Impedire di pensare

Erri De Luca

C’era uno che ordinò: «Bisogna impedire a questo cervello di pensare!». Direi non avesse molta importanza cosa quel cervello pensasse, anche se – va detto – si trattava effettivamente di idee sconvolgenti e di un cervello particolarmente vispo e fecondo. “Incontrollabile” mi verrebbe da dire pensando sia tale un cervello che pensa, perché – come canta uno dei più bei lider di Mahler ripreso anche da Pete Seeger in una delle sue canzoni pericolose – Die gedanken sind frei, i pensieri sono liberi.

In quell’agghiacciante affermazione perentoria era racchiuso uno dei più raccapriccianti orrori mai partoriti dall’umanità, l’affermazione sciente della violenza come principio regolatore della convivenza, la pianificazione consapevole del terrore e della paura, il proposito deliberato di annientare intere fasce di popolazione, in particolare per la loro discendenza ereditaria ribattezzata razza mescolata a un’adesione religiosa più o meno moderata, ma anche per il loro credo politico, o i propri gusti sessuali o una qualche malformazione fisica o mentale.

Paradossalmente quell’affermazione è maturata da due filoni di pensiero che tra i loro principi hanno anche proprio quello che ogni individuo è libero e non imprigionabile, e che, essendo tutti uguali, tutti siamo liberi e non imprigionabili. Ma la storia è costellata di incongrue antinomie.

Proprio al padre spirituale di uno di quei due filoni di pensiero, François-Marie Arouet Voltaire – benché questo interessante articolo comparso su linkiesta ne smentisca categoricamente la paternità – viene attribuita la celebre frase «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire» – a me meglio nota nella formula «Non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle» – che è il perno intorno al quale facciamo ruotare non solo il discrimine tra democrazia e totalitarismo, ma anche evitiamo, o quanto meno dichiariamo di evitare, il ricorso all’arbitrio, alla violenza ed alla sopraffazione per arginare i quali all’epoca dei Bravi e di Don Abbondio, un vecchio filosofo inglese, Thomas Hobbes, s’ingegnò un moloch a cui, deponendo le proprie armi e devolvendo potere, affidare la tutela della sicurezza, dell’incolumità e della convivenza collettiva, lo Stato moderno che egli battezzò Leviatano, mostruosa creatura biblica di origine ebraica.

Oggi sembra che i paladini di quella scuola di pensiero – a lungo denominata “liberalismo” , non disgiungendola da una sua sfumatura più economica, ma non meno inizialmente emancipatrice, detta “liberismo” – si siano totalmente dimenticati di quel monito tollerante nato sotto le stelle della libertà, della fratellanza e dell’eguaglianza (a cui male non sarebbe oggi aggiungere “e della legalità”), perché nessuno, sedicente e sesbandierante tale, batte ciglio dinanzi a un tribunale che il 19 ottobre prossimo potrebbe pronunciarsi condannando, come chiede il pubblico ministero, a 8 mesi di reclusione Erri De Luca per aver detto ad un intervistatore dell’Huffington Post il 1 settembre 2013 che «la Tav va sabotata, ecco a cosa servono le cesoie, a tagliare le reti» e con ciò avendo istigato a delinquere, ovvero sia al sabotaggio, reato previsto dall’articolo 508 del Codice penale che altrimenti definisce tal prassi rivoluzionaria «Arbitraria invasione e occupazione di aziende agricole o industriali».

Ho già avuto occasione di scrivere in Charlie ed Erri di essere favorevole alla Tav e di trovare sbagliato pensare che vada sabotata, ma di trovare irrinunciabile il diritto ad esprimere un’opinione del tutto contraria alla mia su una materia che ci riguarda tutti. Riaffermo quindi qui la stoltezza degli inquirenti e la solidarietà allo scrittore. E mi permetto anche di dar dell’imbecille a chi ieri sui social dava la notizia come se la sentenza fosse già stata emessa e la pena comminata. Perché esiste la possibilità che la corte giudichi che il fatto non sussiste. È quello che dovremmo aspettarci.

A proposito: quello che ordinò «Bisogna impedire a questo cervello di pensare!» si chiamava Benito Mussolini e si riferiva ad Antonio Gramsci dopo averlo recluso nel carcere di Turi.

Tags: , , , , ,

Leave a Reply