La città della scienza 3.2.

Il sogno della “Villette”

Paolo Galluzzi. Un progetto di lavoro comune fra enti diversi

La città della scienza 3.2.

È il custode del patrimonio di Galileo. E dallo scienziato che rivoluzionò il nostro modo d’intendere l’universo, sembra aver imparato un dura lezione: il realismo. Sono andato da Paolo Galluzzi, direttore del Museo di storia della scienza con l’inconscia speranza di farlo sognare, di far scaturire dalle sue parole, anziché dalle mie, un’immagine diversa di Firenze. Avevo in mente la Villette a Parigi, la cittadella della scienza nella capitale francese, ma sulle sponde dell’Arno me la vedevo fatta di pietra serena, non di materiali high-teck.

Galluzzi ha spinto in giù uno dei tanti telescopi conservati nelle sale del “suo” museo. Servivano per guardare in alto, ma se oggi si vuol vedere tanto lontano, bisogna guardare più vicino. I grandi progetti ci sono, ma intanto vanno vinte tante piccole battaglie quotidiane. Così la modestia non sarà né rinuncia, né abiura.

«Firenze – dice Galluzzi – ha un patrimonio di strumenti scientifici che non esiste in nessun’altra città del mondo».

In che cosa consiste questo patrimonio?

In nessun altro luogo c’è quello che c’è qui in piazza dei Giudici, né quello che è conservato all’Istituto Salvemini. E poi il Museo nazionale di scienze naturali che dovrebbe andare nell’area dei macelli, l’Istituto geografico militare, lo Ximeniano, i musei scientifici dell’Università…

…la collezione dell’Istituto agronomico per l’Oltremare.

Certo, e anche la stessa configurazione della città. Pensi a quanta scienza c’è nella cupola di Brunelleschi. È paradossale, ma lo sa che il Museo di storia della scienza è nato, con un intento dichiaratamente propagandistico, durante il ventennio fascista, nel 29, insieme alla Domus galileiana a Pisa e al Museo di divulgazione scientifica di Milano. Da allora non è stato fatto più niente.

Ma tutto questo sembra un “accessorio” della città, dei suoi “giri” obbligati. Non si valorizzerebbero di più se fossero un corpo compatto?

Il problema è che ognuno di questi istituti ha ordinamenti diversi e che le loro sedi sono così disperse. E che tra questi, diversi ma simili tra loro, c’è assenza di comunicazioni. Allora il problema è di trovare in città dei poli dove unire, lasciando le singole autonomie.

È importante l’autonomia?

Si, purché sia affiancata da un sistema amministrativo che consenta dinamicità a queste autonomie. La legge di riforma degli organi periferici dello Stato va però in questa direzione.

Altrettanto importante, però, mi sembra il coordinamento.

È necessario, anche se è difficile. Il centralismo paralizza ma lascia indipendenza. Il coordinamento, invece, costa rinunce. Ma la situazione di povertà di questi istituti spinge al coordinamento per una gestione consortile almeno di alcuni servizi.

Che servizi?

La fotocopiatrice, il personale, aule per lezioni e seminari. Magari una foresteria per ospitare anche per periodi lunghi studiosi che potrebbero tenere conferenze e lavorare con i nostri ricercatori. È un bisogno che nasce dalla volontà di pesare di più, di veder riconosciuto il ruolo che abbiamo nella città. E il coordinamento è anche stimolo alla qualificazione e al perfezionamento. Perché una strategia di sfruttamento di questo immenso patrimonio, può avere dei risultati non solo sul piano turistico-commerciale, un volto nuovo della città da offrire, ma anche sulla ricerca che sta dietro a questo patrimonio. Se no facciamo come quei musei d’arte con collezioni standard, sempre le stesse, e i magazzini ricolmi di roba mai esposta e totalmente separati dalle biblioteche d’arte. Io invece ho in mente un museo vivo, che funziona, che è ospitale e che produce pubblicazioni.

Accennava alle biblioteche d’arte. Firenze ha anche un immenso patrimonio di biblioteche scientifiche, me lo ricordava il professor Paolo Rossi prima che iniziassi questa inchiesta.

Certo. È in quelle biblioteche che a Firenze si fa studio e ricerca sulla storia delle scienza. E ci sono in questo campo energie intellettuali fortissime, giovani e non. Slegarsi da questo mondo vuol dire esporre solo dei cimeli. Continuare, come è stato fatto per molto tempo, a fare più “storia” che “storia della scienza”.

Cosa vuol dire, professor Galluzzi.

Che ci vuole anche un collegamento tra noi e il mondo della scienza.

Anche lei pensa alla Villette?

Ma anche a tentativi simili in Italia. All’idea di Trieste di far nascere un’area di ricerca, con interazioni tra la ricerca storica, i beni culturali, per quello che è possibile, la ricerca scientifica e applicata e lo studio sui fondamenti della scienza, che è il punto di aggancio degli scienziati. Ma penso anche alla “casa delle innovazioni” di Bologna, un tentativo di avvicinare il pubblico alla tecnologia e alle macchine.

In un progetto del genere andrebbero coinvolte aziende come la Galileo o il Nuovo Pignone.

Certo, anche da lì ne verrebbero informazioni per gli scienziati. E poi le aziende ne avrebbero un ritorno in termini di immagine: far vedere che quella fabbrica opera in una città di tradizione della scienza. Infine pensi al contributo che darebbe alla crescita di una cultura scientifica. Tutto questo è possibile a Firenze, perché qui esiste il patrimonio di cui si parlava prima, la ricerca e le aziende ad alta tecnologia.

Ma questo volto di Firenze è sconosciuto per lo più.

È noto in gruppi limitati. Ma pensi che ritorno economico ne avrebbe la città se pubblicizzasse questo suo volto, quello di una Firenze mai vista. Non sarebbe una gran rigenerazione dell’immagine?

L’Unità, giovedì 1 dicembre 1988

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