Deficionados

Qualche giorno fa, in un post intitolato Aficionados, ho pubblicamente ringraziato coloro che assiduamente seguono il mio blog e, a mio giudizio esageratamente, vi trovano cose interessanti da leggere e sembrano apprezzarle, condividerle, suggestive di altri pensieri e emozioni.

Ma so anche che esistono persone a cui dà fastidio ciò che io scrivo, anzi il fatto stesso che lo faccia, e preferirebbero il mio silenzio, la morte delle mie parole. Alcune si sentono chiamate in causa anche quando non lo sono, oppure quando lo sono perché in causa si son messe da sole, o, se non proprio sole, per la propria parte. C’è chi in causa mi ci vuol portare, civile o penale che sia, incivile o edulcorata, giudiziale o consensuale, pubblica o privata.

Ciò che io mi domando è perché costoro continuino a digitare www.danielepugliese.it, quale arcano nel loro cervello li induca a tale supplizio, che bisogno ne provino e perché non spendano più proficuamente il proprio tempo. È come se io comprassi tutti i giorni libero e m’incazzassi per quel che c’è scritto. So che mi fa andar fuori dai gangheri e lo lascio in edicola, lo leggo proprio solo se ne sono costretto.

Certo, gli accessi al mio blog diminuirebbero e sarebbe curioso verificare il calo se ciò finalmente s’avverasse, ma non provo alcun dispiacere, secondo un antico detto che dice meglio pochi ma buoni.

Oppure, se è così insopprimibile la pulsione all’intrusione, lo stimolo al nazzicamento, la necessità di guardar nel buco della serratura – in quel misto d’erezione e timore che ha accompagnato le infanzie di molti di noi, e a un certo punto v’abbiamo rinunciato –, che si avvalga della possibilità di commentare messa a disposizione dalla tecnologia, si dica la propria, si confuti, si replichi, si venga allo scoperto, si tenti, se v’è, di formulare un pensiero, un barlume di sinaptica connessione.

Ma anche qui, a qualche pedante censore, a critici indefessi e petulanti denigratori, mi vien da chiedere chi glielo faccia fare, che bisogno abbiano di andar a curiosare in quel che già sanno non gli piace, non gli corrisponde, non fa per loro, non aggiunge niente a ciò che già hanno pontificato.

In uno di questi battibecchi telematici, un signore m’ha obiettato che essendo quello del web uno spazio aperto, ognuno è legittimato a portarci quel che vuole, non importa dove, anche nel giardino di casa dell’altro, in my yard, come si dice a proposito di una sindrome recente. Non gli ho dato torto, ma ho reclamato il diritto al silenzio, la facoltà di non rispondere e quella gradevolissima sensazione che provo quando mi faccio un po’ più in là.

Due parole ancora su chi auspicherebbe il mio silenzio e l’annegamento delle mie parole. Ciò non è dato, scrivere costituisce me stesso, son io, e l’unico modo per impedirmelo è quello di sopprimermi fisicamente o imbottirmi di psicofarmaci che m’inebetiscano completamente. Invito a cena con delitto.

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