Ma è così?

Quando lessi per la prima volta la lettera di cui ho dato conto ne Il papà di Antonia, che Antonio Gramsci scrisse a suo figlio dal carcere di Turi dov’era recluso perché, come disse Mussolini, bisognava impedire a quel cervello di pensare, come se il “Verfolgten im Turm” potesse smettere di pensare, rimasi colpito dall’ultima frase: «Ma è così?». Devo averla usata decine se non centinaia di volte a chiusura di mie lettere e se ciò è stato fonte di mie insicurezze, d’altro canto è stato quel che mi ha consentito di veder sempre un altro lato, di non fermarmi alla prima, di andare davvero oltre.

Credo che ogni scienziato giunto al termine delle sue ricerche debba continuare a chiedersi se è così. Che ascoltando ogni amico o marito, moglie, fidanzato, genitore, amante, gli si debba credere ma anche domandarsi se è davvero così e cosa possa portarlo a dire quello quando potrebbe dire altro. Non sempre ci si fa. Gli strumenti che abbiamo a disposizione non sempre sono sufficientemente idonei a farci dipanare la matassa senza strappare tutti i fili.

Credo che anche in politica farebbe bene porsi quell’interrogativo, sempre che la politica fosse un realismo col quale occuparsi delle persone che sono governate, non di chi le governa, ma questa sembra essere roba d’altri tempi.

Siamo troppo abituati a confondere la sicurezza con una sorta di tranquillità che finisce per essere inebetente. Il silenzio di casa. Spesso ci dimentichiamo che oltre ai piloni di cemento che saggiamente abbiamo inventato esistono anche i terremoti e a volte la carta o il legno sono più resistenti, magari solo perché più flessibili.

Così l’esercizio di quella domanda diviene un elemento spiazzante per i più e chi se la pone un fastidioso intruso, anzi un sabotatore, un nemico del popolo da portare dinanzi al tribunale del popolo. Che poi si resti fermi non fa fare una piega. Non gode di grande popolarità l’omeopatia, ma sono molti quelli che le cose le vogliono a gocce, in proporzioni infinitesimali, praticamente impercettibili.

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