Stranieri 3/3: le colf eritree

Un angolo per sognare la patria

Ventiquattro ore su ventiquattro. Libere solo il giovedì e la domenica pomeriggio. È questa la condizione delle tante, tantissime donne eritree che fanno le domestiche nelle case di benestanti toscani. Ed è uguale per i loro uomini. Sul permesso di soggiorno e su quello di lavoro c’è scritto: «domestico». Difficile, quasi impossibile uscire da questa condizione.

Un lavoro alienante, che costringe ad una consistenza tanto ambigua quanto snervante. Il tempo libero a disposizione è pochissimo e gli eritrei lo usano nella maggior parte per incontrarsi tra loro. Sono la comunità di profughi politici più consistente, anche se la condizione di profughi nel loro caso non è riconosciuta dal governo italiano.

Il giovedì e il sabato pomeriggio, per gli eritrei, sono consacrati a questa ‘rimpatriata’ in terra straniera, all’incontro tra di loro. E il problema più grosso di questa popolazione sradicata dal proprio paese è proprio quello di ritagliarsi uno spazio dove potersi incontrare. Il pellegrinaggio nelle varie case del popolo e circoli politico-culturali di Firenze è stato lunghissimo: prima al circolo Vecchio Mercato, poi Pescetti, ora a San Salvi, nei locali messi a disposizione dalla Fratellanza Militare.

Perché gli eritrei sentono così forte il bisogno di incontrarsi? Ce lo spiega Ghebretensae Belay, 33 anni, ex marinaio, in Italia dal 1977, «Innanzitutto – dice – perché chi è costretto tutta la settimana a stare solo, con i suoi pensieri, i suoi problemi, le sue tristezze come succede appunto a tutti quelli che fanno i domestici, sente molto forte il bisogno di trovare un momento in cui sfogarsi, in cui parlare con gli altri della propria vita, delle proprie difficoltà». È per questo che Ghebretensae, durante l’intervista, usa spesso la parola ‘un punto di incontro’. In questo punto d’aggregazione gli eritrei cercano prima di tutto di risolvere un problema: quello della lingua. Per molti di loro è un problema doppio. E’ il problema della lingua italiana, ma anche della lingua eritrea. «Ci siamo dovuti confrontare prima di tutto – dice Ghebretensae Belay – con il problema dell’alfabetizzazione della nostra gente. Erano tantissimi quelli che prima, se ricevevano una lettera, non sapevano leggerla e non potevano rispondere. Ora ce la fanno a leggere e a scrivere da soli». Durante i due pomeriggi, infatti, vengono tenuti regolarmente corsi di lingua e cultura eritrea. Ghebretensae Belay è uno degli insegnanti di questi corsi e non rinuncia mai a parteciparvi. Anche se questo gli costa fatica e impegno.

«La seconda cosa con cui ci siamo dovuti confrontare – aggiunge – è stata quella di far sapere alla nostra gente perché si trovava qui in Italia, qual è la sua condizione, che cosa è avvenuto nel loro paese, per quale motivo si sono trovati a vivere questa condizione di profughi». L’organizzazione di queste attività, infatti, è del Fronte polisario di liberazione dell’Eritrea.

E’ chiaro che, così suddiviso fra lavoro domestico e vita comunitaria, il tempo libero degli eritrei è scarsissimo. Difficile quindi che abbiano molte possibilità di stringere rapporti ed amicizie al di fuori della cerchia della loro gente. Ma, dice Ghebretensae Belay, «non si tratta di volontà di autoemarginazione. E’ davvero difficile per un eritreo, in queste condizioni, stringere amicizia con gli italiani. Non ha materialmente tempo». Per lui la situazione è un po’ diversa. E’ uno dei pochi che, malgrado mille difficoltà, è riuscito a trovare un lavoro che non è quello del domestico. Ci racconta la sua storia.

E’ uscito dal suo paese nel 1972. Aveva più o meno vent’anni. Era terzo ufficiale di navigazione ed ha girato il mondo su navi di diverse nazionalità. L’Italia per lungo tempo è stata meta di vacanze e di riposo. Poi, nel ‘77, la voglia di fermarsi Tre anni prima era scoppiata la guerra contro l’Etiopia, indietro non si poteva tornare. Conosceva un po’ la lingua italiana. Tanti anni di colonialismo hanno lasciato anche questo segno. Non sarebbe stato troppo difficile migliorarla stando qua. E all’inizio c’era anche la convinzione che anche le condizioni di vita, qui, sarebbero potute migliorare.

«Quando sono arrivato – dice Ghebretensae Belay – tramiti amici ho trovato lavoro in una tintoria a Prato. Mi hanno dato il permesso di lavorare e per un po’ è andato tutto bene. La mia posizione era regolare, facevo un lavoro durissimo, ma riuscivo a vivere. Poi la ditta è fallita. Agli altri lavoratori hanno dato il sussidio speciale di disoccupazione. A me, straniero, mi anno tagliato fuori». E’ ricominciata l’odissea. Ghebretensae Belay si scrive all’ufficio di collocamento. Ci va in continuazione per vedere se c’è un posto libero da qualche parte. Ne adocchia uno che nessuno voleva fare. Chiede se possono darglielo a lui. E li, di rimando: «Ce l’ha la cittadinanza?». Niente cittadinanza, niente lavoro. Il posto dovrà restare ancora vacante.

Se l’ufficio di collocamento non funziona, la strada resta quella delle amicizie. Fortunatamente Ghebretensae Belay ha chi lo aiuta. Un amico che lo mette in contatto con una pelletteria in cerca di un lavoratore. La ditta lo richiede, gli ridanno il permesso di lavoro.

Non meno drammatico è il problema della casa. Con la moglie ed il piccolo figlio, Ghebetensae Belay viveva in una casa in subaffitto; una stanza senza finestre dove i vigili urbani, chiamati per un sopralluogo, negano il permesso di abilità. E’ insalubre, assurdo vivere li. Ci penseranno i padroni di casa a mandarlo fuori. Via, via di qui. All’ufficio alloggi del comune gli dicono che ha tutti i requisiti per chiedere una casa, tranne uno: non è cittadino italiano. Ma glielo dicono dopo avergli fatto fare un po’ di trafile burocratiche che, per un po’ di tempo, gli danno la speranza-illusione di poter risolvere un grosso problema della sua vita. La soluzione arriverà ancora una volta attraverso le amicizie. Una casa colonica a S. Miniato, in provincia di Pisa, con la prospettiva di fare il pendolare. O prendere o lasciare. Ghebretensae Belay non ha dubbi. Prendere. Il pendolare lo fa tutti i giorni per lavoro ed anche la domenica pomeriggio per mandare avanti i corsi con la gente della sua terra, quella che è rimasta e non è emigrata ancora una volta, per la Germania, l’America, la Svezia, il Canada, dove vivere come si deve sembra più possibile che non qui. Le migliaia di eritrei arrivati quando è scoppiata la guerra, infatti, via via sono diminuiti in cerca di altre soluzioni più vantaggiose. Quelli che sono rimasti continuano a battersi per condizioni di vita migliori. Per garantirsi la possibilità di lavorare e di abitare, per trovare posti dove incontrarsi, per avere dall’amministrazione pubblica personale che insegni l’italiano. Con la speranza di poter tornare un giorno nella propria terra.

l’Unità, 17 luglio 1985

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