Tradire Primo Levi

Primo Levi

Franco Basaglia

È lecito, onesto, servirsi di uno scrittore, per scoprire non la realtà che lui ci ha rivelato, ma quella che, da lettori, ci risulta evidente ed è sotto ai nostri occhi? È la domanda che viene da farsi dopo aver scoperto il punto d’incontro, e forse di scontro, fra due grandi personaggi della nostra storia civile e culturale, verso i quali l’Italia ha un profondo debito, a giudizio di chi scrive non sufficientemente saldato: Primo Levi e Franco Basaglia.

La relazione tra lo scrittore torinese e il padre della psichiatria democratica è stata messa in luce da Massimo Bucciantini, docente di storia della scienza nell’Ateneo di Siena ed Arezzo che, l’11 novembre 2010, ha tenuto una lezione all’Università di Torino, ora pubblicata da Einaudi nella collana “Lezioni Primo Levi” con il titolo Esperimento Auschwitz[i].

Il cuore della riflessione di Bucciantini non è questo e il nesso Levi-Basaglia è congeniale solo alla tesi dell’autore. Il quale è interessato a illustrare come Primo Levi abbia descritto e narrato l’universo concentrazionario, nel quale trascorse più di un anno della propria vita e che segnò la sua intera esistenza, con l’approccio dello scienziato che si avvale di una metodologia analoga a quella usata da Galileo o da Einstein per illustrare e rendere comprensibili le loro scoperte: da un lato l’accompagnamento del lettore in una realtà che gli è sconosciuta e impossibile da afferrare se non ci si cala dentro, dotata di un linguaggio suo proprio che va svelato e che deve risultare, a dispetto della sua esposizione “cifrata”, accessibile, credibile, evidente; dall’altro la “sterilizzazione” dell’ambiente nel quale si svolge l’esperimento, la protezione da inquinamenti e contaminazioni esterni, di modo tale che non vi sia contraffazione delle prove e che se si dovesse procedere alla riproducibilità, alla ripetizione dell’esperimento, i risultati siano uguali.

Qui non vogliamo soffermarci su questa parte delle considerazioni di Bucciantini che trovano spesso riscontro negli scritti di Levi. Per esempio, tanto per fornirne uno, nell’intervista che lo scrittore torinese concesse a Philip Roth, nel 1986:

«Ricordo di aver vissuto il mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. Non so se questo dipenda dalla mia formazione professionale, o da una mia insospettata vitalità, o da un istinto salutare: di fatto, non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un’immagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosità che ad alcuni è parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo»[ii].

In manicomio

Ci limitiamo, rispetto a questo tema, a considerare che quell’occhio disincantato, quella precisione, quel distacco, quel rigore tipici, o almeno teoricamente tipici, dello scienziato, di cui Levi si servì nelle sue opere più famose e di impegno sociale – la trilogia Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati, oltre a numerose altre pagine sparse – e che sono anche la marca della sua straordinaria e quasi irripetibile capacità di scrittore a pieno titolo in tutta la sua opera, finanche nelle incerte ed episodiche poesie, costituiscono uno specialissimo approccio teorico e stilistico alla materia narrata qualunque essa sia, di cui gli occhi sognanti e le orecchie melodiche del lettore, ma soprattutto i neuroni del suo cervello, sentono, dopo la scomparsa di Levi, una gran nostalgia, un vuoto.

Spostiamo, invece, l’attenzione alle questioni che scaturiscono dalla narrazione dell’incontro Levi-Basaglia. Bucciantini sostiene che lo psichiatra veneziano fu uno dei primi lettori a comprendere e enfatizzare quell’atteggiamento da scienziato derivante dalla formazione chimica, strappandogli di dosso la sola etichetta di testimone e memorialista. È Franco Basaglia, scrive Bucciantini, a presentare Levi «come naturalista-antropologo, osservatore clinico dell’uomo nel suo stato di massima privazione e abiezione»[iii].

