La città della scienza 2.3.

Un universo di aule in mezzo alle fabbriche

Sergio Stecco. Il rapporto fra ricerca di base e ricerca applicata a ingegneria

La città della scienza 2.3.

Computer sul tavolo, segretaria nordica che parla l’inglese con gran naturalezza, un bel completo grigio, l’aria del manager più che dello studioso piegato sulla scrivania e sommerso dalla polvere con le sue scartoffie.

Il professor Sergio Stecco, docente di energetica alla facoltà di ingegneria e delegato del Rettore per la ricerca scientifica, sta parlando con i suoi studenti quando ci riceve nell’ufficio di Santa Marta. Problemi di turbine, cose complesse, strozzature in un circuito dove l’energia si moltiplica. I futuri ingegneri se ne vanno dopo aver snocciolato le loro domande, ed ecco il docente pronto all’intervista.

Professor Stecco, parliamo di questa città e del suo rapporto con la scienza.

Non lo si può fare senza ricordare che dal punto di vista industriale, Firenze è la terza città italiana. È un fatto che spesso sfugge quando si tratta di delineare il volto di questa città. C’è dunque una tecnologia diffusa, con picchi di alto livello tecnologico. Aziende importanti, all’avanguardia. Ecco queste punte trovano un riscontro nella ricerca universitaria e nel Cnr. Ma questo lato resta sempre in ombra, vittima di un vero e proprio dualismo: arte da una parte, scienza dall’altra. A me pare che Firenze non abbia voluto bene alla sua scienza.

Cosa vuol dire esattamente?

Le faccio un esempio: Bologna ha fatto della città il suo “campus” universitario. Eppure, da un punto di vista scientifico, non siamo da meno.

Ma se non siamo da meno perché non decolliamo? Perché nessuno associa il nome di Firenze a un particolare campo della ricerca, così come Silicon Valley significa computer o Bethesda studi sul cancro?

Be’, in Italia non esiste una Silicon Valley. Soffriamo anche di un handicap: straniero è bello. Io ho scritto molti articoli scientifici, ma quasi tutti sono in inglese. Se li scrivessi in italiano, malgrado il loro contenuto, non avrebbero la risonanza che hanno, non entrerebbe nel giro delle pubblicazioni scientifiche.

Non le sembra che sia un problema di valorizzazione di certe ricerche, di privilegiamento dei campi in cui possiamo essere concorrenziali?

Sono d’accordo, i finanziamenti a pioggia, poco ma a qualsiasi ricerca, non fanno crescere nessuno. Spesso si spendono soldi per studiare le stesse cose che stanno già studiando, magari da più tempo, altri. Ma mi rendo conto che c’è una paura a decidere chi e che cosa si deve ricercare. L’elettronica a Milano, le auto a Torino e le turbine a Firenze? Le altre sedi si troverebbero depauperate. Le università diventerebbero zoppe. Però una selezione va fatta. Facciamo l’esempio dell’energetica: non può occuparsi di tutto, bisogna potenziare uno o due settori, convergere lì risorse finanziarie e intellettuali. Una certa suddivisione dei ruoli esiste: al Politecnico di Torino si occupano di motori di auto, qui di turbine per il gas, come quelle che il Nuovo Pignone produce ed esporta in tutto il mondo.

Parliamo della sua facoltà.

Volentieri. Ci sono cinque settori importanti ad ingegneria: l’elettronica, le telecomunicazioni, l’energetica, l’idraulica. La quinta potremmo chiamarla “varia del civile”. Be’, il 50% del bilancio di questi settori deriva da contratti con le aziende. Ricerca applicata e ricerca teorica vanno di pari passo, ma la prima è quella più adatta al rinnovamento tecnologico, perché senza l’industria che ti dice che cos’è importante si fa poco. Ma la ricerca di diretto interesse aziendale non è di grande interesse scientifico. Per lo più si tratta di consulenze per il trasferimento tecnologico. Insomma, non si scopre niente di nuovo. Se queste cose sono chiare si capisce l’importanza di consorzi come il Cesvit promosso dalla Provincia: consentono di mettere in contatto i cervelli con le esigenze del mondo industriale, lasciando autonomia alla ricerca pura di occuparsi di altro.

Non mi ha ancora detto che cosa dovrebbe fare Firenze per voler bene alla propria scienza.

Senta, la ricerca ormai la si fa solo a livello internazionale e una città dove ci vuole sempre un giorno di più, rispetto a Milano o a Roma, per andare a New York o a Londra, è una città che non vuol bene alla propria ricerca internazionale.

Allude all’aeroporto?

Si. Firenze è strangolata dall’assenza di un aeroporto, dalla sua stazione di testa che fa perdere un sacco di tempo ai treni, dall’autostrada per Bologna che aspetta da troppo tempo di essere raddoppiata.

Atterrare a Peretola ci farebbe essere più internazionali?

Non mi interesserebbe Peretola se in due ore col treno si arrivasse a Fiumicino o se da Pisa ci fossero dei voli meno “turistici” di quelli che ci sono ora. Non si può partire alle 13 per Londra, bisogna partire alle 8 per essere lì in mattinata.

E poi, cosa manca a questa città per essere città di scienza?

Un palazzo dei congressi adeguato, e alberghi dove non si debba prenotare fin da ora col rischio peraltro di non trovare posto, per fare un congresso nel 1990. Un’università con sedi dove davvero si possa fare ricerca, non come qui a Santa Marta, bellissimo edificio e vivaddio c’è, ma è un ex-seminario, nato per pregare in silenzio non per fare il rumore che fanno i laboratori di ingegneria assordando la gente che vive qui intorno. Questa è una città in cui prevale troppo l’interesse del commerciante: ed è un interesse che non darà futuro alla città.

L’Unità, sabato 26 novembre 1988

L’Unità, sabato 26 novembre 1988

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