Stranieri 2/2: l’integrazione

Immigrati, gente di riguardo

La mobilità sociale – intendendo con questo termine la circolazione di più persone da un paese all’altro dell’intero globo – portando con sé una connotazione indubbiamente positiva ed in genere suscita reazioni di approvazione e di accettazione. Lo «straniero», cioè, è una figura di per sé amata e desiderata non solo perché introduce denaro, ma anche perché simboleggia in qualche modo la realizzazione di uno scambio: è, insieme, portatore di una cultura ed è disponibile ad assorbire quella del paese ospitante. In teoria lo straniero è l’ospite per eccellenza, tant’è che in Sardegna, per esempio, il termine s’istranzu (dal latino extra-neus «straniero»), ha il preciso significato di «ospite».

Se la Sardegna è, infatti, notoriamente terra ospitale, la Toscana lo è molto di più: è culla della lingue italiana, tappa fondamentale per chiunque si occupi di arte, è polo di attrazione per creatori e consumatori della più alta moda. I toscani hanno ormai un rapporto consolidato con gli stranieri: hanno creato strutture di accoglimento per quasi tutti i dodici mesi dell’anno; negli alberghi ristoranti e negozi si assume preferibilmente personale che padroneggi più di una lingua. E non c’è solo il turista di passaggio, ma anche, e direi soprattutto, chi desidera fermarsi per più mesi o per anni per motivi di studio e di alta professionalizzazione. Il mercato della casa ne è una prova. Gli annunci di «affittasi» privilegiano lo straniero e accade non di rado che gli italiani in cerca di una casa chiedano ad amici stranieri di firmare i propri contratti di locazione. Ci sono poi gli stranieri ricchi (inglesi, tedeschi, americani) che hanno investito i propri capitali in Toscana acquistando antichi castelli e ville o vecchi casolari per viverci in maniera definitiva o durante le vacanze. C’è insomma in questa regione un gran fermento di più lingue e di più culture a confronto.

Ma da più di un decennio a questa parte è arrivato anche lo straniero povero, portatore di nuove culture ma anche di nuovi bisogni: lo «straniero immigrato». L’Italia conosce bene i problemi connessi all’emigrazione e può ben capire e prendere in considerazione questo nuovo fenomeno che si sta attuando sempre più intensamente anche qui. E la Toscana non è da meno, con i suoi 43 mila emigrati e con le sue aree di esodo come le province di Lucca e Massa Carrara o i paesi della montagna pistoiese.

A differenza della nostra emigrazione, quella straniera ha alcune specificità. E’ infatti caratterizzata da:

1) stranieri che abbandonano il proprio paese per l’assoluta povertà che vi regna;

2) rifugiati politici fra cui solo alcuni – ed in vero assai pochi – tutelati da convenzioni internazionali.

La contraddizione più grave in cui si trovano attualmente la maggior parte di questi stranieri è dovuta al fatto che mentre la loro presenza è funzionale ad un mercato del lavoro sommerso e non riconosciuto, la legislazione italiana a sua volta ne riconosce la presenza a tutti gli effetti solo se sono in possesso di una dichiarazione di assunzione da parte del datore di lavoro. Ciò significa che oltre ad essere costretti a lavorare tanto (senza limiti di orario) e a basso costo, non possono essere riconosciuti dalle istituzioni pubbliche: non hanno diritto ad iscrivere e propri figli a scuola o s qualsiasi altra tutela civile, perché lo Stato italiano ne ignora persino la loro presenza fisica. E’ per questo che gli stranieri, in molti casi, sono costretti, con stratagemmi vari, a chiedere che vengano rinnovati i loro permessi di soggiorno anche se non possono dimostrare di svolgere un lavoro. Vivono quindi costantemente nell’incertezza e nella provvisorietà. In alcuni casi godono della assistenza della chiesa e delle case del popolo che, se non altro, spesso offrono loro una sede dove riunirsi.

La tendenza a riunirsi tra di loro, negli stessi giorni e negli stessi luoghi è forte, segno anche della spinta a mantenere viva la propria identità culturale. Potrebbero avere la cittadinanza italiana sposando donne italiane, ma come ha affermato uno studente straniero alla prima conferenza regionale Toscana per l’immigrazione, preferiscono sposarsi per amore.

A Firenze la popolazione li tollera, anche perché qui non sono mai accaduti casi gravi che li riguardassero direttamente (le retate periodiche dei venditori abusivi a Ponte Vecchio fanno ormai parte del colore cittadino), ma li considera anche come persone estranee che non appartengono alla loro città. Tutti si sono abituati a incontrarli nei mercatini o a vendere «gingilli» agli angoli delle piazze o a sfilare per le spiagge colando sudore, ma forse nessuno pensa che queste persone possano diventare parte integrante della società toscana. E, invece, è importante acquistare una maggiore consapevolezza della loro presenza, non solo per prevenire eventuali fenomeni di xenofobia, ma soprattutto perché è prova di grande progresso culturale il sapersi sottoporre ad un confronto alla pari, creando le condizioni giuste perché essi possano ottenere i nostri stessi diritti.

Il Cesil (Centro Solidarietà Internazionale Lavoratori), operante a Milano e che da lungo temo studia e si occupa del fenomeno, ha elaborato precise proposte legislative e di intervento puntando soprattutto su leggi che mirino ad una integrazione totale di tutti gli stranieri in Italia. L’intervento delle singole regioni è senza dubbio fondamentale ed è importante sottolineare l’impegno, recentemente assunto dalla Regione Toscana di sollecitare in Parlamento la discussione delle proposte di legge sugli immigrati stranieri. In Toscana, inoltre, altri soggetti come la Cgil, la Lega dei Popoli, la Filef (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie) toscana ed altre associazioni di stranieri sono impegnati, attualmente, nel preparare piani di studio e di intervento appropriati alla situazione.

Maria Pina Santoru

l’Unità, 10 luglio 1985

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