Ri-scoperta e ri-lettura che avviene solo nel 1967, vent’anni dopo l’uscita del primo libro di Levi. Quell’anno Basaglia pubblica Che cos’è la psichiatria?[iv] e, fin dalla quarta di copertina, fa imprimere questo brano di Se questo è un uomo:

«Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente a chi ha perso tutto, di perdere se stesso […]»[v].

Aggiunge Levi:

«[…] tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine “Campo di annientamento”, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo»[vi]..

In lager

È il modo con cui il sopravvissuto all’orrore, all’inimmaginabile, atterrito dal timore che chi sta ad ascoltarlo possa non credergli, disperatamente tenta di condurre alla conoscenza, alla comprensione e alla coscienza chi non abbia esperito sulla propria pelle[vii] quell’unicum di cui non si hanno tracce nella storia e di cui si auspica non debba ripetersi “mai più”.

Per Bucciantini risiede proprio qui la forma narrativa ed epistemologica dell’esperimento scientifico capace di “far vedere”, e a sostegno del suo ragionamento porta ad esempio un altro brano di Se questo è un uomo:

«Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell’animale-uomo di fronte alla lotta per la vita»[viii]..

L’uso che Basaglia fa della prima di queste citazioni, da un lato rivela quella dote di Primo Levi fino allora sottovalutata, ma apre un fronte reso evidente nel titolo del capitolo dedicato all’incontro tra i due: la lettura “infedele”.

Basaglia se ne serve per «stabilire un legame tra due forme estreme di segregazione e di annientamento dell’uomo» e, di più, per «scatenare la reazione morale del lettore, fargli prendere consapevolezza che quello che era accaduto stava, sotto altra forma, verificandosi di nuovo»[ix].

Secondo Bucciantini, Basaglia «sapeva come leggere e interpretare quel testo, in cui si forniva la descrizione scientifica di un esperimento spietato che prima nessuno aveva mai realizzato, e che ora, nelle istituzioni manicomiali, seppure in altre forme e condizioni, produceva effetti analoghi di annientamento della persona umana»[x].

L’accostamento non piacque a Levi. Giudicava con scetticismo e fastidio l’uso che «soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e Settanta, veniva fatto dell’esperienza concentrazionaria in altri contesti»[xi]. Biasimava, pur non avendo un debole per la Celere, l’equazione PS=SS che l’estremismo di sinistra sintetizzava sui muri negli anni di piombo, e dissentiva anche con disprezzo dell’associazione fabbrica/lager o carcere/lager.

Nello specifico dell’esperienza manicomiale ebbe a dire:

«Per quanto riguarda gli ospedali psichiatrici alzo le mani, perché non li conosco. So che erano luoghi disastrosi. Ma riguardavano persone “non normali” almeno in teoria. L’internato in un manicomio era in linea di massima una persona incapace di intendere. Noi eravamo capaci di intendere. Quindi deliberatamente ho lasciato da parte in questo libro questa equiparazione, lasciando poi al lettore di estrapolare se vuole»[xii].

Bucciantini cita altre prese di distanza di Levi[xiii] dall’uso del suo pensiero da parte di psichiatria democratica, pur non risultando un distacco o un disinteresse verso i rispettabili obiettivi che quell’esperienza portava avanti. E, ciò nonostante, rileva Bucciantini, egli divenne archetipo di quella scuola e, «suo malgrado, il nume tutelare per la liberazione degli esclusi e degli ultimi»[xiv].

Ora, comunque, è proprio in quell’ultimo suo libro, ne I sommersi e i salvati, che Primo Levi difende strenuamente l’unicità dell’esperienza concentrazionaria e, addirittura, di quella nel campo di annientamento più che in quelli di internamento, se non per l’essere il secondo l’anticamera del primo.

