Lucky, strapazzati e muori

«Scramble!», le ordinò l’ufficiale ed io ho fatto fatica a comprendere che con quel tono perentorio, quasi minaccioso, non le intimava di strapazzare qualcosa. Ero convinto ciò volesse dire quel verbo, perché in tutto il mondo se chiedi scrambled eggs ti danno uova strapazzate, col bianco che s’è mescolato al rosso, l’albume col tuorlo, e nel piatto c’è una montagnola gialla più o meno grande e talvolta accompagnata da pancetta affumicata abbrustolita.

«Decolla!», invece le disse, perché nel linguaggio dei top gun, i piloti di caccia americani che Tom Cruise ha fatto diventare un mito, «Scramble!» significa stacca l’ombra da terra, cioè porta quel coso lassù in un battibaleno e non fartelo ripetere due volte.

Lei era appena tornata, uscita dal cockpit – l’abitacolo – qualche minuto prima, le orecchie ancora intasate, riverberi di vibrazioni per ogni dove.

Lei è Heather Penny, 26 anni, laurea in letteratura inglese, arruolatasi nel 121° Stormo della Guardia nazionale di base ad Andrews in Virginia, per seguire le orme del padre, pilota dell’Air Force e adesso di linea, risultata idonea al volo e già con un discreto numero di ore in cielo ma nessuna missione operativa finora sulle spalle.

«Scramble?» chiese e il comandante ringhiò ripetendo ora due volte di seguito lo stesso ordine che non lasciava spazio a qualsiasi genere di obiezione. Nemmeno a quella che le rimase in gola: «Non abbiamo munizioni a bordo, signore».

Il caccia F16 del tenente Penny, così come quello del suo compagno di pattuglia, il colonnello Marc Sasseville, non era “hot”, armato. Solo munizioni a salve, il residuo di quelle portate dietro nell’esercitazione appena conclusa.

Ma il tono usato per impartire l’ordine di decollare all’istante – tanto che i due piloti dovettero togliere da soli i cunei zeppati sotto le ruote dei due Falcon 16 prima di salire nuovamente in cabina di pilotaggio, eseguire scrupolosamente ma a perdifiato la precisa sequenza di quanto dev’esser fatto prima di sentirsi dire dalla torre di controllo «parti!» – inequivocabilmente faceva capire che se missili, proiettili e bombe fossero stati al loro posto sarebbe stato meglio.

Non era tuttavia ancora chiaro che cosa alle 9.30 di quel martedì si dovesse andare a fare lassù a 1.500 metri di altitudine, salendo a 254 metri al secondo, fino a raggiungere in quota i 2 Mach, qualcosa come 2.410 chilometri l’ora.

Per radio giunsero innanzitutto le coordinate verso le quali dirigersi: Pennsylvania, per la precisione in una striscia di cielo che è l’autostrada lungo la quale si incolonnano molti degli aerei di linea diretti a Washington. Pensarono, dunque, il tenente Penny e il colonnello Sasseville, che avrebbero dovuto scortare l’Airbus su cui viaggiava una qualche autorità, garantire sicurezza ai passeggeri e intimorire eventuali velivoli indesiderati.

Ma dopo qualche minuto l’obiettivo della missione fu precisato: avrebbero dovuto intercettare un Boeing 757, il volo 93 della United Airlines, partito da Newark e diretto a Tokyo dopo aver fatto scalo a San Francisco, dove in teoria avrebbe dovuto essere diretto, ma dopo una virata in alta quota, aveva preso a puntare su Washington, tornando nella direzione da cui era giunto. Senza specificare che aveva 37 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio a bordo.

Erano molte evasive le risposte alle richieste di chiarimenti dei due top gun, gli davano tuttavia per certo che non fosse un cambiamento di rotta dovuto al malore di qualcuno che si trovasse a bordo o a un guasto del velivolo. Si trattava certamente di un dirottamento, ma non era ancora chiaro quale ne fosse il movente.

Un aereo dirottato non si abbatte, pensarono i due ufficiali, e pur non sapendo quanti passeggeri e membri dell’equipaggio ci fossero a bordo, si sentivano persuasi che non si sacrificano delle vite innocenti per eliminare un malintenzionato. Poi giunse la verità: l’aereo puntava sulla Casa Bianca o forse sul Pentagono.

Alle 8.46 di quel mattino un aereo di linea si era schiantato contro una delle Torri gemelle a New York, alle 9.03 un secondo aereo e 34 minuti più tardi, poco dopo la partenza del tenente Penny e del colonnello Sasseville dalla base di Andrews del 121° Stormo della Guardia nazionale in Virginia, alle 9.37, un altro aveva colpito il Pentagono.

Anche questo Boeing 757 della United Airlines sembrava mosso dalla stessa forza omicida. Le comunicazioni con i piloti si erano interrotte, la direzione era ad alto rischio, bisognava abbatterlo.

Senza munizioni a bordo c’era solo un modo per fermarlo: colpirlo. I due caccia sarebbero dovuti diventare l’ordigno che avrebbe impedito quell’attacco. In altre parole avrebbero dovuto fare come i piloti dell’aviazione giapponese durante la seconda guerra mondiale che andavano a schiantarsi sulle portaerei americane per metter fuori gioco l’aviazione: i kamikaze.

Che in altre parole è un suicidio fatto non per disperazione e stanchezza, un suicidio mirato ad uccidere e così facendo salvare altre vite. Insomma un atto di eroismo, chiamatelo come vi pare.

Avrebbero dunque dovuto puntare a colpire uno la cabina di pilotaggio e l’altro il timone di coda, impedire ai pirati di pilotare il loro ordigno. Scartarono l’ipotesi di colpire i motori perché molti aerei sono progettati in modo che i motori si stacchino senza lesionare le ali e anche un aliante gonfio di carburante e di quelle dimensioni può essere micidiale, soprattutto se volava a 800 chilometri all’ora e non è così distante dagli obiettivi che i suoi dirottatori potevano essersi prefissati.

Operazioni che nessuno aveva insegnato ai due top gun, e che ora, ipotizzando di non esserci più fra qualche minuto, o tutt’al più di affidare la propria salvezza all’eiezione del seggiolino una frazione di secondo prima di aver centrato l’obiettivo, andavano studiate fin nel più minuto dettaglio ma in assenza di tempo e nel frattempo dovendo tener sott’occhio gli strumenti, il radar, il computer di bordo, la spia del carburante, altimetro, e quant’altro.

Poco dopo le 10.03, quando il quarto aereo degli attentati dell’11 settembre 2001 precipitò nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania per cause che finora nessuno è riuscito a spiegare, i due Falcon 35 furono fatti rientrare alla base di Andrews in Virginia, revocando l’ordine di andare a suicidarsi e garantire la sicurezza nazionale.

Otto ore dopo un ufficiale ordinò nuovamente a Heather Penny e Marc Sasseville «Scramble!». Dovevano scortare l’Air Force One su cui George Bush faceva rientro a Washington.

Heather Penny ha oggi quarant’anni, ancora riccioli biondi in testa, lavora alla Lockheed e dopo 14 anni ha deciso di rivelare che alla guida di uno dei due caccia che si sapeva tentarono di intercettare il quarto aereo c’era una donna di 26 anni. Ha raccontato la sua storia al Washington Post, il bravissimo Vittorio Zucconi l’ha riproposta su Repubblica di sabato 12 settembre 2015 ed io, seguendo il suo articolo, l’ho riscritta così perché mi piace molto.

A proposito: il soprannome di Heather Penny è Lucky, fortunata.

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