Neuroconnessioni e altro

Al Dickinson College di Carlisle in Pennsylvania, Ian McEwan ha tenuto un discorso in occasione della cerimonia di consegna delle lauree e il testo di quell’intervento del celebre scrittore, o quanto meno parte di esso, lo riporta oggi Repubblica con un richiamo in prima pagina e un titolo che sottolinea l’invito ai ragazzi a lottare per la libertà di parola, senza la quale, spiega McEwan nel discorso, faticheremmo ad avere qualsiasi altra libertà, o addirittura sarebbe impossibile averne.

Cito il brano dove afferma questo concetto: «la libertà di espressione è alla base di tutte le altre libertà di cui godiamo. Senza libertà di parola, la democrazia è un’impostura. Ogni libertà che possediamo o aspiriamo a possedere (l’habeas corpus, il diritto di voto, la libertà di riunione, la parità fra i sessi, la libertà di preferenza sessuale, i diritti dei bambini, i diritti degli animali… la lista potrebbe proseguire) è nata perché è stato possibile pensarla liberamente, discuterne liberamente, scriverne liberamente».

Ian McEwan

Il testo di McEwan si conclude con una citazione di George Washington, secondo il quale «Se verremo privati della libertà di parola, allora, muti e silenziosi, potremo essere condotti come pecore al macello», ma mi preme riportare un altro piccolo brano che compare poco prima a proposito dei romanzi: «La mia speranza è che vi abbiano stimolato nella direzione della libertà mentale. Il romanzo, come forma letteraria, è nato dall’Illuminismo, dalla curiosità e dal rispetto per l’individuo. Le sue tradizioni lo spingono verso il pluralismo, l’apertura, un desiderio empatico di vivere nelle menti degli altri».

L’articolo di McEwan compare a pagina 51 di Repubblica, e due pagine dopo, alla 53, Massimo Ammaniti riferisce di un libro scritto da un altro autore, anch’egli Mc di cognome e di nome poco dissimile: Iain anziché Ian. Per la precisione Iain McGilchrist, psicologo e filosofo britannico che ha mandato alle stampe per i tipi della Yale University Press, 800 pagine per ragionare di una particolarissima “sliding doors”: come sarebbe andata se nel corso dei millenni l’umanità, quanto meno quella occidentale, anziché affidarsi tanto all’emisfero sinistro del cervello, o crescere in virtù di quello sbilanciamento asimmetrico, si fosse appoggiata ed avesse dato maggior impulso a quello destro, il quale, dicono i neurobiologi, è il depositario delle emozioni, dei sentimenti, dei voli artistici, a differenza del sinistro dove albergano razionalità, pianificazione o progettualità e, si badi bene, linguaggio.

Il libro, se venisse tradotto in italiano, cosa che secondo Ammaniti difficilmente avverrà, rendendo omaggio ad una storia narrata da Friedrich Nietzsche, si intitolerebbe Il Signore e il suo Emissario: il cervello diviso e la costruzione del mondo occidentale, e indaga appunto la piega che ha preso la società occidentale in virtù del prevalente influsso dell’emisfero mancino, incapace «di comprendere le metafore, legate alla figurazione di un significato originario», verso le quali mostra una maggior propensione la metà tradizionalmente limitata all’alcova e ai suoi dintorni.

Dall’esposizione che ne fa Ammaniti – l’articolo si intitola Se a governare il mondo è l’emisfero sinistro –, McGilchrist sembrerebbe propenso a un recupero salvifico della destra sulla sinistra, dell’ombra sulle luce mi verrebbe da dire, o quanto meno a un bilanciamento che attenui le distorsioni meccaniciste, tecnocratiche, utilitariste, profittatrici derivate da quella predominanza. E dargli torto è difficile.

Il che, naturalmente, in parte confligge con quanto scrive McEwan due pagine prima. Ma per completare la (proficua) confusione nella quale ci dimeniamo, sui giornali di oggi c’è un terzo contributo che a me pare attinente a quanto fin qui scritto.

L’articolo in questo caso è sul Corriere della Sera, pagina 25, a firma Matteo Persivale. Il titolo è Distruzione creativa e riferisce del tema intorno al quale ha indagato un autore che, nel cognome, con McGilchrist condivide la radice Christ: l’economista della Harvard Business School, Clayton M. Christensen. Il tema è quello del termine inglese “disruptive”, traducibile con “perturbativo” o “sconvolgente”, usato però per indicare la capacità di innovare attraverso la distruzione dell’esistente, ovvero sia di un atto contemporaneamente creativo e distruttivo.

A leggere l’articolo sembra che progressi tecnologici e sviluppo dell’economia poggino su questo processo concettualmente identico a quella che Marx definiva la rivoluzione comunista, ovvero l’abolizione dello stato presente di cose, implicitamente a favore di uno stato di cose nuovo, diverso e futuro. E più in generale ad ogni atto creativo che comporta sempre una distanza da quanto precedeva.

L’impressione tuttavia è che l’emisfero sinistro, e di conseguenza il linguaggio, continuino a farla da padrone. Siamo sicuri di essere sulla strada giusta?

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