Stranieri 2/1: il razzismo

Ma questa è davvero una terra ospitale?

I Toscani sono razzisti? o forse xenofobi? Sembra di no a sentire quel che ne dicono gli altri, quelli di altre razze, di altri popoli di altri paesi. È abbastanza difficile assistere a fenomeni di intolleranza o di pesante emarginazione degli stranieri. Le cronache non registrano episodi di contrapposizione accesa fra le comunità locale e quella trapiantata, qualunque sia la provenienza dello straniero.

Esistono però fenomeni su cui merita riflettere un attimo perché rappresentano in qualche maniera delle spie di comportamenti che, a lungo andare, potrebbe trasformarsi in forme di intolleranza ed emarginazione.

Partiamo da un dato. La Toscana è terra battuta da gente delle nazionalità più diverse, proveniente dai paesi più lontani. La rima molla è forse quella del turismo, legata in parte al grande patrimonio artistico e culturale di questa regione e poi alle sue bellezze naturali, alla sua capacità di ospitare per vacanze più o meno lunghe quote considerevoli di turisti e vacanzieri. E’ per questo che la Toscana ormai da vari decenni è al centro internazionali di notevoli proporzioni. Vediamo qualche cifra, relativa solo a Firenze: nel 1984 l’Ente Provinciale del Turismo ha registrato solo in città 1 milione 364 mila arrivi di turisti stranieri. Il numero delle presenze è stato molto più alto: 3 milioni 232 mila, il che significa che la permanenza media si aggira sui tre giorni. La realtà è diversa. Le medie non rendono giustizia. Accanto a quelli che divorano la città in poche ore ci sono quelli che qui trascorrono settimane, a volte mesi. Per tanti la permanenza si prolunga e la loro presenza passa dalle statistiche dei turisti a quelle degli stranieri presenti, quelli con il permesso di soggiorno in tasca. Se si prendono allora in considerazione anche i dati relativi alla presenza stabile degli stranieri in Toscana, quelli che abbiamo pubblicato nella prima puntata di questa inchiesta, è facile vedere come questa terra costituisca un vero e proprio poli di attrazione per genti, culture e popoli diversi. E’ chiaro che l’attrattiva non è per tutti uguali. L’immigrato che arriva per motivi di studio o d’interesse verso l’arte non può essere equiparato a quello che qui cerca un lavoro per mezzo del quale riscattare la difficile o addirittura drammatica condizione economica che viveva nel suo paese d’origine. Il fenomeno è complesso. Da un lato ci sono i giovani tedeschi che arrivano decisi per comprarsi un cascinale nel Chianti e li lavorare la terra; gli americani di professione artisti o pensionati di una grande azienda dai bilanci da capogiro che s’installano nelle più prestigiose località e nei palazzi più affascinanti; l’inglese radicato a questa regione da antiche affinità elettive che con il tempo e la svalutazione della sterlina non hanno perso la loro forza. Dall’altro ci sono i marocchini, i capoverdiani, i filippini, costretti all’espatrio da condizioni economiche e di vita disagiate, in alcuni casi al limite della sopravvivenza a causa del ruolo assegnato ai paesi del terzo mondo dalla spartizione internazionale dei poteri e della ricchezza. E’ un altro caso ancora è quello dei tanti costretti ad abbandonare o a non rientrare nel proprio paese perché le condizioni politiche, le garanzie istituzionali, i diritti e le libertà hanno imboccato una strada buia che non lascia intravedere, in tempi rapidi, soluzioni e prospettive. Bastino per tutti gli esempi degli iraniani, dei cileni o degli eritrei.

Ma per tutti esiste un elemento comune. La scelta dell’Italia, ed in questa della Toscana, difficilmente è casuale. L’elemento culturale gioca quasi sempre. E questo elemento va inteso anche nel senso del «clima» che qui si respira, nelle caratteristiche di convivenza sociale e politica, di possibilità di scambi, di tolleranza. A questo certo si aggiunge, soprattutto nel caso degli immigrati dai paesi poveri, l’elemento della presenza di parenti o almeno di una comunità preesistente che in qualche maniera spiana la strada all’inserimento.

C’è anche un altro elemento comune, almeno per la maggior parte degli immigrati. Alla valutazione sostanzialmente positiva nei confronti del paese che li ospiterà si aggiunge molte volte una valutazione negativo o quanto meno critica nei confronti del paese lasciato. Questo fatto è chiaro per i rifugiati politici. Lo è abbastanza per chi lascia la propria terra perché li non può lavorare o è costretto a lavorare vivendo in pessime condizioni. Lo è meno per chi arriva da paesi ricchi. Ma anche nelle società industrializzate esistono condizioni di vita difficili da sopportare, rapporti politici opprimenti, ritmi e regole pesanti da accettare.

Se al di là delle condizioni legislative di tutele degli stranieri in Italia che certo non favoriscono questo processo di scambi professionali, si può parlare dunque di buone condizioni di inserimento, altrettanto non si può dire per quel che riguarda l’«integrazione».

Nell’articolo che segue, redatto da Maria Pina Santoru, linguistica e esperta di problemi di immigrazione interna, vengono messi in luce i principali aspetti di un processo – quello appunto dell’integrazione fra stranieri e indigeni – che ancora stenta a prendere corpo, a compirsi pienamente. Saranno poi le interviste che pubblicheremo nei prossimi giorni, con i protagonisti di questa immigrazione, che daranno il quadro esatto dei problemi vissuti dagli stranieri trapiantati in questa regione, di ciò che essi chiedono alla comunità toscana per sentirsi paritari tanto nei diritti quanto nei doveri.

l’Unità, 10 luglio 1985

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