Le parole che chiudono la prefazione di quel volume sono indicative:

«Non ho avuto intenzione, né sarei stato capace, di fare opera di storico, cioè di esaminare esaustivamente le fonti. Mi sono limitato quasi esclusivamente ai Lager nazionalsocialisti, perché solo di questi ho avuto esperienza diretta: ne ho avuto anche un acopiosa esperienza indiretta, attraverso i libri letti, i racconti ascoltati, e gli incontri con i lettori dei miei primi due libri. Inoltre, fino al momento in cui scrivo, e nonostante l’orrore di Hiroshima e Nagasaki, la vergogna dei Gulag, l’inutile e sanguinosa campagna del Vietnam, l’autogenocidio cambogiano, gli scomparsi in Argentina, e le molte guerre atroci e stupide a cui abbiamo in seguito assistito, il sistema concentrazionario nazista rimane tuttavia un unicum, sia come mole sia come qualità. In nessun altro luogo e tempo si è assistito ad un fenomeno così imprevisto e così complesso: mai tante vite umane sono state spente in così breve tempo, e con una così lucida combinazione di ingegno tecnologico, di fanatismo e di crudeltà. Nessuno assolve i conquistadores spagnoli dei massacri da loro perpetrati in America per tutto il xvi secolo. Pare che abbiamo provocato la morte di almeno 60 milioni di indios; ma agivano in proprio, senza o contro le direttive del loro governo; e diluirono i loro misfatti, in verità assai poco “pianificati”, su un arco di più di cento anni; e furono aiutati dalle epidemie che involontariamente si portarono dietro. Ed infine, non avevamo cercato di liberarcene, sentenziando che erano “cose di altri tempi”»[xv].

Vero o falso che sia il giudizio da un punto di vista storico, l’intento appare più che giustificato dal contesto in cui il libro fu scritto: l’esplosione del filone negazionista, taluni rigurgiti nazisti e la consapevolezza che i testimoni oculari e diretti volgessero inesorabilmente al tramonto.

E, del resto, a Primo Levi va riconosciuto un altro merito: quello di aver tentato di mettere in luce che spesso il linguaggio a nostra disposizione è inadeguato a descrivere tutti i fenomeni che abbiamo di fronte e che se un’iperbole ci aiuta a rendere un’idea, può tuttavia congiuntamente svilire il suo significato originario ed allegorico. Scrive all’inizio di Una stella tranquilla nella raccolta di racconti Lilít per spiegare che in fatto di astri anche i superlativi sono inadeguati:

«[…]bisognerà avere il coraggio di cancellare tutti gli aggettivi che tendono a suscitare stupore: essi otterrebbero l’effetto opposto, quello di immiserire la narrazione»[xvi].

Eppure resta la sensazione che perlustrare l’estremo e avventurarsi come un Dante all’inferno, accompagnati da un Virgilio di straordinaria lucidità quale fu Primo Levi – non solo nei suoi scritti da testimone, ma anche, e forse ancor più, in quelle che solo apparentemente appaiono come divertissement fantascientifici o paradossali: la cospicua sua produzione di racconti, Storie naturali, Vizio di forma, Il sistema periodico, Lilít, Il fabbricante di specchi e altre pagine sparse –, aiuti a comprendere l’uomo in tutte le sue manifestazioni, ad osservarlo anche fuori dal laboratorio particolarissimo di analisi umana che fu il Lager, a coglierlo anche nella sua incoglibile zona grigia e a rendersi conto che com’ebbe a notare Hannah Arendt narrando del processo ad Eichmann, esiste, non solo ad Auschwitz, la banalità del male, di cui, ciascuno di noi può essere più o meno grande portatore.

Perciò un tradimento, come quello perpetrato da Basaglia ai danni di Primo Levi, o come quello che su tale scia ogni suo lettore potrebbe tentare nel tentativo di comprendere l’assurdo e la sofferenza, purché abbia la consapevolezza di essere tale, non è una bestemmia. Da laico risoluto Levi forse avrebbe compreso: magari non condiviso, ma compreso.

