel mondo, sostiene Prosperi, mostrerebbe che «i cristiani sono il gruppo religioso che soffre maggiori forme di ostilità sociale e di discriminazione. Si parla di 118 paesi del mondo. Gli altri, musulmani inclusi, li seguono a distanza».
Per cui, stando a quelle cifre, bisognerebbe «fare i conti col fenomeno di una inavvertita “cristianofobia”: e questo mentre ancora siamo alle prese con l’”islamofobia”».

Ma, ipotizza Prosperi si dovrà tuttavia «almeno citare una versione scettica della lettura di questa contabilità. È giusto contare a parte i cristiani estrapolandone le cifre dal complesso delle moltissime vittime dei conflitti civili nel mondo? O non sarà perché il cristianesimo è la religione più diffusa che il loro numero è il più alto?»

Nell’incolonnamento di questi numeri non compaiono quelli che riguardano i seguaci della Tanakh, il più noto Antico testamento, le cui tre lettere TNKh sono le iniziali delle tre parti in cui si divide l’opera: Torah, Nevi’im (Profeti) e Ketuvim (Scritti), perseguitati, come per esempio è avvenuto dinanzi alla sinagoga di Copenaghen nel febbraio scorso o al Museo ebraico di Bruxelles nel maggio 2014, presumibilmente più per una loro supposta appartenenza razziale che non di fede.

Così come mancano le vessazioni, le persecuzioni, le umiliazioni rivolte contro buddisti di questa o quella scuola, o di altri credo, senza dimenticare le botte (e gli ordigni) che cattolici e protestanti si sono reciprocamente scambiati per lungo tempo nel civilissimo cuore della nostra Europa.

Ma questo non per sminuire l’entità delle angherie e dei crimini che hanno come vittime i seguaci di sacra romana chiesa, bensì per rimarcare che laddove c’è ricerca di assoluto come spesso avviene volendo credere ed aver fede, non è raro inciampare nell’intolleranza, nel bisogno di sminuire una altrettanto incrollabile certezza e dedizione, per rimarcare il primato della propria ed arginare il malo tarlo del dubbio.

A me pare abbia ragione Prosperi affermando che «non risultano prove di una congiura mondiale, ma forse l’attenzione non è adeguata all’importanza di un fenomeno come il ritorno del martirio dei cristiani sulla scena del mondo: un mondo assai più grande e terribile di quello dell’antico Impero romano».

Perciò l’unica fede che, credo, si potrebbe tentar di professare è quella, incrollabile e disposta al martirio, nella pace, nel rifiuto radicale della violenza, del sopruso e della sopraffazione, giudicando l’unica arma ammessa quella del lògos, che è dialogo, ragionamento, parola, comunicazione, cioè anche baci e abbracci all’occorrenza o moderate esplosioni di rabbia, insomma di sentimento ed emozione.

Riusciranno a comprenderlo i nostri amatissimi fedeli, qualunque sia il faro che li illumina?

Infine, per restar al significato del martirio e alle modificate accezioni che a questo termine son state date e all’immagine con cui vien rappresentato, mi vien da pensare che se non si ripristina qualche parametro ormai in disuso relativo all’impegno, alla fatica, alla conquista, al meritarsi, all’ottenere, all’obbedienza, al sacrificio, al coraggio ed alla determinazione, tutte cose che con il martirio originariamente inteso han di che spartire.

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