Il giorno della resurrezione

La strage di Garissa

Sono stato invitato da una persona di fede cattolica a spendere qualche parola ed a spezzare una delle mie lance concettuali in solidarietà dei 147 studenti massacrati in un campus universitario del Kenya da miliziani di al Shabaab, se non ho capito male gruppo estremista somalo legato ad al Qaeda, i cui componenti, imbottiti di esplosivo, al termine dell’operazione, sarebbero saltati in aria in mezzo alle loro vittime, quindi concettualmente immolandosi, ovvero sia, decidendo di dar testimonianza, a costo della propria ed altrui vita, come pretende quanto chiamiamo martirio.

Ho scritto di recente un post dedicato proprio al tema del martirio, nel quale riportavo che con tale parola si intende, come specifica il Vocabolario della Treccani, «la morte violenta o le sofferenze subìte e accettate da un cristiano pur di non rinnegare la propria fede» e che, secondo un recente rapporto sulla discriminazione religiosa nel mondo, «i cristiani sono il gruppo religioso che soffre maggiori forme di ostilità sociale e di discriminazione».

Ora è evidente che, per quanto i jihadisti abbiano “accettato” la morte violenta pur di non rinnegare la propria fede, “salvando” i musulmani e “sommergendo” i cristiani, in qualche maniera abbiano reso martiri e testimoni proprio i cristiani, i quali hanno “subìto” la morta violenta pur di non rinnegare la propria fede.

Non voglio essere frainteso: chi sono i carnefici e chi le vittime anche in questo caso è inequivocabile. La condanna è senza appello. E nemmeno la ricerca di ragioni più antiche, del primo anello della catena, ammette uno sconto di pena che non siano le attenuanti generiche di principio da garantire a tutti.

Fatte queste prime considerazioni devo precisare che la summenzionata persona di fede cattolica, più che invitarmi a spendere qualche parola per stigmatizzare lo scempio ed esecrare l’orrore, ha manifestato stupore e dispiacere per il fatto che non l’avessi fatto di mia sponte, motu proprio avrebbero detto gli antichi, prima e senza solleciti, mettendo in relazione questa assenza, o questo silenzio, alla decisa e risoluta voce con cui, invece, con quello che lei stessa definisce il “Pugliese laico-pensiero”, ho commentato la morte dei 149 passeggeri del 4U9525 Barcellona-Düsseldorf – 2 “soli” in più, adottando questa sciagurata classifica derivata dalle consuetudini matematiche dei nostri tempi calcistico-finanziari, dei sacrificati nel college di Garissa.

Puntualizzando: «Mi son stupita, però, di non aver trovato alcun commento sulla strage di studenti cristiani in Kenya, colpevoli solo di aspirare a migliori opportunità di vita o di lavoro; qualunque fosse il demone che li ha spinti a frequentare quell’università, non avevano meno diritto di vivere dei passeggeri del Germanwings, che forse non erano tutti cristiani ma, credo, che a Lubitz neppure interessasse la fede religiosa o politica delle persone che portava nel suo inferno».

Il desiderio è legittimo ed il fatto che ci sia sottintende, oltre a un qualche sentimento, il riconoscimento di un’attenzione da parte mia che, evidentemente, altre volte è riscontrata e la si sarebbe auspicata anche in questo frangente. Ma un filo di disappunto fa sospettare una pur minima recriminazione, l’accenno ad un rimprovero dietro al quale io avverto la lamentela che alle altre fedi è concessa una “sum-pathia” al cattolicesimo negata e, in definitiva, un’accusa di discriminazione dalla quale mi son già dovuto difendere per il solo fatto di aver affermato che io sono ateo (vedi qui) e questo comporta delle differenze con chi è credente, né in meglio né in peggio, non necessariamente, ma tali.

Non mi interessa tutelare in questo momento le mie reali posizioni, i confini del mio pensiero, ma solo spezzare la catena delle recriminazioni e delle reciproche accuse, in virtù della quale ogni volta c’è una buona ragione per far fuori qualcun altro.

Nel mio scritto sui morti provocati da Lubitz difendevo il diritto ad ammazzarsi, non ad ammazzare, che invece continuo a credere quanto di maggiormente vietato ci sia, più esattamente il punto estremo delle poche cose che io ritengo possano essere vietate. In nome di niente e di nessuno. Ribadisco quindi la condanna dei jihadisti e ricordo a chi come me è propenso a riconoscere la lunga storia di soprusi e ruberie ai danni di popolazioni tra le quali è diffusa la religione islamica che, in prima fila a difendere quelle popolazioni dalle aggressioni all’epoca dell’invasione dell’Iraq o dell’Afghanistan, ci sono stati proprio gruppi significativi di cattolici e, malgrado la maschera teo-con, è prevalentemente agnostica la sete occidentale e capitalista di oppressione e sterminio. Ma non laica o atea, di chi cioè, persuaso dell’inesistenza della divinità, ritiene tuttavia gli altri in cuor loro possano credere in quello che più gli piace.

Mi piacerebbe insomma che, qualunque sia il fuoco che arde in petto o la luce che illumina la via, non ci fosse sempre bisogno di dire che l’altro a cui arde un altro fuoco o si rischiara diversamente il cammino, un tempo fu oppressore del proprio credo e pertanto ancor oggi merita sopprimerlo. Questo vale per tutti gli invasati e fare il confronto fra il numero di morti propri rispetto a quelli altrui alimenta questo gioco.

Io lo ripeto: pretendo il mio diritto a decidere della mia vita, ma nessuno si creda dio nei confronti di quella degli altri tanto da decidere su di essa. Com’è possibile, penso, se dio non esiste?

Oggi è Pasqua, lo ricordo a tutti i cattolici e anche a chi non vi crede: giorno della resurrezione, che è un passaggio dalla morte a nuova vita e di innalzamento in cielo, più su di questa misera condizione.

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