La disumanizzazione messa a punto nei campi di sterminio nazisti è un unicum, l’estremo, e come tale dev’essere considerata e ricordata, per non svilirla o, peggio, finir per accettarla. Ma le gradazioni con cui essa può essere praticata nel mondo reale, hanno la possibilità di iniziare molto prima, anche in recessi nei quali è difficile “rendersi conto” (il keine Ahnung che compare nel racconto Vanadio de Il sistema periodico)[xvii].

Perciò la lettura “arbitraria” ed “inesatta” – traditrice – del testo leviano da parte di Basaglia può essere preziosa e lo è stata se si considera quanta dignità e minor sofferenza è riuscita a restituire a quanti hanno smarrito il lume della ragione, o, solo, hanno sentito in un modo molto più forte. Attestarsi su una analoga lunghezza d’onda forse potrà impedire che dinanzi a un carro bestiame gremito di esseri umano e diretto all’orrore non si resti più, come invece è avvenuto, silenziosi e, in fin dei conti, complici. E di questi tempi, purtroppo, di carri bestiame ne passano molti, troppi.

Del resto, «non avevamo cercato di liberarcene, sentenziando che erano “cose di altri tempi”»?

Daniele Pugliese

“Il Ponte”, anno LXVII, n. 6, giugno 2011, pp. 109-114.


[i] Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, Torino, Einaudi, “Lezioni Primo Levi 2”, 2011.

[ii] Philip Roth, A Man Saved by his Skills, “The New York Times Book Review”, 12 ottobre 1986, tr. it. comparsa su “La Stampa”, 26 e 27 novembre 1986, ora in Marco Belpoliti (a c. di), Primo Levi. Conversazioni e interviste. 1963-1987, Torino, Einaudi, 1997, p. 87. I corsivi sono miei.

[iii] Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, cit., pp. 69-71.

[iv] Franco Basaglia, Che cos’è la psichiatria?, Parma, Amministrazione provinciale di Parma, 1967, ora Milano, Baldini & Castoldi, 1997.

[v] Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Ed. Silva, 1947, ora in Opere, vol. 1, a c. di Marco Belpoliti, Torino, Einaudi, 1998, p. 21.

[vi] primo levi, Se questo è un uomo, cit., p. 21.

[vii] Tentativo riuscito se si prendono in considerazione le inedite parole di Umberto Saba scritte a Primo Levi dopo aver letto Se questo è un uomo. Si veda Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, cit., p. 57.

[viii] Primo Levi, Se questo è un uomo, cit. p. 83. Il testo è messo in relazione, per mostrarne appunto la struttura tipica della descrizione di un esperimento scientifico a questo brano galileiano: «Rinserratevi con qualche amico nella maggior stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti». Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Firenze, Landini, 1632, pp. 180-1, cit. in Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, cit. p. 15.

[ix] Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, cit., p. 73.

[x] Ivi, pp. 75-7.

[xi] Ivi, p. 85.

[xii] Milvia Spadi, Capire e far capire, “Westdeutscher Rundfunk”, settembre 1986, intervista radiofonica trascitta in “La Terra vista dalla Luna”, febbraio 1995, ora in Marco Belpoliti (a c. di), Primo Levi. Conversazioni e interviste. 1963-1987, Torino, Einaudi, 1997, p. 246, cit. in Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, cit., p. 85. Il libro di cui si parla è ovviamente I sommersi e i salvati.

[xiii] Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, cit., p. 87. In particolare altri brani dell’intervista a Milvia Spadi citata e l’intervista di Mauro Baldoli, I fantasmi di Auschwitz, “Brescia Oggi”, 26 luglio 1986.

[xiv] Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, cit., p. 89.

[xv] Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, ora in Opere, vol. 2, a c. di Marco Belpoliti, Torino, Einaudi, 1998, p. 1005.

[xvi] Primo Levi, Una stella tranquilla, in Lilít, Torino, Einaudi, 1981, ora in Opere, vol. 2, cit., p. 77.

[xvii] Primo Levi, Vanadio, in Il sistema periodico, Torino, Einaudi, 1975, ora in Opere, vol. 1, cit., p. 925.

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