Stranieri 1/1: il fenomeno

Un universo di gente che arriva da tutto il mondo

Chi sono e quanti sono gli stranieri in Toscana? È intorno a questo interrogativo che ruota l’inchiesta dell’Unità che inizia oggi. I dati su questo problema sono assai vaghi. Ci sono le cifre ufficiali che, nei fatti, non descrivono la realtà com’è veramente. Ma danno un’idea. Secondo il Ministero degli Esteri, nel 1983 sono stati rilasciati in Italia 383.765 permessi di soggiorno.

Di questi, 20527 sono stati rilasciati in Toscana. Rispetto a quelli rilasciati nel 1978 sono stati 7.592 in più, segno che il fenomeno negli anni cresce ed assume proporzioni sempre maggiori. Anche se resta un fenomeno, per così dire «marginale» se paragonato ad altri movimenti sociali. Mettendo in rapporto il numero degli stranieri residenti nella regione alla data del censimento del 1981 e la popolazione toscana, risulta che gli stranieri in Toscana rappresentano solo lo 0,5% della popolazione residente. Il che vuol dire che su 1.000 cittadini residenti, solo 5 sono nati all’estero. Salgono a 9 se si considerano anche gli stranieri temporaneamente presenti che alla data del censimento erano 1.34O. Assai più consistenti è invece il numero dei residenti in Toscana nati in un’altra regione italiana. Al censimento del 1981 risultano essere 560.000.

Di questi problemi ne parliamo con Alberto Tassinari, del centro studi Filef, che per conto della Regione ha svolto la più approfondita ricerca sulla presenza straniera in Toscana nel quadro del fenomeno immigratorio nazionale. Il suo lavoro, comparso nel gennaio 1985 in preparazione della 1a conferenza regionale sull’immigrazione, sarà presto pubblicato nella colonna «Quaderni della Regione Toscana». Sarà lui ad accompagnarci in questo viaggio tra gli stranieri in Toscana.

«Bisogna stare molto attenti leggendo i dati ufficiali – dice Alberto Tassinari –. Possono trarre in inganno, distorcere la realtà. Se si prendono per esempio i 383 mila permessi dichiarati dal Ministero degli Esteri, e li si scompongono a secondo dei paesi di provenienza, risulterebbe che il 23% arriva dai paesi della Cee, il 28% da altri paesi europei, compresi quelli dell’est, il 18% dall’America del nord e del sud, il 16% dall’Asia e il 10,3% dall’Africa. Risulterebbe così di gran lunga superiore la provenienza da paesi ricchi. Il fatto è che l’immigrazione dai paesi del terzo mondo o in via di sviluppo è assai più alta. A gonfiare quel 16 e quel 10,3%, concorre il consistente fenomeno della clandestinità. Insomma, se secondo le cifre ufficiali gli stranieri residenti in Toscana provenienti da paesi poveri si aggirano sulle 8 mila unità, è indispensabile aggiungerne almeno altri 5-6.000». Tassinari precisa che stabilire delle cifre esatte in questo settore è pressoché impossibile, anche perché, proprio a causa della clandestinità, della precarietà cioè di quella posizione, gli arrivi e le partenze sono frequenti ed i flussi difficilmente controllabili, anche solo in termini numerici. Ma è sufficiente parlare con un qualsiasi immigrato straniero – aggiunge Tassinari – per scoprire che la consistenza della sua comunità di appartenenza è ben più ampia di quella dichiarata dalle cifre ufficiali».

«Il fenomeno dell’immigrazione straniera in Toscana – dice ancora Alberto Tassinari – comincia ad avere rilievo all’inizio degli anni ‘80. Nello stesso periodo si registra una flessione del flusso migratorio interno, quello cioè dalle altre regioni verso la Toscana. Nel 1980, per esempio, gli iscritti per trasferimento di residenza dalle altre regioni ammontavano ad oltre 26.000 unità; nel 1981, invece, si registra un netto calo di oltre 2.000 iscritti, recuperati solo parzialmente nel 1982. Comunque i dati sul saldo migratorio con le altre regioni confermano sempre che la Toscana esercita una forte attrazione. Il saldo migratorio, infatti, anche per il 1982, si mantiene tra i più alti d’Italia (+8.113). Per il flusso di stranieri, invece, come si è visto, si registra un aumento fra il 1978 e il 1983 di 7.592 unità».

Sono le prime contraddizioni di un fenomeno che comunemente viene ammantato di luoghi comuni e banalità, su cui poi si costruiscono pregiudizi e diffidenze che talvolta sfociano in episodi sgradevoli di razzismo. La prima di queste è quella che riguarda il lavoro. Spesso gli stranieri sono visti come quelli che «ci portano via il lavoro». E questo porta ad antipatie. Ma è veramente così? Alberto Tassinari è convinto di no. Dice: «La manodopera straniera proveniente dai paesi extracomunitari finisce in prevalenza nel terziario inferiore, nel settore cioè della ristorazione (cucine, ristoranti, bar), nel lavoro domestico (governanti, cameriere, cuochi, giardinieri) o in altri servizi privati. Dalla ricerca che ho svolto risulta che la presenza di questo tipo di stranieri nell’industria manifatturiera, nell’edilizia, nel terziario superiore è, a dir molto, sporadica. Più consistente semmai nell’agricoltura, dove alcuni lavoratori stranieri vengono impiegati stagionalmente. Qualche eccezione semmai la si può registrare per il terziario superiore. Si tratta delle attività di import-export, dove lavoratori stranieri vengono utilizzati per traduzioni e mediazioni.

