Not in my name

È inevitabile. Sei in piazza e incontri gli altri. Son lì, davanti a te. Han diritto di esserci loro come ce l’hai tu. Ognuno con le sue idee e la sua testa. Ognuno con le sue debolezze caratteriali. Permalosi e aggressivi, saccenti e osannanti, vacui e ingombranti. Per cui su Facebook si possono innescare anche diverbi che interessano solo i due che stanno litigando e gli altri che vi assistono tutt’al più si gongolano dinanzi a tali fragilità. Una parola di troppo, un’intonazione sbagliata e il gioco è fatto.

La scena che potrebbe svolgersi al tavolino di un bar o meglio ancora, essendo più riparato, nel salotto di casa per chi ce l’ha, si trasferisce su una pagina sempre uguale dove l’apprezzamento o l’insulto han pari dignità.

Esiste tuttavia la via d’uscita, come sempre. L’astensione, fatte salve le elezioni in ispecie quelle politiche, è sempre una scialuppa di salvataggio, una risorsa dell’ultim’ora, l’ultima spiaggia. Astenersi e ritrarsi, fare un passo indietro e anche due se occorre, o quanti ne sono necessari, farsi da parte, scansare. Privare della propria presenza, liquefarsi, ritrarsi nel mondo degli spiriti, dello spirito, gli si dia il senso che si vuole.

Not in my name. Dalla quisquiglia alla catastrofe. Decisi a non farsi tirare dentro, a non affogare salvando, a pagare il prezzo della propria non ortodossia, mosca cocchiera. C’è spazio per tutti benché si sia molti miliardi. Magari solo un po’ più in là, magari a fare altre cose. Che effetto questo faccia, che cosa inneschi non è un proprio problema.

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