La città della scienza 7.2.

Manca un centro di coordinamento nella metropoli della scienza

Tito Arecchi

La città della scienza 7.2.

Il passato non si scorda. Soprattutto se ha un nome come Galileo. Che fra le tante cose vuol dire lenti e quindi ottica. L’ottica, infatti, e la sua sorella del 2000, l’optoelettronica sono una delle “vocazioni” scientifiche di Firenze, una cioè di quelle “branchie” della ricerca in cui la città primeggia. È a Firenze l’Istituto nazionale di ottica, il cui presidente è il professor Tito Arecchi. È un uomo sbrigativo, la cui praticità può essere confusa con la rudezza.

Con lui andiamo subito al dunque, ai problemi di una città che ha un patrimonio scientifico ma che non sembra valorizzarlo quanto potrebbe. Il quadro che Arecchi traccia appare pessimista, molto pessimista. Forse più per provocazione che per fedeltà descrittiva.

L’università da una parte, gli amministratori dall’altra appaiono come i responsabili di una “cristallizzazione” della città che non le gioverà affatto se è vero che è proprio sul terreno della ricerca e della cultura scientifica che si gioca una delle più importanti sfide alle soglie del nuovo millennio.

Professor Arecchi, lei pensa che Firenze abbia un ruolo importante nella scienza italiana?

Io credo che si debba ricordare una cosa. Firenze ha un sistema produttivo fra i più interessanti d’Europa. La si può paragonare a Parigi o a Monaco. Eppure non riesce a produrre altrettanta massa critica nel campo della ricerca perché non si presenta unita. Perché si fanno spesso discorsi di bottega. C’è la genialità artigianale di Firenze, ci sono molte iniziative individuali, manca qualcosa di più.

Ma le competenze ci sono secondo lei?

La cultura scientifica fiorentina non è monocorde, è ricca, ma gli manca un coordinamento. Manca, se si può dire così, una cooperativa degli istituti scientifici. Le potenzialità esistono, ma c’è una conflittualità infantile che ci impedisce di farlo.

Dov’è il tallone d’Achille?

Manca l’Università di un sistema metropolitano che va da Arezzo a Pistoia, con appendici significative a Pisa e Livorno. L’Università dovrebbe essere questo soggetto di coordinamento.

Vuol dire che l’Università fiorentina non sforna materia prima di buona scelta?

No, anzi. È che i nostri laureati vanno fuori dal sistema toscano. A Milano, o magari in California, non restano qui. Li formiamo e poi li mandiamo via. Prendiamo l’esempio del mio settore. Firenze non è al traino, ma i grossi temi di ricerca sono al di fuori delle nostre capacità. E questo perché non ci sono infrastrutture che consentano lo studio coordinato. Avremmo bisogno di lavorare al fianco dei biologi e degli economisti, occupandoci tutti per esempio dei problemi della complessità e del caos. E non si può fare.

Cosa intende per infrastrutture?

Prenda il caso del progetto Fiat Fondiaria. Nessuno ha parlato di questo progetto come di un investimento qualificato in termini culturali. Solo cemento armato. Si, a Sesto, si è detto, ci andranno gli istituti  di quello che  ci sarà intorno. La ricerca scientifica ha bisogno di vivere a fianco delle aziende. Allora ci sarebbe voluta un’area 4 o 5 volte più grande nella quale attrarre l’industria. Il progetto, così com’è, mi sembra rivelare la mancanza di cultura politica. Chi ha programmato il polo scientifico non è neanche andato a vedere cosa si fa in altre parti del mondo. Non si sono alzati per andare a vedere cos’è il polo scientifico di Orsay a Parigi o quello di Gakching a Monaco.

L’Unità, domenica 18 dicembre 1988

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