Sono comunque pochi e spesso si tratta di gente che fa altri lavori per vivere e solo di tanto in tanto, quando viene chiamato, si dedica a questa attività».

Ma l’elemento più significativo per dimostrare che gli stranieri non rubano il lavoro agli indigeni è, per Alberto Tassinari, un altro: Innanzitutto i lavoratori stranieri si rivolgono ad un mercato del lavoro in buona parte trascurato dalla manodopera locale. E’ quel mercato del lavoro dove soprattutto in passato, ma ancor oggi, si è attinto da manodopera immigrata. E infatti, come si è detto, l’immigrazione interna cala, mentre cresce quella estera. Si tratta insomma di lavori non ambiti. Ma poi c’è il fatto che ai lavoratori stranieri vengono poste condizioni di ingaggio che difficilmente un lavoratore italiano in cerca di lavoro, accetterebbe. Ricordiamoci che il terziario inferiore è un settore dove è facile l’evasione fiscale, dove i proprietari ti assumono con una qualifica e poi ti fanno lavorare con un’altra mansione, dove di assicurazioni non si parla. Ce n’è abbastanza per demotivare anche il più disperato dei disoccupati».

Diverso è il caso – in linea di massima – dei lavoratori provenienti dai paesi ricchi, dal nord Europa o dagli Stati Uniti. «Nel loro caso – dice Alberto Tassinari – le cifre ufficiali possono considerarsi attendibili. Non sono esuli politici, non è gente scappata da un paese per le difficoltà dei regimi politici d’origine. Non hanno ragione per introdursi clandestinamente. Se vengono qui è per lo più perché qui hanno qualcosa da fare. In alcuni settori sono ricercati, ambiti e le condizioni di lavoro che vengono loro offerte non possono che essere quelle internazionalmente riconosciute dal mercato del lavoro. Il che non vuol dire che non esistano casi di sfruttamento anche pesante».

Anche dal punto di vista dell’integrazione sociale (su alcuni aspetti dei quali, quello linguistico per esempio torneremo in una prossima puntata di questa inchiesta) le loro condizioni sono diverse. Molti vengono già con la famiglia, e benché sottoposti a pesanti speculazioni hanno un mercato delle abitazioni interamente rivolto a loro. «In base ai dati che mi ha fornito la questura di Firenze per svolgere la ricerca – aggiunge Tassinari -, mi risulta che nel 1984 gli americani costituissero la comunità più consistente presente in Toscana. Sarebbe 3.598, pari al 17,7% del totale degli stranieri soggiornanti nella regione. Li seguono i tedeschi della Repubblica federale: 2.459 (12,1%) e poi gli inglesi: 1813 (8,9%). Significativi sono anche i dati relativi alla loro attività economica, desunti dal censimento dell’Istat del 1981. Dei 669 statunitensi residenti in Toscana in grado di svolgere un’attività economica, (prima si è parlato di soggiornanti n.d.r.) 406 sarebbero occupati nel settore “pubblica amministrazione, servizi pubblici e privati”. È vero che anche il maggior numero di capoverdiani (64 su 64), di etiopi (112 su 132) o di filippini (121 su 128) sono occupati in questo stesso settore, ma è chiaro che per questi cittadini le statistiche ufficiali si riferiscono esclusivamente (come è confermato da altre indicazioni ufficiali) ai servizi privati».

Qui si impone una prima riflessione, quella sulle cause, sui motivi per cui uno straniero viene a vivere in Italia. Dice Tassinari: «Tentare di stabilire delle categorie – i profughi, quelli in cerca di lavoro, gli studenti, i fuggiaschi – può essere utile per spiegare alcuni problemi ma certo non rende giustizia alla complessità di motivazioni che inducono una persona ad abbandonare il proprio paese e a scegliere, quando può, un altro. I profughi, per esempio, non vengono per lavorare, ma quando poi sono qui si trovano costretti, se vogliono vivere, a cercare qualcosa da fare.

Il discorso vale anche per molti studenti che, nel tempo, passano dalla condizione di studente a quella di studente-lavoratore e poi lavoratore-studente e infine lavoratore. Mi costringono a questo gli affitti alti che vengono imposti agli stranieri, le difficili condizioni economiche in cui versano le loro famiglie all’estero, il fatto che in qualche modo cominciano a costruirsi qui una vita. In ogni caso è molto difficile non rinvenire nelle cause dell’emigrazione un elemento di violenza alle spalle, una situazione più o meno forte di costrizione».

Sulle orme fin qui tracciate ci muoveremo nelle prossime puntate di questa inchiesta, ben sapendo che accanto a tutti gli elementi negativi – costrizione, emarginazione, difficili condizioni di vita – ce n’è almeno uno positivo. Quello della mobilità sociale e dello scambio tra diversi.

l’Unità, 7 luglio 1985

Leave a Reply