Generazione Bataclan

Nel giro di poche ore quasi 80 persone hanno raccolto il mio sciocco invito a mettere “Mi piace” su una pagina di Facebook che, riprendendo il bel titolo di un articolo comparso su Liberation, si chiama “Generazione Bataclan” e propone, una accanto all’altra, le foto delle 129 persone, in massima parte giovani, che sono state ammazzate il 13 novembre negli attentati rivendicati dall’Isis a Parigi.

Principalmente francesi, ovvio, ma di tante nazionalità: italiani, inglesi, belgi, marocchini, tunisini, cileni, romeni, a dimostrazione che dobbiamo prendercela con dei terroristi assassini decisi a colpire nel mucchio seminando panico e non con delle etnie o dei credenti accanitisi contro un immaginario nemico predeterminato.

Confesso che un fastidioso, ma trattenuto, sentimento mi ha percorso vedendo crescere il numero delle notifiche nel social network che mi indicavano quanti avessero apprezzato il mio suggerimento o accettato la mia richiesta di essere solidali a quelle persone morte, quasi che la persuasione o il convincimento dipendessero da me, da una mia supposta credibilità o autorevolezza, non dalla pietà, dal dolore, dalla vicinanza con le vittime.

E penso che questa capacità di osservarsi criticamente, di riconoscere i propri limiti e le proprie miserie, appartenga a quello spirito laico – fraterno, libertario, egualitario – che la rivoluzione del 1789 in Francia – pur con i suoi misfatti di allora, gli orrori di ieri e le contraddizioni di oggi – ha regalato a tutta l’umanità e che sembra essere il vero obiettivo di questo nuovo terrorismo, altro che le fedi.

L’articolo di Liberation sulla Generazione Bataclan riproposto nella sua traduzione italiana dal sito Le parole e le cose spiega che «la popolazione colpita dai terroristi dell’Isis era l’idealtipo del giovane urbano cool», caratterizzata da «un’eterogeneità sociale ed etnica scomparsa da un buon numero di altri arrondissement» e presente invece in quel «frammento di rive droite», scelto conoscendo «bene le abitudini sociali e il valore simbolico dei luoghi per non attaccare un feudo turistico (Beaubourg, gli Champs-Elysées, il Louvre) o un’enclave comunitaria (il Marais gay o il XIII arrondissement cinese), ma una zona al tempo stesso borghese, progressista e cosmopolita, certamente in corso di hipsterizzazione avanzata».

Il X e XI arrondissement, «uno spazio urbano movimentato» dove coesistono «negozi alla moda, bar pachistani, caffè arabi, ristoranti cinesi o vietnamiti, librerie musulmane e sinagoghe».

Questo era il simbolo da colpire al Bataclan e lì intorno, mentre forse allo stadio si sarebbe voluto prendere di mira «un’ampia comunione fondata sull’edonismo sportivo, con al centro una nazionale francese dall’identità composita, una squadra i cui giocatori più brillanti provengono dalle periferie povere».

L’articolo di Liberation stringe poi una relazione tra l’età delle vittime di oggi – pauroso leggerle, senza nulla togliere agli infanticidi a cui ci stiamo abituando sulle spiagge o nei campi profughi o dove arrivano i droni, sulla pagina pubblicata oggi dal Corriere intorno alle parole di Aldo Cazzullo: 28 anni, 38 anni, 29, 28, 23, 26, 35, 40, 29, 35, 33, 26, 29, 35, 40, 27, 30, 33, 23, 25, 30, 41, 47, 32, 35, 39, 37, 43, 54, 24, 31, 31, 30, 30, 32, 36, 34, 40, 32, 47, 30, 39, 44, 36, 32, 47, 29, 32, 25, 32, 25, 24, 38, 61, 28, 22, 23, 32, 24, 32, 37, 38, 43, 35, 30, 43, 23, 29, 27, 39, 24, 41, 21, 51, 24, 39, 37, 63, 39, 32, 17, 34, 30, 30, 32, 44, 46, 24, 29, 23, 37, 53, 30, 37, 33, 36, 37, 28, 33, 68, 59, 29, 34, 52, 36, 45, 28, 40, 25, 30, 29, 37, 44, n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., n.s., insomma 13 volte “non segnalato” – e quella della «vecchia guardia dello spirito gauchista libertario e la sua insolenza laicista» decimata in gennaio nell’attentato contro Charlie Hebdo e la sua derivazione dal Maggio ’68: Wolinski di anni ne aveva 80.

Spingersi oltre cercando una relazione tra stagioni diverse di barricate o tra generazioni lontane di rivoltosi a me pare azzardato e non rispondente al vero, se non in una accezione di rivoluzione culturale che forse i 20-40enni di oggi stanno sottilmente conducendo con la stessa determinazione con cui i miei coetanei o i miei fratelli appena di poco più grandi incendiavano le molotov e cantavano il libero amore.

Didier Péron, il giornalista che ha scritto quell’articolo, riscontra tuttavia nell’operato degli jihadisti l’intento, verrebbe da dire il desiderio, di «punire un collettivo che trae piacere insieme, o che semplicemente prova il piacere di stare insieme», che sia seduto in redazione dinanzi alle vignette, all’Hyper Cacher o con un calice in mano dov’è la movida e quelle due parole “piacere” e “insieme” non possono fare altro che indurci a riflettere.

Cita uno storico del Medio-Oriente, Pierre-Jean Luizard, secondo il quale l’Isis, colpendo i «giovani, con la sigaretta e il bicchiere in mano, che socializzano con quelli che vanno alla moschea del quartiere», vuole spingere «la società francese verso un ripiegamento identitario […]. Che ciascuno consideri l’altro non più in funzione di ciò che pensa o è, ma in funzione della sua appartenenza comunitaria».

Chi oggi ha 20 anni, ricorda Péron, ne aveva 6 quando caddero le Torri Gemelle e cos’abbiano lasciato quelle atroci immagini nei sogni e nella veglia di chi rimase incollato davanti alla tv non è facile dirlo, ma è molto probabile, come ha notato il filosofo Frédéric Worms, che abbia fatto i conti con la «necessità di lottare contro lo spirito di vendetta e di chiusura che una simile ingiustizia suscita». Secondo Worms, quella generazione, dinanzi ai nuovi attacchi, «senza farsi ossessionare, sarà ancora là, ancora al bar».

Probabile. Scorrendo le professioni o gli impieghi o l’attività in qualche maniera qualificante di quei 129 nomi pubblicati oggi dal Corriere, colpisce, nella maggior parte dei casi, l’appartenenza a mestieri, posizioni sociali che dovrebbero poterlo consentire. Ammesso che questa società post capitalista resti in piedi ancora a lungo.

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