La città della scienza 4.4.

Alla ricerca del know-how perduto quando il computer sconvolse il mondo

Esaote Biomedica

La città della scienza 4.4.

«Il cento per cento dei nostri prodotti è pensato per esigenze che qui in Italia non ci sono ancora», dice l’ingegner Serse Pierotti, responsabile della ricerca della divisione di Firenze della Esaote Biomedica. «I nostri mercati – aggiunge – sono prima di tutto gli Stati Uniti e la Germania federale».

Dunque, tra le aziende fiorentine che spiccano nella produzione di tecnologie avanzate c’è la Esaote.

L’azienda nasce nel 1946 nell’ambito delle Officine Galileo. O meglio: nella Galileo cominciano in quell’anno ad occuparsi di attività nel campo dell’elettronica biomedicale. Si studiano e si realizzano i primi elettrocardiografi ed elettroencefalografi a scrittura diretta con tecnologia a valvole. Nel 1954 viene costituita la Ote, ovvero le Officine toscane elettromeccaniche. Si costruiscono le stesse macchine di prima, ma al posto delle valvole si introducono i transistor. Dopo il 1960 l’azienda progetta un’intera gamma di strumenti a stato solido che comprendeva anche una prima linea di monitoraggio cardiaco. La Ote è all’avanguardia. Arriva la Montedison che nel 1969 compra l’azienda fiorentina e la ribattezza «Ote Montedel» e, nel 1974, «Ote Biomedica», inserendola nel settore Farmitalia Carlo Erba. Sono gli anni del boom del computer: chi produce tecnologia deve fare i conti con i microchip. La Ote Biomedica arranca, batte il passo, anche se riescie a rinnovare completamente i propri strumenti servendosi dei circuiti integrati digitali e lineari e sviluppando una gamma completa di strumentazione in cardiologia, neurologia, monitoraggio.

Iniziano anche le attività di ricerca nel settore degli ultrasuoni, con lo sviluppo di un proprio know-how sui trasduttori. Intanto cambiano ancora i padroni: arriva il gruppo Iri-Stet che inserisce la nuova «Ote Biomedica elettronica» nel raggruppamento Selenia-Elsag.

Siamo nel 1986. Ancora due anni e la fabbrica cambia ancora nome: «Esaote Biomedica», azienda del gruppo Rse Iri-Stet, nata dalla fusione della Ote e della Esacontrol Ansaldo Elettronica biomedicale di Genova.

Ingegner Pierotti, qual è l’impegno della Esaote nel campo della ricerca?

Abbiamo 40 addetti nei laboratori di Firenze e altrettanti in quelli di Genova, su un totale di circa 550 dipendenti. Il nostro investimento in ricerca è pari al 14%. È un livello di guardia.

Perché è un livello di guardia?

Perché così non possiamo stare dietro alla vera innovazione. Tenga conto che ha tempi veloci e che le nuove tecnologie non le si possono applicare dopo troppo tempo. In Giappone il problema sarebbe affrontato a livello di Stato o con finanziamenti alle aziende perché facciano ricerca.

Ma questo ruolo non lo coprono le nostre università? Non è a loro che dovreste rivolgervi per ottenere quelle innovazioni?

Il problema è che spesso l’università ha il difetto di essere troppo avanzata rispetto alle esigenze di mercato. Capita che una soluzione tecnologica, che sarebbe importantissima per un’industria, non dia abbastanza lustro al ricercatore universitario. Ed è difficile porre agli universitari dei problemi di limiti: i costi, le dimensioni di uno strumento. Tuttavia da sei-sette anni c’è anche in Italia un processo positivo che rappresenta il punto di partenza per il miglioramento dei rapporti tra università e ricerca nelle aziende. Sono i progetti finalizzati del Cnr, i piani nazionali di ricerca e i piani di settore. Dovrebbero consentire di coprire quell’aspetto finanziario della ricerca che le aziende da sole non potrebbero coprire.

Ma la Esaote si avvale della consulenza universitaria?

Certamente. Abbiamo rapporti di collaborazione con vari istituti del Cnr, con enti universitari ed ospedalieri nazionali ed internazionali.

A Firenze con chi?

Con l’Istituto per la ricerca sulle onde elettromagnetiche, con la facoltà di ingegneria, con le cattedre di gerontologia, geriatria, malattie dell’apparato cardiovascolare.

E all’estero?

Con l’Hospital Cornell di New York, con l’Erasmus University di Rotterdam.

Come si colloca la Esaote nel panorama internazionale delle aziende biomediche?

In Europa siamo al terzo posto nella diagnostica elettromedicale. Abbiamo dei ritardi sul mercato interno, ma questo perchè spesso le esigenze di tecnologie biomediche nella struttura sanitaria pubblica sono molto arretrate.

Ma la Esaote è un’azienda che “inventa”. Voglio dire la vostra ricerca produce davvero innovazione tecnologica?

Noi non abbiamo inventato in campi che non erano già stati battuti. Abbiamo dei concorrenti di grande prestigio: la Philips, la Hewlett Packard che godono di una multidisciplinarietà di produzioni al loro interno.

Cioè?

Fanno strumenti biomedici servendosi dei computer che essi stessi producono.

Torniamo alle vostre invenzioni.

Si. Non abbiamo inventato in campi rivoluzionari, ma abbiamo apportato innovazioni notevoli. Alcuni strumenti nostri non hanno concorrenti.

Per esempio?

Il Sim 5.000, uno strumento di altissima qualità per l’Imaging ad Ultrasuoni.

Se si ripercorre la storia della Esaote, come di molte altre aziende italiane del resto, si vede che negli anni cruciali della “seconda rivoluzione scientifica”, quando c’è stato il boom del computer per intendersi, è stato perso un treno. Non è così?

Un’azienda per crescere passa da degli errori. Ma se in quegli anni ci fosse stata una volontà forte di giocare un ruolo italiano nel panorama della tecnologia e della scienza mondiale, si sarebbero evitati quei pesanti ritardi. Del resto, se i risultati, come stiamo dimostrando, si possono raggiungere ora, significa che si sarebbero potuti raggiungere allora.

Vuol dire che le competenze scientifiche dei vostri ricercatori c’erano già allora?

Si.

E perché allora tante vicissitudini?

Perché non c’erano idee chiare sui ruoli di un’azienda. Si tendeva ad avere un’azienda di commercializzazione della tecnologia straniera e non di produzione.

Secondo lei Firenze ha le carte per imporsi sul panorama internazionale della ricerca?

Anche se ci sono dei limiti “ambientali” rispetto agli Usa o al Giappone, sia Firenze che l’Italia hanno queste carte, uno spazio per una propria strada. Anche perché oggi il problema non è operare investimenti per avere conoscenze e tecnologie in proprio. Esistono gli accordi per l’acquisto di know-out, con il quale si può essere al pari degli altri. Per colmare i buchi che abbiamo, dobbiamo solo fare macchine con più velocità e capire meglio degli altri il mercato.

Non sarebbe meglio sviluppare la nostra tecnologia?

Non sempre. Di volta in volta bisogna scegliere se comprarla o farsela da soli. A volte conviene integrare le proprie macchine con altre fatte da altri. Solo il cuore della tecnologia non può essere demandato.

L’Unità, venerdì 9 dicembre 1988

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