Honda in fiamme

L’Unità oggi ospita un articolo che mi è stato chiesto per inaugurare la rubrica “Storie d’estate”. Lo pubblico così come l’ho inviato.

Una Honda 500 four

Una storia per l’estate comincia con un ricordo d’estate. Il ricordo di una corsa su una Honda 500 Four con l’Olivetti Lettera 22 serrata dalle cinghie elastiche al portapacchi delle motocicletta. Una corsa al calar del sole da Castagneto Carducci a Monte Argentario. Per fortuna non esistevano gli autovelox, sfortunatamente non esistevano i telefoni cellulari.

Era il 1981, ultimi giorni d’agosto del 1981, il 26 per la precisione, un mercoledì. Chiamai Gabriele Capelli, indimenticabile caporedattore de l’Unità, dalla cabina telefonica della pensione a poca distanza dai “cipressi che a Bolgheri portano da San Guido”. Quella pensione era la base da cui percorrevo la costa toscana in cerca di storie d’estate da raccontare ai nostri lettori e la telefonata serale era d’obbligo.

«Vola all’Argentario», mi disse. L’incendio di cui avevamo già parlato nel corso della giornata era dilagato, stava diventando di proporzioni gigantesche, lambiva le case, le spiagge, faceva fuggire gente. E distruggeva un luogo incantato, una montagna che sbuca dal mare come una dea della mitologia, un’isola che si era scordata il suo passato solitario ancorandosi al continente con due strisce di terra, il Tombolo della Giannella e quello di Feniglia e fra quelle una laguna dove l’acqua è meno salata di fuori. E nel mezzo una terza lingua su cui sorge Orbetello.

Volai sull’Honda e quando arrivai le fiamme erano già alte e illuminavano le tenebre d’un chiarore spettrale. Sembravano attizzarsi di qua e poco dopo le vedevi impazzire di là, come immense esalazioni fatue in un cimitero sperduto. No, l’immagine più pertinente ce l’ha lasciata qualche scena di Apocalipse Now di Francis Ford Coppola, quel napalm gettato con determinazione certosina, che si incendia con vampate irregolari. Sì, l’apocalisse era arrivata lì, in quella méta di villeggiatura molto amata dai romani, dai fiorentini, ma anche gente d’Oltralpe, regine comprese che lì hanno una villa sugli scogli scoscesi. Un posto esclusivo, costoso, da vip.

Andò avanti per alcuni giorni, complice il vento, abitudinario ospite delle terre che guardano l’orizzonte vedendolo mescolare tra l’azzurro del mare e quello del cielo. Lì, sul Tirreno, dove si guarda il sole spegnersi con puntuale regolarità, tramontando a Occidente, spesso è il Maestrale, da Nord-Ovest, a soffiare imperioso.

Spingeva le fiamme verso l’interno, ma i mulinelli facevano impazzire ogni cosa e chi andava ad arginare i roghi nella loro corsa in una direzione, spesso doveva guardarsi le spalle ed accorgersi che avrebbe dovuto tamponare dall’altra parte. Ecco cosa vuol dire “essere presi tra due fuochi”.

Ma quel carosello non era causato solo dal vento. I roghi erano stati appiccati, fu chiaro velocemente, e mani criminali s’erano ingegnate da una parte e dall’altra del promontorio. Sì, c’era un punto d’origine, non ricordo più come si chiamasse la località, ma mentre i vigili del fuoco e i volontari stringevano i denti per domare l’incendio da quella parte e tagliavano cesse fra alberi e arbusti per – curiosa espressione – far terra bruciata intorno alle fiamme, non farle respirare, privarle di alimento, la miccia veniva innescata altrove.

Gente era dovuta fuggire dalle proprie case, se non per il rischio di finire come un pollo allo spiedo, perché non si respirava più: è una sensazione atroce, gli occhi gonfi, la tosse secca, convulsa, la testa che annaspa per mettere a fuoco – oddio! cosa ho scritto – cosa si deve fare in quel momento. Altri si erano gettati in mare, da un pericolo a un altro, dalla brace nella padella, e lì fortunatamente erano stati salvati, portati altrove.

Il sindaco dell’Argentario all’epoca era Susanna Agnelli, la sorella dell’Avvocato, che tutti chiamavano Suni. Era repubblicana, piemontese, energica, animata da passione e amore per quel posto dov’era approdata inizialmente solo come vacanziera. Fu determinata e determinante, affiancata da un vicesindaco comunista con la barba di cui non ricordo più il nome. L’inverno successivo Sandro Pertini andò a portarle un riconoscimento e i cronisti che avevano raccontato la storia si ritrovarono insieme ai quirinalisti che lo avevano seguito da Roma.

Suni un giorno mi fermò, prima o dopo una conferenza stampa in Comune in cui denunciava il dolo di quella tragedia, o un’assenza dello Stato che all’epoca non aveva né i Chinook né i Canadair, gli elicotteri e gli aerei che riescono a rifornirsi di grandi quantitativi d’acqua sul pelo del mare e a scaricarli con violenza là dove impazzano le lingue di fuoco. Mi chiese se ero io che a cavallo di un’Honda, il pomeriggio precedente ero andato a dar man forte per spegnere le fiamme vicino al ripetitore in uno dei punti più alti del Monte, Punta Telegrafo a 635 metri sul livello del mare.

Le dissi che effettivamente ero stato lì, ma non avevo impugnato né la pala né le frasche con cui si soffocano le scintille nella bassa vegetazione, solo cercavo di vedere le operazioni dei volontari e dei pompieri – mi piaceva chiamarli così anche se sapevo li offende – per raccontarle ai lettori, per far comprendere loro l’angoscia di quelle ore.

Era davvero una battaglia improba, sembrava ogni momento di dover capitolare, spegnevano da una parte e si accendeva da un’altra e là a Punta Telegrafo compresi cos’è quel calore insopportabile, cos’è quel fumo invincibile, cosa sono gli occhi arrossati e perché un’improvvisa folata alle tue spalle ti fa sentire un tuono accompagnato da infiniti crepitii, ti fa paura, ti rende assolutamente incerto e vulnerabile.

Lavoravano così quei volontari, in quell’estate che infiammò molte parti della Toscana e dell’intero paese e rivelò, caso mai ce ne fosse stato bisogno, un male che ancora ci affligge: la voglia di far soldi innalzando piloni di cemento e mattoni su un terreno ormai giudicato essiccato e perciò inutilizzabile – scavano in profondità le fiamme e lasciano piaghe molto sotto la superficie –; o conquistando territorio ad altre attività forse meno redditizie ma proficue a chi ambisce ad espandersi.

Rivelò questo e l’inadeguatezza degli strumenti per far fronte a tali catastrofi, o ad altre calamità, l’ultima delle quali l’abbiamo vista a L’Aquila: che vergogna, trent’anni dopo!

E tuttavia la Regione Toscana varò allora una legge che impediva per decadi di edificare su terreni arsi dalle fiamme, scoraggiando così i furbetti del quartierino. E poi ha messo in piedi un servizio di vigilanza e pronto intervento che non impedisce gli incendi ma consente di spegnerli in tempi rapidi, molto più rapidi che altrove. Cascando si impara.

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