Il settimo giorno

"Il bacio" di Klimt

“Repubblica” – che per molti anni dopo la sua nascita è stata chiamata “il giornale di piazza Indipendenza” mentre il suo fondatore e chi lo circondava erano quelli che “la sera andavano a via Veneto” – riferiva ieri che a Parigi ci si interroga sull’opportunità di tenere i musei aperti 7 giorni su 7 e, tra le ragioni addotte per scongiurare tale ipotesi, spicca quella che le stesse opere d’arte rischierebbero uno stress eccessivo, sarebbero sottoposte a sollecitazioni già oggi vicine al punto di rottura e, al pari di organismi viventi regolati da ritmi biologici clementi nei confronti del creato, necessitano di pause, rallentamenti, respiro.

Invero – la domenica per i cattolici, il sabato per gli ebrei, il venerdì per i mussulmani, un altro giorno per chi se lo può permettere – è invenzione umana e non della natura poi attribuita a dio per dar testimonianza nelle cosmogonie della complessità dell’universo e di tutto quanto in esso è contenuto, ma modalità fisiologiche di recupero e allentamento della pressione esistono davvero anche a prescindere dalla volontà degli individui, basti pensare all’alternarsi di giorno e notte, alle stagioni, al fatto che gli animali dormono e taluni vanno anche in letargo.

Gli esperti spiegano che la Gioconda al Louvre, lo Stagno delle ninfee di Monet alla Gare d’Orsay, nel giorno di riposo, oltre a beneficiare di essere “spolverate”, o quanto meno più a fondo pulite le stanze dove sono ospitate, possono essere controllate dagli esperti per valutarne le condizioni e lo stato di conservazione, godono di accudimento ed altre premure, e insomma esiste un rischio usura per quelle meraviglie così scrupolosamente custodite, un rischio usura che la chiusura settimanale, quel prezioso “momento di raccoglimento”, depotenzia, rende meno nocivo.

Si fanno poi ragionamenti sulla potenziale redditività aggiuntiva derivante dall’eventuale abolizione del turno di riposo, tenuto conto degli straordinari, degli stipendi, delle ricadute occupazionali, dei benefici sull’indotto, delle complicanze sindacali e si accenna a quel consumistico modo di guardare che porta tutti a volersi immortalare in un autoscatto con il David di Michelangelo alle spalle o a far gli estatici dinanzi alla Primavera del Botticelli, ignorando magari tutto il resto che è lungo il percorso, nemmeno i minori, soli i meno noti, trasformando così la conoscenza del nostro passato e l’adesione all’idea di bellezza maggiormente accreditatasi in una sorta di borsetta griffata da mostrare ai propri conoscenti e all’enclave entro il quale si vive, la vidimazione del biglietto di uno show chiamato ci sono stato anch’io.

L’articolo non scrive tutto questo, o almeno non così espressamente, ma lo si legge tra le righe, ha l’odore della volgare polvere che realisticamente va a posarsi sulle nobili cornici dei Goya, dei Tintoretto, dei Bosch, che sciami di cavallette con le dita unte di chips e waffel e goccioline mucose sull’orlo delle narici e sterco incrostato nella suola trasportano varcando la soglia di un colosseo dove si è moderni cristiani in pasto alle fiere per il gaudio di spettatori che a loro volta si metteranno in fila per dare un colpo d’occhio alla Nìke di Samotracia o al frontone del partenone.

Per lo più roba rapita, estorta, rapinata e sempre più commercializzata in barattoli di Campbell che recano la scritta conserva d’artista altrimenti penseremmo sia pomarola, dinanzi alla quale si sfila con religiosa commozione, ebete stupore, sguaiato entusiasmo in un gioco di annichilimento che non differisce in definitiva poi molto dal tritolo altrove fatto brillare sotto templi e statue che non vedremo più ree solo di testimoniare di invasori o di altre credenze.

Inorridiamo dinanzi al terrorismo archeologico ma ci lasciano indifferenti la pressione antropica e il taylorismo applicato all’opera d’arte, l’incapacità di trovare soluzioni al diritto di tutti di godere dei patrimoni dell’umanità – e come tali legittimamente fruibili da 7 miliardi di persone, non da un’elite di prescelti, raffinati e selezionati –, senza trasformarlo in uno shopping rituale dettato solo dal far cassa.

Oziosi nel settimo giorno a questo potremmo dedicare il nostro pensiero, magari distogliendo la sguardo dal poster affisso nell’ingresso che riproduce Il bacio di Klimt.

One Response to “Il settimo giorno”

  1. Daniele scrive:

    Come giustamente mi corregge Titta Schiraldi il Partonone non è partenone, e ‘a pummarola non è pomarola. Mi scuso con tutti i miei lettori e la puntuale corretrice di bozze.

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